Bitcoin, nuovo strumento per finanziare il terrorismo islamico

BITCOIN : NUOVO STRUMENTO USATO PER FINANZIARE IL TERRORISMO ISLAMICO

TM News - Infophoto

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L’On. Borghezio, nella sua interrogazione indirizzata alla Commissione Europea, dopo aver sottolineato che “per una parte dei finanziamenti al terrorismo islamico viene utilizzato il sistema denominato “HAWALA”, sistema che fa capo allo “Sharia Supervisory Board of Islamic Banks and Institutions“, rileva che “da informazioni di stampa risulta che, oltre ai già noti canali di finanziamento del terrorismo islamico attraverso le cosiddette raccolte di fondi caritatevoli (Zakat), un nuovo canale è quello che si realizza attraverso l’uso degli ‘bitcoin’ di difficile tracciabilità”.

L’On. Borghezio chiede quindi alla Commissione “quali misure più adeguate e stringenti intende attuare (la Commissione) per contrastare tali metodi di finanziamento del terrorismo islamico”.

Ma non è tutto.

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Come scrive il giornale La Banca d’Italia ha individuato circa mille bonifici sospetti, dal 2009 ad oggi, diretti a paesi islamici. Trecento solo nel biennio 2012-2013. Dieci milioni di euro “sospetti” partiti dal nostro Paese: cifra raggiunta con numerosi piccoli versamenti.

jihad

Sotto i mille euro, infatti, le banche non sono obbligate a fare segnalazioni. Come scrive oggi Repubblica i soldi potrebbero essere finiti alla jihad. Seguire il denaro vuol dire arrivare a chi tira i fili del terrorismo, chi lo finanzia e organizza, che può essere ubicato in vari luoghi, dalla Siria allo Yemen, dall’Iraq al Pakistan. La Banca d’Italia ha uno specifico reparto che lavora proprio su questo campo, tracciando i finanziamenti sospetti che finiscono nei Paesi più a rischio. Quando scoppia la guerra in Siria, nel 2012, le transazioni considerate “a forte rischio di sostegno di gruppi terroristici” sono state 171, nel 2013 sono calate (131). Per il 2014 non ci sono ancora dati ufficiali.

Al setaccio dell’Uif (Unità informativa frodi) passano i bonifici “Italia su estero”, indirizzati verso banche in Medio Oriente, Africa o in paesi vicini a quelli dove vi sono guerre. Le cifre versate di solito sono basse (proprio per non destare sospetti). Oltre alle banche si utilizzano i “money transfer“, che si occupano del trasferimento di somme di denaro da un paese all’altro. Per superare il problema delle somme troppo alte si utilizzano le tecniche del frazionamento orizzontale verticale. Lo stesso versamento, al di sotto della soglia di attenzione, viene effettuato in diversi money transfer, oppure si mandano soldi allo stesso soggetto ma in diverse tranche, con versamenti disposti da dieci, quindici o anche più persone.

Si aggirano i controlli e si raggiunge, così, il medesimo risultato. Ovviamente serve un’organizzazione. Rispetto a Francia e Regno Unito i soldi partiti dall’Italia verso la jihad sono molto più modesti, ma si tratta pur sempre di alcuni milioni di euro.

Un altro ostacolo alle indagini è l’hawala, un sistema informale di trasferimento di valori basato sulle prestazioni e sull’onore di una vasta rete di mediatori, localizzati principalmente in Medio Oriente, Nord Africa, nel Corno d’Africa ed in Asia meridionale. A fare da garante è un ente che guida la finanza islamica moderna, conosciuto come “Sharia supervisory board of islamic banks and institutions“. Le transazioni sono basate unicamente sull’onore, non ci sono strumenti cambiari. E tutto giocoforza diventa più opaco per chi deve controllare.

Infine c’è la moneta virtuale, con il circuito dei Bitcoin. La Banca d’Italia sta monitorando anche questo fronte per cercare di capire se la jihad possa essersi finanziata anche in questo modo. Al momento non lo si puà escludere.



   

 

 

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