Per noi lacrime e sangue, la Germania invece abbassa l’età pensionabile da 67 a 63 anni

Angela Merkel

Roberta Miraglia per “Il Sole 24 Ore

Il governo di Angela Merkel ha varato una riforma previdenziale che innesta la retromarcia sull’età pensionabile, costerà 160 miliardi di euro da qui al 2030 e comporterà l’aumento dei contributi di quasi un punto percentuale a partire dal 2019. Il disegno di legge, che il ministro socialdemocratico del Lavoro Andrea Nahles ha promesso entrerà in vigore il 1° luglio, dopo l’approvazione parlamentare, permette il ritiro anticipato da 67 a 63 anni senza alcuna penalità – pari adesso al 3,6% per ogni anno di anticipo – ai lavoratori che abbiano versato almeno 45 anni di contributi.

Aumenta inoltre i contributi figurativi concessi alle madri di figli nati prima del 1992 e che abbiano interrotto l’età lavorativa, portandoli da uno a tre anni. Soltanto nel prossimo biennio 900mila lavoratori in più potranno andare in pensione grazie al provvedimento mentre sono quasi dieci milioni le donne interessate ai mini-incrementi pensionistici.

Una mossa attesa e che tuttavia non ha mancato di sollevare durissime critiche degli imprenditori, preoccupati dai costi elevati. Anche l’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder ha fatto sentire la sua voce. In un libro in uscita, di cui il quotidiano Bild ha pubblicato anticipazioni, il padre dell'”Agenda 2010″ che spinse il Paese nell’opposta direzione di un aumento graduale dell’età pensionabile, ha parlato di «un segnale assolutamente sbagliato, specialmente nei confronti dei nostri partner europei ai quali abbiamo giustamente chiesto riforme strutturali».

Per l’ex leader socialdemocratico la delusione è almeno doppia: la Grande Coalizione della sua Spd guidata da Sigmar Gabriel non solo ha inserito le pensioni nel patto – costringendo il governo a un impopolare aumento dei contributi – ma ha ottenuto una significativa inversione di marcia sulla flessibilità nel mercato del lavoro, l’altra grande eredità dell’era Schröder.

Grazie a quelle riforme la Germania ha potuto contare su una competitività che le ha consentito tassi di crescita superiori ai partner europei. Ma ieri Merkel, il cui discorso programmatico al Bundestag è stato quasi eclissato dalle novità sulle pensioni (il provvedimento più dispendioso dell’intero patto di governo) ha spiegato che è necessario «correggere» gli abusi derivati dalla flessibilità. Le liberalizzazioni passate, ha detto, hanno presentato anche «un lato oscuro».

È stata proprio un’esponente governativa della Spd a sancire l’abbandono del rigore di Schröder. Nahles ha dichiarato che lo scopo dell’intervento sulle pensioni «è di rendere più giusto il sistema». E, alla domanda se non sentisse un po’ di colpa per l’aumento vertiginoso della spesa pensionistica, il ministro ha replicato: «Firmando il disegno di legge ho provato grande orgoglio».

Gli oneri per parti sociali e casse pubbliche sono in effetti ingenti, calcolati in circa 11 miliardi di euro l’anno, 160 fino al 2030. Il costo sarà molto superiore ai risparmi derivanti dall’aumento dell’età a 67 anni e il finanziamento delle misure arriverà per qualche tempo dal sistema previdenziale pubblico (alimentato dai contributi di datori e lavoratori).

Dal 2019 interverrà anche il governo federale con due miliardi l’anno fino al 2022. Ma infine l’aumento dei contributi arriverà, sempre nel 2019, come era stato ampiamente previsto ma mai esplicitamente ammesso durante le lunghe trattative per le larghe intese. L’aliquota passerà dal 18,3% del reddito lordo al 19,1.

Merkel, al Bundestag ieri con le stampelle per l’incidente di sci, ha insistito nel suo discorso che la «bussola» del governo è «l’economia sociale di mercato». E ha sottolineato che la «Germania è motore di crescita e fattore di stabilità» e contribuisce in modo decisivo al superamento della crisi del debito. Ma l’impressione degli analisti osservatori è che l’alleato Gabriel le abbia rubato un po’ la scena gettando i semi di un successo personale destinato, forse, a crescere.



   

 

 

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