Sea Watch, intervista all’Ammiraglio Nicola de Felice

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di Irina Socolova per imolaoggi.it

-1. Ammiraglio De Felice come giudica la scarcerazione di Carola Rackete?

Sconcertante. Sono un Ufficiale di Stato Maggiore della Marina Militare, ho indossato la divisa per 45 anni, sono stato imbarcato per 15 anni circa ed ho comandato navi logistiche, fregate e caccia lanciamissili, partecipando a quasi tutte le operazioni marittime a partire dal Libano del 1982. Mi sono occupato di progetti e sviluppi capacitivi per la Marina e per l’Esercito Italiano, ho assolto impegni di carattere programmatico-finanziario e strategico-dottrinale nell’ambito dello Stato Maggiore della Difesa, ho assolto alti incarichi all’estero a Parigi e quale Addetto Militare a Tunisi. Il mio ultimo incarico, terminato nel 2018 con il mio servizio attivo, è stato quello di responsabile territoriale e logistico della Marina Militare in Sicilia. In quest’ultimo incarico, durato 4 anni, nell’ambito delle incombenze legate alla gestione del flusso migratorio irregolare in Sicilia, ne ho viste di tutti i colori. Una per tutte, ricordo l’onerosa e complessa responsabilità gestionale interdipartimentale del ricovero presso il comprensorio della Marina Militare di Augusta del barcone affondato al largo della Libia il 18 aprile del 2015 con le 700 salme trasbordate a terra, con tutte le necessità e le disposizioni logistiche, sanitarie, medico-legali, giudiziarie che il caso ha richiesto.

Non sono un giurista, ma reputo che quando si avviano iniziative giudiziarie che hanno a che fare con il rispetto delle leggi nazionali e delle norme internazionali ratificate dal Parlamento riguardante la sovranità di uno Stato nonché la tutela degli interessi nazionali – precipuo compito dell’Autorità politica di un Governo democraticamente eletto dal popolo – le competenze di un corpo militare dello Stato quale la GdF occorre stare cauti, non per altro per le conseguenze sociali, giudiziarie, politiche, diplomatiche ed istituzionali che ne derivano. Se nel giudicare dei provvedimenti legislativi gli stessi sono considerati incostituzionali, credo sia giusto per un giudicante sospendere il suo agire e richiedere delucidazioni alla Corte Costituzionale, verificando eventuali analogie su casi precedenti.

Non mi dilungo sulla dichiarazione nella sentenza in parola in merito alla non appartenenza a navi da guerra della motovedetta della GdF: già rispettabili giuristi hanno confermato “l’abbaglio” giuridico riscontrato nelle decisioni del GIP in quanto più volte la Cassazione ha insindacabilmente dichiarato le navi militari della GdF quali navi da guerra, a prescindere dalla tipo di acque di impiego (sarebbe peraltro paradossale ed illogico pensare a ritenerle da guerra nelle sole acque al di là di quelle territoriali: se si fa la guerra, la fa, si fa dovunque)!

Chiariamo molto sinteticamente come funziona in mezzo al mare: il Mediterraneo Centrale prevede 4 aree di Ricerca e Soccorso definite tra Italia, Malta, Tunisia e Libia, regolarmente registrate dall’ONU attraverso l’IMO, l’Organizzazione Marittima Internazionale specializzata nel promuovere lo sviluppo del trasporto marittimo rendendolo più sicuro ed ordinato. La convenzione dell’IMO adottata dai paesi membri prevede anche gli standard riguardanti la sopravvivenza ed il salvataggio (SOLAS). In sostanza esistono responsabilità ed il coordinamento nel soccorso in mare che devono far capo ad ogni singola Nazione detentrice della area nella quale avviene il soccorso. Le norme inoltre prevedono lo sbarco dei soccorsi nel porto più vicino, onde evitare di porre a rischio con una lunga navigazione le persone soccorse: nel caso di soccorso operato dalla nave Sea Watch il porto assegnato dall’autorità competente, chiamata a dare indicazioni, è stato Tripoli, ma ciò non è stato recepito. Va ricordato che la Libia, al di là della situazione contingente, ha notificato all’ONU (IMO) la propria area SAR nel giugno del 2018 secondo i dettami delle norme previste dalla Convenzione di Amburgo del 1979. La Libia ha assunto la responsabilità di coordinatore del soccorso in mare nella sua area SAR e lo ha comunicato all’IMO, organo pertinente dell’ONU, che ne ha preso ben nota. In Libia opera personale dell’Organizzazione Internazionale per i Migranti (OIM) che è attiva nei punti di sbarco, dove fornisce la prima assistenza ai migranti soccorsi in mare così come prevede la convenzione di Amburgo. Ma volendo sospendere precauzionalmente l’analisi sulla Libia, i porti più vicini e sicuri erano Malta o quelli della Tunisia quali Gabés, Sfax o La Goulette, porti sicurissimi – molto meglio, ahimè, di quelli siciliani, molto più lontani – visto che attraccano settimanalmente navi da crociera con migliaia di turisti occidentali. Le dichiarazioni dell’UNHCR richiamate dalla disposizione sentenziale del GIP fanno riferimento alla Libia e non alla Tunisia, come comprovato da esimi giuristi. Anche la Convenzione di Ginevra richiamata da alcuni si applica ai rifugiati e non a migranti clandestini, che fino a prova contraria sono tali.

Per non parlare dell’Olanda, Stato che ha assegnato alla Sea Watch non solo la propria bandiera, ma anche il suo ordinamento giuridico e la competenza di iniziare e finalizzare le richieste di asilo politico dei migranti che commettono il primo passaggio illegale sul ponte di quella nave e quindi nel territorio del Paese membro UE, in applicazione dell’art. 13 del Trattato di Dublino. In pratica, se una nave ONG batte bandiera di uno Stato membro UE, è quello Stato che si deve occupare dei migranti clandestini saliti su una sua nave. La conduttrice Rackete infatti si è ben guardata di identificare i migranti sul territorio della sua nave.

E poi gli artt. 19, 25 dell’UNCLOS e l’art. 83 del Codice italiano di Navigazione richiamano chiaramente il diritto dello Stato costiero a negare il passaggio nelle proprie acque territoriali a quelle navi che non si attengono all’ordinamento giuridico nazionale, anche in caso anche ipotesi di immigrazione clandestina, attivando procedimenti penali ed amministrativi pertinenti.

In mare tutti indistintamente devono rispettare le leggi concordate tra le parti, se si vogliono evitare morti e disastri.

  1. Cosa crede che dovrebbe fare l’Italia per tutelare efficacemente i propri confini?

Se l’obiettivo della politica nazionale di sicurezza deve essere quello di rendere vano ogni ulteriore tentativo da parte dei trafficanti di esseri umani di smerciare uomini, donne e bambini in questa nuova versione di schiavismo del XXI secolo, riducendo al minimo le morti in mare, ritengo che non si debba escludere a priori l’opzione dell’applicazione della cosiddetta ‘Strategia diretta’ che contempla anche l’opzione del cosiddetto blocco navale ovvero l’applicazione, in uno scenario altamente instabile e complesso come quello libico, di tecniche di strategia diretta che implicano il coinvolgimento di tutti i settori strategici di uno Stato (cioè gli strumenti del potere nazionale diplomatico, militare, economico, informativo ed interno) che devono pianificare ed eseguire le linee di azioni concordate tra i vari attori coinvolti. L’applicazione di questa strategia deve partire da un chiaro intendimento da parte del governo. E’ all’Esecutivo che spetta infatti il compito di delineare la strategia complessiva della gestione di una crisi, il livello di impegno, le risorse da dedicare, gli obiettivi, gli aspetti strategici della comunicazione nonché i ruoli dei vari ministeri ed entità coinvolti. A questo punto gli obiettivi nazionali – essendo in questo caso da perseguire necessariamente nel quadro dell’azione delle organizzazioni internazionali – sono da portare ad una fase di negoziato multinazionale, tipico compito dello strumento diplomatico.

L’attuale embargo alle sole armi da e per la Libia e le attività di sorveglianza ed informativa sul traffico illecito delle esportazioni del petrolio, non permettono all’operazione militare europea ‘SOPHIA’ di EUNAVFORMED di uscire dallo stallo in cui si trova da tempo. Occorre uno strumento risolutivo. Fa bene dunque il governo nazionale ad adoperarsi in tal senso verso le navi ONG ritenute sospette e pericolose. Io aggiungerei anche di richiedere l’applicazione dell’art. 84 del citato Codice che permette l’ingiunzione alle navi del rimborso delle spese sostenute dallo Stato italiano per l’onere causato da esse nelle varie attività sia in mare che a terra.

Ma ciò non basta. Reputo che non si può attendere che il problema si presenti davanti alle nostre acque territoriali, rischiando magari che, in assenza di norme chiare e univoche, i Comandanti delle navi della Marina Militare ovvero GdF siano a rischio indagine per favoreggiamento all’immigrazione clandestina ovvero all’omesso soccorso, così come realmente capitato tempo fa per entrambi i reati ad uno di loro nell’arco di 24 ore della sua attività in mare. Occorre giocoforza attivare, contemporaneamente all’interdizione delle navi ‘non inoffensive’ nei porti italiani, il cosiddetto blocco navale delle zone costiere libiche e tunisine coinvolte, passando dalla dimensione organizzativa e giuridica nazionale a quella multinazionale. Richiedere l’applicazione della già citata Legge del Mare, Convenzione di Montego Bay, art. 110 del diritto di visita da parte delle navi militari a bordo delle navi in attività di infrazione internazionale o comunque sospette, nonché l’eventuale diritto all’inseguimento e cattura ancor prima che entrino nelle acque territoriali. In sostanza una vera e propria operazione civile e militare, ovviamente in sinergia internazionale e con l’allargamento del numero degli attori coinvolti, con l’aggregazione di varie nazioni interessate al contenimento del flusso migratorio clandestino oppure l’UE, la NATO, l’ONU ed anche realtà non governative, fino all’applicazione – laddove necessario – dell’art. 51 o dell’art. 42 della Carta delle Nazioni Unite.

  1. In queste ore molti si appellano a ragioni umanitarie, per sostenere il diritto allo sbarco, crede sia una questione che modifica sostanzialmente il problema?

Le recenti iniziative politiche e giudiziarie fanno capire come il problema dell’immigrazione clandestina sia affrontato in maniera generalizzata ed unilaterale, evidenziando la non conoscenza di buon senso delle Convenzioni che regolano i rapporti tra le Nazioni, in particolare quella di Montego Bay del 1982 sulla Legge del mare delle Nazioni Unite (UNCLOS), ratificata con legge dello Stato dall’Italia e dalla stragrande maggioranza dei Paesi al mondo. Questo atteggiamento, a mio avviso opinabile, comporta che tra i cittadini si infonda una grande confusione tra l’applicazione del diritto umanitario – sacrosanto dovere di soccorrere chi si trovi in pericolo in mezzo al mare – e l’altrettanto sacro ed indissolubile dovere dei Paesi costieri di far rispettare le convenzioni e l’ordinamento giuridico nazionale ed internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare e l’ordine pubblico nelle proprie acque territoriali, a difesa della propria sovranità.  Ad esempio, non sempre le linee guida del Vaticano sul tema in questione sono state quelle di Papa Bergoglio. Sul tema dell’immigrazione, Papa Wojtyla si è più volte soffermato nella sua attività di evangelizzazione: “L’immigrazione stimola anche l’intera società europea e le sue istituzioni alla ricerca di un giusto ordine e di modi di convivenza rispettosi di tutti, come pure della legalità, in un processo d’una integrazione possibile”. Integrazione possibile, ma ad alcune condizioni: “E’ responsabilità delle autorità pubbliche – scriveva Giovanni Paolo II – esercitare il controllo dei flussi migratori in considerazione delle esigenze del bene comune. L’accoglienza deve sempre realizzarsi nel rispetto delle leggi e quindi coniugarsi, quando necessario, con la ferma repressione degli abusi”. Per Papa Wojtyla era inoltre necessario “salvaguardare il patrimonio culturale proprio di ogni nazione”.

Va inoltre richiamato alle sue responsabilità l’ONU e le sue costole discendenti, quali l’UNHCR, nella gestione e nella solidarietà umanitaria dei flussi migratori in Libia, a partire dal Corno d’Africa e dall’Africa subsahariana, con l’invio in situ di adeguati strumenti di sostegno alla popolazione, l’istituzione di centri di raccolta, di attivazione delle procedure di richiesta di asilo politico per quei casi effettivamente necessari. Occorre operare sia a monte della crisi umanitaria, sia a valle, per fermare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo.

In seno all’ONU, evidentemente, la mano sinistra non sa cosa fa la mano destra ed alcune recenti dichiarazioni da parte di rappresentanti italiani di quell’organizzazione in merito al decreto di sicurezza del Ministero dell’Interno indicano oramai l’evidente parzialità delle sue branche cosiddette umanitarie ad incominciare da chi, stando a Ginevra e sovvenzionati con salari d’oro, sindacalizzano l’operato delle singole Nazioni, senza sporcarsi le mani.

  1. Che cosa non va nel rapporto fra Italia ed Europa nella gestione del problema migranti?

Se per Europa si intende Unione Europea, va da sé che l’attuale organismo politico-economico così come istituito non consente di trovare soluzioni concordate se non c’è una comune visione politica sulla tematica ovvero una convergenza di interessi nazionali comuni delle singole nazioni coinvolte. Lo stallo dell’operazione “SOPHIA” di EUNAFORMED identifica perfettamente la mancanza di volontà esecutiva comune nel trovare soluzioni efficaci. L’operazione in parola potrebbe fare molto di più, ma non è autorizzata a portare a termine la sua missione di lotta agli scafisti all’interno delle acque territoriali libiche. Le navi militari, ferme in alto mare fuori dalle acque territoriali libiche, hanno offerto un “PULL FACTOR” di non poco conto, cioè vero “fattore di attrazione” per i scafisti e quindi per i migranti clandestini paganti, così come ora lo stanno offrendo oggi le navi ONG tramite l’annuncio continuo e strombazzato della loro presenza davanti le coste libiche, peraltro visibile su Internet con il tracciamento automatico AIS e con il PHONE ALARM.

“Per combattere gli scafisti occorre esse più scafisti di loro”, avrebbe detto Pompeo Magno nella sua guerra contro i pirati nel Mediterraneo, vinta dopo notevoli sforzi diplomatico-militari con l’impiego della flotta romana. La gestione si potrà risolvere quando Italia, Francia e Germania saranno in sintonia politica sul tema, spero presto.

  1. Pensa davvero che l’Italia possa riuscire a difendere i propri confini da sola?

Da Ufficiale non posso credere che non possa farcela, io sono pronto a dare la mia vita per questo scopo. Sono convinto che molti italiani la pensano come me, ma ovviamente se riuscissimo a trovare alleati in Europa (ed in Africa) sarebbe certamente molto meglio. La strategia diretta della quale accennavo prima prevede proprio questo: la capacità complessiva di una Nazione (con i suoi strumenti di potere nazionali, soprattutto quello diplomatico) di coinvolgere altri Stati europei a condividere lo sforzo, uno sforzo che si basa sulla condivisione di radici profonde di un albero con molti rami, ma tutti alimentati dalla stessa linfa, quella di un’Europa delle identità, delle tradizioni comuni, delle cultura, del senso del sacro, della civiltà occidentale che risale all’antica Roma ed alla Grecia di Atene e Sparta.

6.il Ministro Salvini riuscirà a prevalere sulle varie correnti interne al governo,  su determinati settori dello Stato e dell’Europa che spingono per aprire i porti o almeno per una politica meno rigida?

Creo che la politica della fermezza e del buon senso alla lunga sia vincente: è la strada più difficile perché espone il direttivo ad attacchi interni ed esterni, ma contro il modus agenti dei pirati scafisti non si può pensare di vincere con il buonismo. La tratta degli esseri umani deve essere combattuta con fermezza e coerenza. Se ci facciamo da soli delle “falle” all’interno dello scafo della “Nave Italia” prima di iniziare la battaglia, siamo “del gatto”, come si dice a Roma, cioè perdenti.

  1. Da ufficiale a riposo pensa che le forze armate in questi anni siano state adeguatamente utilizzate per difendere i confini del paese?

Le Forze Armate italiane sono una nicchia di eccellenza riconosciuta in tutto il mondo. Esse si sono evolute negli anni e possono rappresentare una vera sorgente di strumenti utili alla risoluzione della problematica. I militari sono abituati a fissare degli obiettivi, definire una strategia ed a portare a termine il compito assegnato dalle priorità definite dalla politica. Ritengo che le Forze Armate italiane non abbiano mai sottovalutato il fenomeno, che ritengono risolvibile se si parla del flusso migratorio clandestino. Ma ripeto, si vince attraverso un approccio multidimensionale che vede al pari livello coinvolti tutti gli strumenti del potere nazionale.

Il popolo italiano ama le proprie Forze Armate e le sue Forze dell’Ordine, ne condivide i valori ed il sacrificio, ne richiede rispetto.

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