Imprese, lo Stato fa danni ma non paga e non risarcisce nessuno

Dalle origini dell’uomo, l’intera civiltà umana è ancorata ad un unico principio economico sacrosanto e immutabile: se l’impresa non è produttiva gli imprenditori falliscono, i lavoratori no.
Chi è libero di investire i propri denari in una impresa e trarre profitto dalla produttività altrui è responsabile unico.
Che abbia sette o 7 miliardi di dipendenti, che sia capace o incapace, ladro o derubato; se non onora i suoi debiti, unico fallito è l’imprenditore.

Chi ha liberamente rifornito l’impresa di capitale finanziario ed ha imposto ai lavoratori la sua politica presunta produttiva, è legittimato ad incassare gli utili, a subire le perdite, o fallire se non onora i suoi debiti con le banche, con i fornitori, con i lavoratori, con il fisco.
Ma questo principio cardine del libero mercato, a cui nessuno imprenditore potrá mai sottrarsi, viene calpestato dallo Stato a norma di legge.

Lo Stato investe in lavori pubblici, assume dipendenti e impone leggi nel libero mercato, talmente stringenti e condizionanti da rendere gli imprenditori che sono autonomi di diritto, dipendenti di fatto: dalla burocrazia, dalle banche e dal fisco e condannati a fallire al posto dello Stato.

Con ogni comparto della pubblica amministrazione lo Stato produce danni alla collettività e ai singoli, ma non paga e non risarcisce nessuno. Al fallimento e non di rado al suicidio finiscono gli imprenditori privati, che prendono ordini dall’imprenditore e datore di lavoro Stato che può accumulare debiti ed insolvenze a spese della collettività, e persino dichiarare falliti gli imprenditori onesti che ha fatto fallire derubandolì, o consegnandoli inermi a ladri e truffatori.

E non basta. Le banche fanno ancora meglio. Agli Stati indebitati come l’Italia, impongono dettagliate politiche di spesa come precondizione per finanziarlì.
Insomma i banchieri si pongono nella condizione primaria e privilegiata di super imprenditori che governano i governi: finanziano tutto, dettano legge su tutto, controllano tutto, ma se la loro politica monetaria imposta ai governanti dei singoli Stati risulta poi fallimentare, sono sempre gli altri a fallire, o singolarmente, o perché chiamati a salvare le banche dal fallimento e annegare al posto loro.

Davanti al giudice fallimentare, con i libri contabili al seguito, finiscono diecine di migliaia di piccoli e grandi imprenditori, prima che a fallire sia una banca o uno Stato.
Questo paradosso ha fatto del mercato finanziario, almeno da un secolo, una cloaca pestilenziale. Saggi, ricchi e potenti esenti da qualunque responsabilità istigano piccoli e grandi imprenditori ai peggiori crimini contro tutto e tutti nel disperato quanto idiota tentativo di sfuggire al fallimento.

Ma gli unici traguardi possibili nel mercato attuale sono il fallimento per gli onesti o la galera per i farabutti indotti.
Se da imprenditore onesto uno riesce a sopravvivere nel mercato italiano per 4 decenni, cioè l’intera vita lavorativa, vuol dire che è un genio, o si è “igienicamente” prostituito a padrini o a padroni.

Franco Luceri

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