Ragazza da 2 anni prigioniera in comunità terapeutica, imbottita di psicofarmaci

Da due anni una diciassettenne di Pavia vive praticamente sequestrata nella comunità terapeutica, in provincia di Alessandria, dove viene imbottita di psicofarmaci, a tal punto da non riuscire più a parlare, se non balbettando o incespicando, e a tenersi pulita, in quanto non ha più controllo della sua vescica. Sviene spesso, non va più a scuola: eppure il tribunale dei minorenni di Milano l’ha costretta a stare lì per il “suo bene”.

La ragazza era stata, purtroppo, vittima di molestie, ma non da parte dei genitori, persone amorevoli e per bene. Le erano sempre stati accanto, ma l’esperienza l’aveva traumatizzata così tanto da manifestare segni di disagio come nervosismo, ribellioni, disinteresse per la scuola. Preoccupati, i genitori si erano rivolti alla Questura, che li avevano consigliati di indirizzarsi ai Servizi sociali. «Ma invece di un aiuto, si sono visti “sequestrare” la figlia: hanno, infatti, ricevuto dal tribunale dei minorenni di Milano la sospensione della responsabilità genitoriale» rivela l’avvocato Francesco Miraglia, al quale i genitori della diciassettenne, disperati, si sono rivolti per ottenere giustizia. «La figlia, invece, è stata rinchiusa nella comunità terapeutica, dove però in due anni non ha ricevuto alcun aiuto. Anzi, la sua situazione è persino peggiorata».

La ragazza non frequenta più la scuola, a dire il vero non fa più nulla: in comunità si limitano a imbottirla di farmaci, senza una terapia comportamentale, senza un sostegno, senza un progetto di recupero. Nulla. La comunità d’altronde, è piuttosto chiacchierata: sono tanti i ragazzi che sono scappati da lì, uno di loro è morto finendo sotto un treno. Costretti per mesi a stare lì dentro, senza progettualità, contro la loro volontà, veri zombie a causa degli psicofarmaci con i quali li imbottiscono.

«Abbiamo depositato ieri un’istanza urgente al tribunale dei minorenni, chiedendo il ritorno della ragazza a casa» prosegue l’avvocato Miraglia, «pronti, se necessario, a presentare un esposto alla Procura affinché vada a vedere come funziona questa comunità, e perché, nonostante i gravi, ripetuti episodi, il tribunale dei minorenni di Milano continui ad affidare a questa struttura i ragazzi che poi, è chiaro, non vengono seguiti, ma “parcheggiati” e resi inoffensivi con le medicine. Ma il tribunale sa dove li manda quei giovani? Va mai a controllare come procedono le terapie, se questi ragazzi migliorano e possono finalmente ritornare a casa propria? Si interroga mai sugli esiti dei suoi provvedimenti? Se non lo fa, ebbene, è meglio che inizi a farlo, perché le cose, come dimostra questo ennesimo caso, non funzionano affatto bene».

Ieri pomeriggio, dopo l’ennesima videochiamata con la figlia, nel corso della quale i genitori hanno notato in lei l’impossibilità a sostenere una conversazione, tranne che per annunciare l’intenzione di togliersi la vita, sono corsi alla comunità per riprendersi la figlia e farla visitare al pronto soccorso. Qui ha rilasciato delle dichiarazioni sconcertanti, comprovate dalla visita medica: a parte le cicatrici di tagli che si provoca in maniera autolesionista, su una gamba aveva i segni di una bruciatura di sigaretta, inflittale da un altro ragazzo, e un taglio ad un polso, provocatole da un altro ospite con una lametta. La segnalazione in Procura di tutte queste violenze, ormai, è un atto necessario e urgente.

Avv. Francesco Miraglia

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