Al governo piace il carcere per i giornalisti. L’altro fronte toghe-giornali

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di Antonio Amorosi – Le notizie più importanti dei principali giornali italiani dipendevano direttamente dalle scelte di un gruppo di magistrati? In questi giorni si è parlato di “Giornalistopoli” in merito alle intercettazioni del caso Palamara, l’inchiesta della Procura di Perugia che ha travolto il magistrato Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione Nazionale magistrati, leader della corrente Unicost ed ex componente del Csm. Un intreccio tra magistrati, giornalisti e politica, dove i cronisti appaiono come strumenti per le lotte di potere fra correnti della magistratura. Qui un’intervista sulla vicenda al direttore de Il Riformista Piero Sansonetti  e le carte: Caso Palamara, Travaglio super direttore del giornalismo italiano

Ma è la connessione con questa altra notizia a rendere il quadro più inquietante.



Il 31 marzo 2020 l’Avvocatura dello Stato, chiamata a rappresentare alla Corte Costituzionale la posizione della presidenza del Consiglio dei ministri, ha depositato una “memoria difensiva” in cui sostiene la legittimità costituzionale delle norme che prevedono il carcere per i giornalisti condannati per diffamazione con l’aggravante del mezzo della stampa e dell’attribuzione del fatto determinato.

E’ quanto ha rivelato l’Osservatorio su Informazioni giornalistiche e notizie oscurate Ossigeno, associazione patrocinata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dal Consiglio Nazionale della Federazione nazionale stampa italiana. Ossigeno riferisce anche di una richiesta di chiarimenti al governo Conte del presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Verna, ma senza ottenere risposta.

La vicenda nasce da due casi di eccezione di costituzionalità, sollevati dai giudici di Salerno e di Modugno-Bari.

“Le norme sulle quali si chiede il giudizio della Corte”, scrive Ossigeno “sono l’articolo 595 del codice penale del 1930, che al terzo comma prevede una pena massima di tre anni (o la multa fino a 50.000 euro) per il reato di diffamazione a mezzo stampa e l’articolo 13 della legge sulla stampa del 1948 che prevede il carcere fino a sei anni (più la multa fino a 50.000 euro) se lo stesso reato è aggravato dall’attribuzione di fatto determinato. Norme vecchie di 90 e 72 anni ma ancora vigenti. E che il Parlamento tenta (o finge) di abrogare a ogni legislatura, a partire dal 2001”.

Fino al 2015 è un dato che il 70% dei procedimenti penali per diffamazione a mezzo stampa non abbiano neanche uno straccio di fondamento per essere imbastiti: si sono conclusi accertando addirittura la pretestuosità delle querele. I pochi cronisti che sono invece stati condannati hanno ottenuto pene molto dure per un totale di ben 103 anni di carcere.

“L’Italia è l’unico Paese europeo a prevedere il carcere per i giornalisti”, ha raccontato sul quotidiano La Verità l’ex vicedirettore di Panorama Maurizio Tortorella, “sia la Corte Europea dei diritti dell’uomo che Amnesty International hanno criticato l’Italia per la sua legislazione. Ogni anno il parlamento punta a una riforma, i parlamentari sono a favore dell’abrogazione ma poi non succede nulla”. Sembra il gioco dell’oca, si torna sempre alla casella di partenza, come con la “memoria” depositata dall’Avvocatura dello Stato.

Nel 2013 un caso clamoroso coinvolse l’attuale direttore de La Verità e allora direttore di Libero Maurizio Belpietro, condannato a 4 mesi di carcere per omesso controllo su un articolo di Lino Jannuzzi, querelato dai magistrati Gialcarlo Caselli e Guido Lo Forte. La Corte europea dei diritti umani condannò l’Italia per aver violato il diritto alla libertà d’espressione. Lo Stato ha dovuto versare a Belpietro 10.000 euro per danni morali e 5.000 per le spese processuali. Condannare un giornalista alla prigione è una violazione della libertà d’espressione.

Nel 2012 il caso di Alessandro Sallustri, direttore de Il Giornale, che suscitò un acceso dibattito sull’opportunità del carcere per un giornalista. Condannato a 14 mesi di carcere alla fine scontò 40 giorni agli arresti domiciliari perché il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo graziò commutando il carcere in una multa.

Ma siamo tornati alla casella di partenza.

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