La Chiesa spinge verso un’Italia più liberale, ma, “in economia non esistono pasti gratis”

ROMA, 27 Sett – di: Carlo Violati – In queste brevi citazioni cerco di dimostrare che cattolicesimo e liberalismo sono compatibili.

COMINCIO DA UN PROVERBIO A NOI SCONOSCIUTO: Negli stati di lingua anglosassone c’è un proverbio molto popolare: In economia non esistono pasti gratis”E’ una frase di Milton Friedman.

MA NOI ITALIANI NON LO APPLICHIAMO. Nel cittadino italiano, manca ancora la coscienza che quanto gli viene offerto gratis ha un costo di gran lunga maggiore di quello che pagherebbe direttamente. La prestazione gratuita ha questi costi:

– il costo delle riscossioni delle tasse e tributi necessari (soprattutto indiretti e non rapportati al reddito) a sostenere la specifica spesa;

– il costo delle operazioni di acquisto dei prodotti o dei servizi da erogare, spesso aggravati da fenomeni di corruzione;

– il costo dei controlli necessari, ma inefficaci viste le ruberie frequenti, e gli sprechi specie di medicinali;

– il costo, dovuto al tempo utilizzato dal cittadino che deve procurarsi l’accesso a dette prestazioni. I medici di base che debbono rilasciare le prescrizioni. E che sono pagati, un tanto al mese, per ogni cittadino iscritto nel suo elenco.

Non si è lontani dalla realtà se si considera che un cittadino paga di più per un servizio gratuito, di quanto pagherebbe direttamente lo stesso servizio. E sarebbe il cittadino a controllare le sue spese. Solo a chi non ha mezzi si deve assicurare l’assistenza gratuita.

La ricchissima America ha dovuto fare una battaglia recente per assicurare l’assistenza medica ai veri poveri.

Lo stesso si può dire per la scuola pubblica e per la scuola privata. Chi ha i mezzi paga, sceglie la scuola per i propri figli; le scuole debbono essere competitive. Pubbliche o private hanno un costo e il cittadino sceglie quella che preferisce.

Anche nell’istruzione solo i veri poveri vanno aiutati, dando ai giovani poveri delle borse di studio, rinnovabili solo se seguono gli studi con profitto.

In sostanza bisogna affermare un principio semplice: ci sono dei “servizi dati direttamente ai cittadini” ed è bene che i cittadini, che possono farlo, li paghino direttamente. E al costo reale, in un regime di concorrenza, pagando chi eroga il servizio. (Per fare un esempio: cure mediche, medicine, scuola, giustizia civile, prestazioni di tipo privatistico in generale).

Poi ci sono cose che i cittadini ricevono come membri della “comunità cui appartengono”

(ordine pubblico, Amministrazioni Pubbliche, Parlamento, giustizia penale, che vengono pagate con le imposte dirette e indirette).

Questa dovrebbe essere la discriminante nel rapporto tra cittadino e Stato o altri organi pubblici a quello destinati.

N.B. In Italia è frequente l’abuso nel ricevere prestazioni gratuite di assistenza. Basterebbe fare una legge che consideri questi reati come “furti con dolo” punibili non solo con la restituzione del “maltolto” ma anche con “anni di carcere”, con “certezza della pena” per i falsi ciechi, falsi invalidi ecc.

A proposito delle prestazioni pubbliche, per primo Abramo Lincoln ha detto:

-” Non si può instaurare una vera sicurezza sociale adoperando, per questo scopo, denaro preso in prestito”.

-“Non si può aiutare perennemente la gente facendo per essa ciò che essa potrebbe e dovrebbe fare da sola”.

(Mia nota: negli anni dal 1979 al 1992 il welfare è stato finanziato con l’enorme aumento del Debito Pubblico :”il denaro preso a prestito” di Lincoln. Così come, anticipando la Chiesa, aveva affermato che lo Stato non deve sostituirsi ai privati, nelle cose che i privati possono e debbono fare da soli). Poi ci sono queste affermazioni di un economista liberale e laico che ha detto. -“Come risultato della dissoluzione dei legami della comunità locale e degli sviluppi di una società aperta e mobile, un numero crescente di persone non è più strettamente legato a gruppi particolari su cui contare in caso di disgrazia. Si tratta del problema di chi, per varie ragioni, non può guadagnarsi da vivere in un’economia di mercato, quali malati, vecchi, handicappati fisici e mentali, vedove e orfani – cioè coloro che soffrono condizioni avverse, le quali possono colpire chiunque e contro cui molti non sono in grado di premunirsi da soli, ma che una società la quale abbia raggiunto un certo livello di benessere può permettersi di aiutare”. Questa affermazione va intesa così: “Le comunità locali” erano soprattutto le piccole comunità contadine, in quelle comunità non era lo Stato (o, comunque, una struttura pubblica) che interveniva in sostegno dei poveri o dei bisognosi, era l’insieme della popolazione che provvedeva, per carità cristiana, e per un senso diffuso di solidarietà, si conoscevano tutti e i rapporti umani esistevano. Poi queste comunità si sono perdute, assorbite in sistemi più complessi, si è spopolata la campagna e si sono creati i grossi centri urbani, e ai bisogni può provvedere una società più ricca ma più “aperta e mobile”. Ma lo dovrebbe fare solo per i “veri bisognosi”.

Anche la Chiesa Cattolica già nel 1891 aveva, con la Rerum Novarum, affermato che lo Stato non doveva intervenire, inutilmente se non ce n’era bisogno, nella famiglia: “È dunque un errore grande e dannoso volere che lo Stato possa intervenire a suo talento nel santuario della famiglia. Certo, se qualche famiglia si trova per avventura in si gravi strettezze che da sé stessa non le è affatto possibile uscirne, è giusto in tali frangenti l’intervento dei pubblici poteri, giacché ciascuna famiglia è parte del corpo sociale. Similmente in caso di gravi discordie nelle relazioni scambievoli tra i membri di una famiglia intervenga lo Stato e renda a ciascuno il suo, poiché questo non è usurpare i diritti dei cittadini, ma assicurarli e tutelarli secondo la retta giustizia. Qui però deve arrestarsi lo Stato; la natura non gli consente di andare oltre. La patria potestà non può lo Stato né annientarla né assorbirla, poiché nasce dalla sorgente stessa della vita umana. I figli sono qualche cosa del padre, una espansione, per così dire, della sua personalità e, a parlare propriamente, essi entrano a far parte del civile consorzio non da sé medesimi, bensì mediante la famiglia in cui sono nati. È appunto per questa ragione che, essendo i figli naturalmente qualcosa del padre… prima dell’uso della ragione stanno sotto la cura dei genitori”.

E’ sfuggito all’attenzione di molti politici italiani il fatto che molte delle massime di Lincoln siano state riprese, nella sostanza, dalla Chiesa Cattolica, nel 1891, con l’Enciclica Rerum Novarum emanata dal Papa Leone XIII.

L’originalità dell’enciclica risiede nella sua mediazione: il Papa, ponendosi esattamente a metà strada fra le parti, (liberismo e socialismo) ammonisce la classe operaia di non dar sfogo alla propria rabbia attraverso le idee di rivoluzione, di invidia ed odio verso i più ricchi, ma chiede ai padroni di mitigare gli atteggiamenti eccessivamente liberisti in economia, limitando lo sfruttamento dei dipendenti e di abbandonare le forme troppo oppressive cui erano sottoposti gli operai.

Papa Leone XIII: “perché il socialismo è la via della miseria e della schiavitù”.

È doveroso non dimenticare che in un periodo storico in cui la proprietà privata dei mezzi di produzione veniva considerata come un furto dalla stragrande maggioranza degli intellettuali e, dietro a loro, dalle masse organizzate nei partiti marxisti e comunque socialisti, Leone XIII, nella Rerum novarum (1891), ne fece una difesa teoreticamente penetrante e moralmente coraggiosa. Affermava Papa Leone XIII «I socialisti […] attizzano nei poveri l’odio contro i ricchi, e sostengono che ogni proprietà di beni privati debba essere abolita, che i beni dei singoli debbano essere comuni a tutti o che la loro amministrazione appartenga al Municipio e allo Stato. Con questa trasformazione della proprietà da personale in collettiva, e con l’uguale distribuzione degli utili e degli agi tra i cittadini, credono che il male sia radicalmente eliminato». Sennonché, fa subito presente papa Leone XIII, «simile teoria, ben lontana dall’essere capace di mettere fine al conflitto, è dannosa agli stessi operai, e poi è assolutamente ingiusta, perché viola i legittimi diritti dei proprietari, snatura le funzioni dello Stato e scompagina tutto l’ordine sociale».

In realtà, «come è facile a comprendersi, lo scopo del lavoro, il fine immediato che si propone chi lavora, è la proprietà privata, e se egli impiega le sue forze e la sua industria a vantaggio degli altri, lo fa per procurarsi il necessario alla vita; e si attende dal suo lavoro non solo il diritto al salario, ma anche un diritto stretto e rigoroso di usarlo come a lui sembra meglio. Se, quindi, riducendo le sue spese, è riuscito a fare risparmi, e se, per meglio assicurarli, li ha, per esempio, investiti in un campo, questo campo non è che il salario trasformato: il fondo così acquistato sarà proprietà sua, né più né meno come la stessa mercede. Ora, appunto in questo, come ognuno sa, consiste la proprietà, sia mobiliare che immobiliare. Cosi, questo cambiamento della proprietà privata in proprietà collettiva, tanto decantato dai socialisti, non avrebbe altro risultato che quello di rendere la situazione degli operai più precaria, togliendo loro la libera disposizione del loro salario e togliendo loro in questo modo ogni speranza e ogni possibilità di aumentare il loro patrimonio e di migliorare la loro condizione».

La proprietà privata e personale è “diritto di natura”. Ed essa sta a base della libertà politica e della dignità della persona. Difatti, per dirla con Hayek, chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini e, «una società socialista è una società dove chi non ubbidisce non mangia». Certo, afferma Leone XIII, «se qualche famiglia si trova in una situazione disperata e da se stessa non le sia possibile uscirne, è giusto, in tali casi estremi, l’intervento dei pubblici poteri, perché ogni famiglia è un membro della società […]. Qui però deve arrestarsi lo Stato; la sua natura proibisce che si vada oltre». Dunque, potremmo dire: il mercato ovunque storicamente possibile, lo Stato dove socialmente necessario. Lo Stato in breve, non è onnivoro dei diritti inviolabili della famiglia e dell’individuo. Per cui «se gli individui, se le famiglie, entrando a far parte della società vi trovassero, invece di un sostegno, un ostacolo, invece di una protezione, una diminuzione dei loro diritti, la società sarebbe piuttosto da fuggire che da ricercare».

E ancora: «oltre all’ingiustizia del loro [dei socialisti] sistema, si vede fin troppo chiaramente quale confusione e scompiglio ne seguirebbe in tutti i settori della società; quale dura e odiosa servitù per tutti i cittadini. Si aprirebbe la via agli asti, alle recriminazioni, alle discordie; le fonti stesse della ricchezza, tolto ogni stimolo all’ingegno e all’abilità individuale, inaridirebbero; e la sognata uguaglianza non sarebbe di fatto che una condizione universale di abiezione e di miseria».

Riflessioni del genere sono di una importanza straordinaria: la ricchezza e il benessere collettivo trovano la loro scaturigine prima nell’ingegno e nell’abilità degli individui; mentre il sistema socialista porta ad una miseria generalizzata. E se ciò è vero, si deve allora concludere che «la comunanza dei beni proposta dal socialismo va assolutamente respinta, perché nuoce a quegli stessi che si vogliono aiutare, offende i diritti naturali di ciascuno, altera le funzioni dello Stato e turba la pace comune».

Va a grande merito di Leone XIII aver affermato che talvolta le buone intenzioni possono avere conseguenze diametralmente opposte a quelle intese: i socialisti intendono abolire la proprietà privata al fine di raggiungere il maggior benessere per il maggior numero di persone; l’esito di questa loro azione non potrà essere che l’immiserimento progressivo di tutti e la più crudele schiavitù per i popoli. Questo prevedeva Leone XIII nella Rerum novarum del 1891. Questo prevederà Ludwig von Mises negli anni Venti. E questo è quanto si è tragicamente verificato nel secolo appena trascorso. E, dunque, è etico il socialismo? E davvero etico il socialismo? Basta, sul serio, l’etica dell’intenzione?

IL BEATO GIOVANNI PAOLO II RIBADISCE LE PAROLE DI LEONE XIII

Poi un grande Papa, Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Centesimus annus” del 1991 (era il centenario della Rerum Novarum) al paragrafo n. 48 diceva: “…disfunzioni e difetti nello Stato assistenziale derivano da un’inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato. Anche in questo campo deve essere rispettato il“principio di sussidiarietà”: una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune”.

MIA NOTA: è molto grave che la “Rerum Novarum” del Papa Leone XIII non sia stata capita, nel 1891, da quanti facevano politica in Italia. Per assurdo un laico come Einaudi e un cristiano come Don Sturzo erano d’accordo sulla necessità che lo Stato non invadesse la sfera del privato, aggravandone i costi e l’efficacia dell’azione.

Sono personalmente convinto che molte di queste regole, se applicate dai nostri politici negli anni delle follie economiche della “Prima Repubblica”, dopo l’uscita di scena di Einaudi, De Gasperi e Costa, avrebbero evitato le gravi crisi attuali. Ma il problema è di trovare, in Italia, chi sia disposto a sostenere queste antiche regole di saggezza.

Queste sembravano essere le convinzioni di Berlusconi anni fa, quando aveva proposto di ridurre l’intervento statale nell’economia. Era “sceso in campo” promettendo agli italiani una “rivoluzione liberale” e aveva con se al Governo uomini sinceramente liberali come Urbani che aveva teorizzato quello che avrebbe dovuto fare un governo liberale, Martino, Pera, Pisanu, che ora sono usciti di scena. Credo, si sia scoraggiato nella sua battaglia di libertà. E certamente i senatori e i deputati che oggi lo seguono sono più attenti a mantenere a loro disposizione la greppia nella quale “mangiare senza ritegno” piuttosto che a pensare agli interessi degli italiani.

Ma il problema esiste e presto i nodi verranno al pettine e la dura realtà di un debito pubblico crescente ci obbligherà a riprendere la lotta agli sprechi. Il Portogallo ha problemi, poi la Spagna li avrà e noi siamo a rischio.

Ma i cristiani impegnati in politica debbono tener conto che Giovanni Paolo II ha dato un avvertimento magistrale; solo adesso, finalmente, si capisce l’importanza della aggregazione di base che è la famiglia. E forse si comincerà a capire che è alle aggregazioni di base che va dato aiuto per non sprecare soldi pubblici inutilmente. Inoltre l’evoluzione della struttura demografica di certo non viene in aiuto delle già difficili condizioni in cui versa il sistema previdenziale, assistenziale e sanitario, che rappresentano i capitoli di spesa più grevi dello Stato sociale. In assenza di variazioni nel trend demografico attuale e di flussi migratori positivi, entro trent’anni la Repubblica Italiana organizzerà un popolo di vecchi con pochissimi giovani. È facile capire come il sistema pensionistico e sanitario sia destinato al tracollo, a meno di aumentare l’età pensionabile e di ridurre le prestazioni. Non solo, io personalmente ho vissuto coscientemente gli anni del travagliato dopoguerra, ricordo le emigrazioni in massa dei lavoratori italiani verso la Germania ed il nord Europa, le tragedie tipo Marcinelle accadute ai lavoratori italiani sempre destinati ai lavori più umili e pericolosi; l’emigrazione verso Torino di tanti ex braccianti del sud; la disponibilità a prestare lavoro nelle famiglie benestanti come camerieri o domestiche. Adesso guardo l’incredibile rifiuto di tanti italiani verso lavori una volta accettati di buon grado, specialmente in Italia. Adesso vedo che soprattutto i romeni sono muratori, che nelle famiglie dominano i domestici filippini, che le badanti degli anziani sono straniere.

Partendo dalle affermazioni (Capo 48 del Centesimus Annus) del Beato Giovanni Paolo II, un gruppo di studio dei cattolici afferma: Per uscire dall’attuale situazione è necessaria una progressiva riduzione dell’intervento pubblico e la rivalutazione dell’iniziativa privata, sia in campo economico che sociale. È urgente, pena un’inevitabile e prossima crisi fiscale, la cessazione dell’assistenzialismo di Stato e la restituzione alla persona, alla famiglia, ai corpi intermedi, alla società nel suo insieme, di tutte le funzioni che loro competono e che lo Stato ha in modo indebito avocato a sé.

Con la graduale riduzione dell’apparato burocratico, della spesa pubblica e del prelievo fiscale si avrebbero notevoli benefìci per l’intero sistema socio-economico. Le risorse così liberate potrebbero venire investite più efficientemente ed efficacemente dai privati, specie in un contesto socio-economico più libero e flessibile, contribuendo così alla crescita della ricchezza e alla creazione di nuove occasioni di lavoro.

Tuttavia, nonostante l’evidente malessere in cui versa il Welfare State in Italia e le critiche che da più parti vengono a esso mosse, appare molto tenue la speranza di riuscire ad avviarne una radicale riforma. Infatti, una grande parte della popolazione gode i vantaggi del “posto fisso nelle amministrazioni pubbliche ad ogni livello”, il Welfare State lo pagano quelli che tengono in piedi l’economia italiana.

Una vasta nomenklatura su quello “stato sociale”ha costruito la propria fortuna, il ceto politico e sindacale più incline alla logica demagogica e tribunizia fonda il proprio consenso sul patronato di tali interessi. Tutto induce a ritenere che queste componenti si coalizzino per la difesa a oltranza dello status quo, anche a costo di ricorrere a ulteriori giri di vite fiscale, eventualmente travestiti da lotta all’evasione e sostenuti da una propaganda sostenuta dai politici al governo.

Certo non è a servizio della comunità dei cittadini il comportamento che rallenta tutti i pagamenti a chi ha prestato opera allo Stato, ma non rallenta nemmeno di un giorno l’erogazione delle prebende ai politici di ogni risma, saccheggiatori delle pubbliche finanze.

Paragonata alla nobiltà francese spazzata via dalla rivoluzione, la “Casta” italiana meriterebbe di fare la fine di tutti i dittatori del nord Africa e dei loro sostenitori. Cercasi urgentemente un Robespierre che elimini la “Casta al potere” non uccidendo ma mandando a casa i profittatori.

Carlo Violati

 



   

 

 

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