L’integrazione del machete: hanno capito di poter fare quello che vogliono

di Enrico Galoppini

Durante il Fascismo i treni arrivavano in orario?

Propaganda del regime, si afferma. E sarà pure.

Ma c’è una cosa che non può essere smentita: i treni a quell’epoca erano sicuri. Ed erano sicuri perché non esisteva treno passeggeri che si muovesse senza avere a bordo degli agenti di Pubblica Sicurezza.

Anzi, il tanto deprecato “regime” aveva così a cuore la sicurezza dei passeggeri e delle cose che istituì una Milizia Ferroviaria, istituita nel 1923 e diretta emanazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN).

Tra i suoi compiti, come riporta la voce dell’enciclopedia Wikipedia, rientrava la “prevenzione e la repressione degli abusi nei trasporti delle persone e delle cose”. Giustamente, i problemi vanno prima prevenuti e solo una volta presentatisi vanno risolti, anche con l’eventuale “repressione” di chi li crea.

Oggi, invece, salire su un treno, specialmente a certe ore e in determinate tratte, è un’impresa a dir poco temeraria.

Gli sbandati a bordo, nella quasi totalità stranieri, non si contano. Individui senza documenti, senza biglietto, senza alcuna intenzione di rientrare nei minimi canoni del vivere civile.

Chi non prende il treno o sale solo nelle salette riservatissime per “vip” non può capire di cosa stia parlando. Ma per i comuni mortali un banalissimo viaggio in treno può trasformarsi in un incubo.

Un incubo quotidiano, dal punto di vista della sicurezza, vissuto anche dal personale di bordo del treno, lasciato a se stesso, come del resto i passeggeri.

E così, quello che doveva accadere è accaduto. Ieri sera, alla normalissima richiesta del titolo di viaggio, una combriccola di “latinos” (d’altra parte siamo a Caracas o a Bogotà, vero?) ha preso a colpi di machete il controllore ed un suo collega intervenuto per difenderlo. Il primo forse perderà la normale funzionalità di un braccio, il secondo è stato colpito alla testa.

Chi dovranno ringraziare questi due onesti lavoratori che per portare la pagnotta a casa devono subire le aggressioni armate di delinquenti che in pratica sono delle bombe innescate pronte a scatenarsi contro il primo malcapitato che gli capita a tiro?

La storia di Kabobo (o di quel marocchino ubriaco che ha tranciato la gola ad un ragazzo a Terni) la conosciamo. E non sono “casi isolati” o “eccezioni” in mezzo ad una beata e tranquilla “integrazione”.

È che a furia di far circolare un’antifona sbagliata un sacco di gente ospite qua in Italia ha capito che può fare quel che vuole, fino a spadroneggiare armata di machete da brandire all’indirizzo di un controllore.

machete

Ma siamo impazziti o che? Perché dobbiamo subire tutto ciò?

Non è questa la sede per entrare nel merito delle responsabilità. Mi limito ad osservare che l’elenco dei responsabili è alquanto lungo ed anche variegato, contenendo soggetti, politici e religiosi, in dissidio tra loro su molte cose, tra le quali la gestione delle “poltrone”. C’è poi chi lascia fare per partito preso, perché è “buono”; ma c’è anche chi abbaia, abbaia e non morde mai. E tutto questo ha sinceramente rotto le balle.

Non è nemmeno questa l’occasione per svolgere una carrellata di fatti gravi che vedono protagonisti “migranti” alle prese coi controllori, la Polizia Ferroviaria o anche comuni viaggiatori. Basta fare una rapida ricerca su internet e si trova di tutto, da quello che si denuda per non essere identificato a quell’altro che viaggia attaccato al predellino e viene ripreso da alcuni passeggeri. Sui treni italiani, come d’altronde dappertutto, capita per l’appunto di tutto.

Ma tra tutte le magnifiche ‘esperienze’ che si possono fare su un treno in tempi di lassismo generale, è il caso di ricordare un’esperienza personale. Trovandomi ad accompagnare una comitiva di studenti in gita al mare, al ritorno fummo assediati, per due interminabili ore, da due balcanici ubriachi, che prima avevano tentato d’intrufolarsi nel gabinetto con due studentesse della comitiva (ma li avevo dissuasi in maniera energica) e poi, facendoci segno col pollice all’altezza della gola, ci guardavano trucemente dall’oblo della porta, mentre il panico aveva praticamente investito questi poveri ragazzi, per i quali una gita stava trasformandosi in un incubo.

Senza aver visto l’ombra di un agente o di un addetto delle ferrovie, non potendo abbandonare lì i ragazzi, ci siamo barricati nel vagone, cercando di sdrammatizzare e sperando che a quei terribili gesti non seguissero i fatti. E solo quasi alla fine s’è visto un controllore che ha allertato degli agenti di polizia (che ad ogni modo non si sono visti).

Dimenticavo: il treno non è arrivato in orario. Forse, però, valeva la pena d’avere a bordo la Milizia.

IL DISCRIMINE



   

 

 

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