La Cina ribadisce la condanna alla Rivoluzione culturale e cita la Fallaci

 

Non è una novità, ma è certamente la rottura di un silenzio che, nei giorni scorsi, aveva fatto pensare a un qualche imbarazzo da parte di Pechino nel ricordare i cinquant’anni dall’inizio della Grande rivoluzione proletaria culturale, il decennio che sconvolse la più popolosa nazione socialista del mondo tra il 1966 e il 1976.

Oggi il quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese (Pcc) ha ribadito la condanna di quel periodo e l’ha fatto partendo dalla storica intervista a Deng Xiaoping realizzata dalla giornalista italiana Oriana Fallaci nell’agosto del 1980.

fallaci-Deng-Xiaoping

Deng, che era stato tra gli epurati durante la Rivoluzione culturale, era tornato da vincitore ed era, in quel momento, l’uomo che stava prendendo le redini del Paese anche mettendo da parte l’allora premier Zhou Enlai. La giornalista italiana chiese al nuovo uomo forte di dare una valutazione sul ruolo del padre della rivoluzione cinese, Mao Zedong, nel decennio terribile, e questi si espresse con parole chiare, pur salvando complessivamente la figura di Mao. “Negli ultimi due anni prima della morte il Presidente Mao disse che la ‘rivoluzione culturale’ era stata sbagliata sotto due aspetti: uno consisteva nell’aver ‘rovesciato tutto’ e l’altro nell’aver scatenato ‘una guerra civile su larga scala’. Solo questi due aspetti dimostrano che la rivoluzione culturale non può essere definita corretta“, rispose Deng.

“L’errore del Presidente Mao – continuò – fu un errore politico, e non un piccolo errore. D’altra parte, della rivoluzione culturale approfittarono due cricche controrivoluzionarie guidate da Lin Biao e dalla Banda dei Quattro, che tramarono per usurpare il potere. Per conseguenza noi dovremmo tracciare una netta linea di demarcazione fra gli errori del Presidente Mao e i crimini di Lin Biao e la Banda dei Quattro”.L’anno seguente questo approccio fu sancito in un documento del Pcc: denuncia dell’errore della Rivoluzione culturale, con la colpa addossata in particolare alla Banda dei Quattro (la vedova di Mao, Jiang Qing, e tre suoi associati: Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen) e a quello che Mao aveva scelto come suo successore, Lin Biao, scomparso nel 1971 in maniera misteriosa e ritenuto morto.

In quel documento – ricorda oggi il Quotidiano del Popolo – si concludeva che la Rivoluzione culturale “iniziata dal leader nazionale e sfruttata dai reazionari, è stata un caos interno che ha portato disastri al partito, al Paese e al popolo”. In questo senso, cita ancora il giornale del Pcc, “la storia ha dimostrato che la Rivoluzione culturale è stata totalmente sbagliata nella sua teoria e nella sua pratica, il Pcc l’ha ammesso, l’ha analizzato e ha corretto gli errori commessi dal partito stesso e dai leader del paese, traendo lezioni sia dai fallimenti sia dalle esperienze di successo“.

Era il 16 maggio 1966 quando Mao, che non aveva condiviso l’esigenza della destalinizzazione nel mondo comunista voluta dal leader sovietico Nikita Krusciov, emise una “circolare” nella quale denunciava l’infiltrazione del Partito comunista di elementi revisionisti controrivoluzionari che volevano creare un regime borghese. Passarono pochi giorni e la stampa ufficiale lanciò l’ordine di colpire le antiche abitudini della società cinese. Fu una chiamata alle armi per i giovani, che costituirono unità di “Guardie rosse” in istituti educativi e università per aggredire i “quattro vecchiumi”: la vecchie idee, i vecchi costumi, le vecchie abitudini e la vecchia cultura. Partirono aggressioni e violenze

Scuole, chiese, templi e molti centri di cultura furono chiusi. Bande di giovani vestiti “alla Mao”, tutti sistematicamente in possesso del “Libretto rosso” coi pensieri del Grande Timoniere, cominciarono ad attaccare gli elementi borghesi nelle città – bastava essere vestiti nella maniera sbagliata – umiliandoli, picchiandoli e nei casi peggiori uccidendoli. Ne pagarono le spese accademici, intellettuali, funzionari ed esponenti del partito, anche di alto livello, che furono spediti al confino o uccisi. In ogni città, in ogni unità produttiva, venivano svolte sessioni dell’umiliante liturgia dell’autocritica.

La “Grande rivoluzione proletaria culturale”, come fu chiamata, fu un colpo di coda di Mao che, con l’aiuto di Lin Biao, cercò di riprendere l’abbrivio nella feroce lotta di potere interna al partito di quegli anni. Un’esplosione di energia generazionale, che il Grande Timoniere innescò alleandosi in un primo momento con le fasce più giovani dell’intellighentsia, per poi spedirle in massa a rieducarsi nelle campagne. Fu anche un momento di enorme popolarità per il leader, non solo entro i confini della Repubblica popolare, ma anche nel resto del mondo, dove orde d’intellettuali di sinistra si spesero in elogi per le mosse del Grande Timoniere.

Fiorirono in Occidente gruppi maoisti spesso in diretta concorrenza con i movimenti filosovietici e comunisti tradizionali, molto attivi nei movimenti studenteschi giovanili attorno al 1968. In Italia una sigla tra le più conosciute era “Servire il popolo”.

Nel 1969 lo stesso Mao aveva ormai capito che la Rivoluzione culturale si era trasformata in un “terrore rosso” ed era ormai fuori controllo. Fece leva sull’Esercito di liberazione popolare per calmare gli spiriti bollenti delle Guardie rosse, instaurando di fatto un regime autoritario di stampo militare. Milioni di giovani cittadini furono spediti nella profonda Cina rurale a “rieducarsi”, mentre il leader trasformava il Paese in una specie di dittatura. La situazione tornò così a una relativa quiete, anche se la Rivoluzione culturale viene considerata chiusa nel 1976, un decennio dopo il suo inizio, alla morte del Grande Timoniere. Solo allora il Partito poté ristabilire appieno la sua autorità, addossando le colpe del decennio precedente alla Banda dei quattro, che fu processata e condannata, salvando la faccia Grande Timoniere. Al potere ritornarono gli elementi contro i quali Mao aveva agito. Tra questi proprio Deng.

Il numero di vittime prodotto dalla Rivoluzione culturale, comprensivo del disastro economico che ne conseguì, è difficile da stabilire. Alcuni storici parlano di una cifra tra il mezzo milione e i due milioni. Gli episodi più gravi, compresi casi di uccisioni di massa e cannibalismo, si ebbero nella provincia del Guangxi e nella Mongolia interna.

Già ai tempi dell’intervista della Fallaci, era ormai chiaro che la Cina aveva assunto un’altra strada anche rispetto all’economia di mercato e al capitalismo. La giornalista chiese al leader cinese se la nuova strategia economica non avrebbe, di fatto, rappresentato “l’inizio del capitalismo” in Cina e Deng ammise che questo avrebbe portato all’introduzione di “qualche influenza decadente del mondo capitalistico”, ma di questa non ci sarebbe “da aver paura”, perché il capitalismo andava considerato solo una tappa verso la conquista del socialismo.

Sulle macerie della Rivoluzione culturale, insomma, iniziò la lunga marcia della Cina verso la crescita economica e la sua “pacifica ascesa” tra le potenze mondiali. “Dopo 30 anni di riforma e apertura – può dire oggi il Quotidiano del Popolo – la Cina è diventata una forte potenza, con migliore qualità di vita e un rafforzato sistema legale”. Non stupisce quindi che il giornale del Pcc scriva: “Per un futuro più luminoso, una replica della Rivoluzione culturale non sarà mai ammessa”. ASKANEWS



   

 

 

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