La Svezia non condanna jihadisti e delinquenti, ma le pensionate che li criticano

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  • Forse il Consiglio d’Europa ritiene che gli sforzi intrapresi da Åberg per trasformare i suoi connazionali svedesi in poliziotti che perseguono presunti reati d’opinione siano un esempio che gli altri paesi europei dovrebbero emulare?
  • Durante l’interrogatorio, la pensionata ha spiegato: “Mi sono arrabbiata quando ho letto come funziona con gli immigrati e come essi evitino le punizioni per tutto ciò che fanno. Vengono assolti anche se rubano e fanno altre cose. È ingiusto che coloro che commettono gravi crimini possano essere rilasciati…”. La pensionata ha detto che non avrebbe scritto quelle parole se avesse saputo che era illegale. Evidentemente l’ha fatto con la convinzione errata di vivere ancora in uno Stato di diritto democratico. A gennaio, la donna è stata condannata a pagare un’ammenda di 4 mila corone svedesi (443 dollari). Vive con una pensione di soli 7 mila corone svedesi (775 dollari).
  • Le autorità svedesi chiaramente non possono – o non vogliono – perseguire o condannare i jihadisti che hanno così generosamente accolto nel paese; eppure, non hanno scrupoli ad accusare e processare anziane pensionate indifese. Si potrebbe aggiungere che una cultura che rispetta i diritti umani dei combattenti dell’Isis rientrati nel paese più di quanto non rispetti quelli delle donne anziane che hanno paura di questi miliziani è alla fine.

Secondo un comunicato stampa diramato il 15 gennaio scorso dal Servizio di sicurezza svedese (Säpo),”l’estremismo islamista che promuove la violenza costituisce attualmente la più grande minaccia per la Svezia”. “Il livello della minaccia terroristica rimane elevato, attestandosi al terzo gradino di una scala di 5. Questo significa che è probabile che avvenga un attacco terroristico”, ha dichiarato Klas Friberg, a capo del Säpo.

“Per contrastare la minaccia del terrorismo, il Servizio di sicurezza lavorerà in futuro in modo ancora più strategico per limitare lo sviluppo di ambienti terroristici. Ciò potrebbe significare occuparsi [omhänderta] di persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza o, cooperando con altre autorità, lavorare più duramente per garantire che questi individui siano perseguiti per altri crimini – oppure che le loro opportunità si riducano.



Mentre il Säpo assicura ai cittadini svedesi che farà “ancora di più” per limitare lo sviluppo di ambienti terroristici in Svezia, il governo svedese acuisce ulteriormente il problema accogliendo i combattenti jihadisti dell’Isis che fanno rientro nel paese. Circa 300 persone hanno lasciato la Svezia per andare a combattere per l’Isis e si stima che grossomodo 150 combattenti svedesi dell’Isis siano tornati in patria. Circa 150 di coloro che non hanno fatto ritorno sono stati uccisi.

A gennaio, il capo del Säpo, ha parlato del ritorno dei combattenti dell’Isis descrivendoli[1]

come “persone distrutte che sono rimaste traumatizzate dalla loro esperienza” e ha affermato che la società svedese deve “svolgere un ruolo importante nella loro reintegrazione”.[2]

La legge svedese non consente ai servizi di sicurezza di adottare tutti provvedimenti necessari per contrastare il ritorno dei combattenti dell’Isis, anche se una legge relativamente nuova, finalizzata a risolvere il problema dei terroristi in Svezia, è stata approvata nel 2016. Secondo Fredrik Hallström, vice-capo dell’unità del Säpo che si occupa degli “attori motivati ideologicamente”, la legge non consente, ad esempio, alle autorità di sequestrare o ispezionare i telefoni cellulari e i computer dei combattenti dell’Isis rientrati in Svezia, a meno che non esista un sospetto concreto che sia stato commesso un reato. Inoltre, Hallström afferma che le autorità non sanno se i miliziani rientrati rappresentino una minaccia o meno per i cittadini svedesi: “È anche difficile dirlo perché le valutazioni che facciamo possono cambiare”.

Molti dei combattenti dell’Isis hanno portato con sé le loro famiglie, compresi i bambini piccoli, quando si sono uniti all’Isis. Una famiglia svedofona che era andata a combattere per lo Stato islamico ha realizzato un video amatoriale sulla loro vita di jihad, trasmesso di recente dai media svedesi. In una scena, la madre si esercita a sparare, mentre il padre spiega ai bambini: “Ora guarderemo la mamma mentre fa il jihad”. Il video mostra anche la donna che spara esclamando festante: “È stato fantastico!” e “Allahu Akbar!” (“Dio è il più grande!”).

In un’altra scena si vede il padre mentre si prepara a uscire per andare a uccidere e racconta ai due figli piccoli come aveva rubato un walkie-talkie a un “infedele” al quale aveva sparato alla testa uccidendolo. Il ragazzino spiega al padre come usare al meglio le munizioni del fucile d’assalto e gli chiede di poterlo accompagnare, ma la madre gli dice che suo padre pensa che sia ancora “troppo piccolo”. La voce narrante del film spiega che molti bambini delle famiglie appartenenti all’Isis sono tornati in Svezia con i loro genitori e frequentano gli asili e le scuole del paese. La famiglia del video è una delle tante. Tuttavia, le autorità locali svedesi non sanno quanti bambini siano tornati. Secondo un sondaggio condotto dal canale televisivo svedese SVT sui Comuni del paese, questi ultimi sono a conoscenza del rientro di 16 adulti e 10 minori, su 150 reduci.

Già nel giugno del 2017, l’allora capo del Säpo, Anders Thornberg, aveva dichiarato ai media svedesi che il paese stava andando incontro a una sfida “storica” dovendo avere a che fare con migliaia di “islamisti radicali in Svezia”. (Secondo il Säpo, nel 2010 c’erano 200 jihadisti nel paese.) Thornberg ha anche detto che la sua organizzazione riceveva 6 mila informazioni di intelligence al mese sul terrorismo e l’estremismo, rispetto a una media di 2 mila al mese, nel 2012.

Inoltre, non sorprende affatto che gli svedesi si sentano sempre più insicuri nel loro paese. Secondo il Rapporto di Sicurezza nazionale, pubblicato dal Consiglio nazionale svedese per la prevenzione della criminalità (Brottsförebyggande Rådet o Brå), quattro donne su dieci hanno paura di uscire liberamente di casa.

“Quasi un quarto della popolazione sceglie un percorso diverso o un’altra modalità di trasporto a causa delle preoccupazioni riguardo alla criminalità e un quinto evita di essere attivo su internet a seguito dei timori di ricevere minacce e subire molestie”, afferma il Brå.

“Tra le donne di età compresa fra 20 e i 24 anni, il 42 per cento dichiara di aver optato per un percorso diverso o per un altro mezzo di trasporto perché si sente insicuro e teme di essere vittima di reati. La corrispondente percentuale tra gli uomini della stessa fascia di età è del 16 per cento. (…) Il grado di attività su internet può anche risentire delle preoccupazioni legate alla possibilità di essere colpiti da reati. Circa una persona su cinque, indipendentemente dal genere, afferma che durante l’anno passato si è spesso astenuta dal postare qualcosa su internet per timore di essere esposta a minacce o molestie”.

“I social media sono un forum sempre più importante per il dibattito pubblico. Se un quinto della popolazione non vuole esprimersi in rete per paura di essere vittima di reati”, ha dichiarato Maria Söderström del Brå, “allora può essere un problema democratico”.

La paura di minacce e molestie non è la causa principale che induce gli svedesi a evitare di esprimere le proprie opinioni su internet. Molti di coloro che hanno espresso in rete opinioni “sbagliate” sono stati accusati dalle autorità svedesi di “incitamento contro un gruppo etnico” – un reato punibile dalla legge svedese. Il “problema democratico” di cui parla la Söderström è pertanto duplice: la paura delle minacce e delle molestie da parte di altri e il timore di essere perseguiti penalmente dallo Stato.

L’organizzazione, ritenuta in gran parte responsabile di queste accuse, almeno dal 2017, è la “Näthatsgranskaren” (“Monitora l’odio online”), un organismo privato fondato nel gennaio del 2017 da un ex funzionario di polizia, Tomas Åberg, il quale pare si sia preso la briga di identificare e segnalare alle autorità svedesi i cittadini che secondo lui e la sua organizzazione commettono reati d’opinione e di “incitamento all’odio” nei confronti degli stranieri. Åberg di recente si è vantato di aver inoltrato alla polizia 1.218 rapporti solo nel 2017-2018 e che su 214 capi d’accusa, sono state emesse 144 sentenze. “Molti sono ancora in attesa di essere processati”, ha scritto su Twitter.

Lo scorso novembre, l’Information Society Group, un’organizzazione che opera sotto l’egida del Consiglio d’Europa, ha invitato Åberg come oratore principale della sua conferenza regionale dal titolo “Contrastare i discorsi di incitamento all’odio nei media: il ruolo delle autorità di controllo e dell’ordinamento giudiziario”, organizzata a Zagabria. La conferenza ha esaminato “in che modo i discorsi di incitamento all’odio sono regolamentati nei differenti Paesi membri del Consiglio d’Europa, ponendo l’accento sul ruolo specifico e l’operato delle autorità di regolamentazione nazionali, della magistratura e degli organismi di autoregolamentazione dei media”. Forse il Consiglio d’Europa ritiene che gli sforzi intrapresi da Åberg per trasformare i suoi connazionali svedesi in poliziotti che perseguono presunti reati d’opinione siano un esempio che gli altri paesi europei dovrebbero emulare?

Nel 2017 e nel 2018, i contribuenti svedesi hanno incentivato con 1,5 milioni di corone svedesi (165 mila dollari) gli sforzi di Åberg. Secondo il magazine online Fria Tider, la maggior parte di questa somma sarebbe stata impiegata per pagare lo stipendio di Åberg.

A novembre, l’impegno di Åberg ha portato alla condanna di una donna di 70 anni che aveva scritto il seguente post, commentando un articolo sulla violenza perpetrata dagli uomini musulmani contro le donne, in un gruppo di Facebook chiamato “Difendi la Svezia”: “Non siamo in Svezia o abbiamo trasformato il paese in un dannato mostro musulmano?” La donna è stata in seguito convocata in una stazione di polizia per essere interrogata – quella stessa polizia svedese che non dispone di risorse sufficienti per indagare sui casi di stupro. E una volta lì ha spiegato:

“Sono stata provocata da ‘Cold Facts’ [un programma televisivo di giornalismo d’inchiesta] e da varie notizie relative a episodi di violenza a donne che sono state bruciate e percosse dai loro mariti. Mi chiedo se sarà così anche in Svezia e questo mi preoccupa” (…) “Sono contraria a loro perché sono cattivi nei confronti delle donne. Arrivano così tanti musulmani. Mi riferivo al fatto che abusano delle donne.”

Il fatto che una donna anziana sia preoccupata per la sicurezza fisica delle donne in Svezia, il cui governo nel 2016 si è definito “femminista”, sembra inaccettabile per le autorità svedesi. Mentre i combattenti dell’Isis che possono aver violentato, saccheggiato, torturato e ucciso per capriccio vengono riaccolti in Svezia e possono continuare con la propria vita – o pianificare atti terroristici contro gli svedesi – le anziane donne svedesi non possono dire una sola parola sulla loro paura di uomini del genere o addirittura della loro ideologia. Il procuratore capo Lars Göransson presso la Procura della Repubblica di Gävle ha deciso di incriminare la 70enne per “incitamento nei confronti di un gruppo etnico”. A novembre, la donna è stata giudicata colpevole e condannata a pagare un’ammenda di 4.800 corone svedesi (530 dollari).

Un altro risultato degli sforzi di Åberg è stata la condanna emessa a gennaio di una donna di 78 anni accusata di aver scritto su Facebook, tra le altre cose, che i musulmani sono “barbuti” e “fantasmi”. La donna si era preoccupata nel leggere le notizie di migranti che commettono gravi crimini ai danni degli anziani e che se la cavano con una pena lieve o la fanno franca. Dopo che Åberg aveva denunciato la donna, che a quanto pare è indigente e ha gravi problemi di salute a causa di un ictus che l’aveva colpita e di una patologia polmonare, il pubblico ministero ha deciso di incriminare la pensionata per i sei post scritti su Facebook. Tra questi, il seguente: “Sì, tutti i musulmani dovrebbero essere espulsi dal paese, non li vogliamo qui, molti uomini sono barbuti e spaventano i bambini”.

Durante l’interrogatorio la pensionata ha spiegato:

“Mi sono arrabbiata quando ho letto come funziona con gli immigrati e come essi evitino le punizioni per tutto ciò che fanno. Vengono assolti anche se rubano e fanno altre cose. È ingiusto che coloro che commettono gravi crimini possano essere rilasciati…”.

La donna ha detto che non avrebbe scritto quelle parole se avesse saputo che era illegale. Evidentemente l’ha fatto con la convinzione errata di vivere ancora in uno Stato di diritto democratico. A gennaio, la pensionata è stata condannata a pagare un’ammenda di 4 mila corone svedesi (443 dollari). Vive con una pensione di soli 7 mila corone svedesi (775 dollari).

“Anche un riferimento indiretto a soprannomi o altri termini offensivi sulla razza o sui migranti in generale è disciplinato dalla legge contro l’incitamento all’odio nei confronti di un gruppo etnico ed è punibile”, ha scritto il giudice Jon Jonasson nella sua sentenza.

Le autorità svedesi chiaramente non possono – o non vogliono – perseguire o condannare i jihadisti che hanno così generosamente accolto nel paese; eppure, non hanno scrupoli ad accusare e processare anziane pensionate indifese. Si potrebbe aggiungere che una cultura che rispetta i diritti umani dei combattenti dell’Isis rientrati nel paese più di quanto non rispetti quelli delle donne anziane che hanno paura di questi miliziani è alla fine.

Judith Bergman è avvocato, editorialista e analista politica. È Distinguished Senior Fellow presso il Gatestone Institute.   https://it.gatestoneinstitute.org



   

 

 



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