L’arma a doppio taglio dell’euro: opportunità da un lato e bomba dall’altro

di Claudio Romiti

Effetti speculativi – E’ evidente che l’euro si trova sotto attacco da tempo e che questa situazione, lungi da qualunque tesi complottistica, rappresenta l’effetto speculativo di una sorta di peccato originale. In sostanza quando si è deciso di compiere il passo finale verso l’introduzione della moneta unica europea, il solo Paese che rispettava i cosiddetti parametri di Maastricht -concepiti inizialmente come conditio sine qua non per entrare a far parte dell’euro- era il Lussemburgo.

Francamente un po’ poco per garantire un futuro di stabilità ad un sistema monetario così complesso. Fatto sta che l’euro ha da subito rappresentato un’arma a doppio taglio: formidabile opportunità da un lato e pericolosa bomba ad orologeria dall’altro lato. E per comprendere questi due, apparentemente antitetiche, compresenze, occorre esaminare la condizione monetaria precedente, in cui fluttuazioni e svalutazioni delle singole valute nazionali rappresentavano gli elementi di riequilibrio tra i vari sistemi.

In sostanza, facendo il caso emblematico dell’Italia, qualunque politica espansiva sul piano della spesa e dell’indebitamento veniva coperta da un aumento della liquidità. In pratica, la Banca d’Italia comprava i titoli di Stato in eccesso stampando nuove banconote e, di conseguenza, inondando di liquidità il sistema monetario interno.

Tutto questo determinava continue svalutazioni nei confronti delle monete più forti, come ad esempio dollaro e marco, e quasi contemporaneamente causava la più iniqua delle imposte: l’inflazione. Tant’è che nei periodi di più grave turbolenza finanziaria la perdita del potere d’acquisto della vecchia liretta era superiore al 20%.

Ora, è ovvio che in questo modo, spalmando sull’intera platea dei cittadini il costo di una perenne politica di deficit-spending, lo Stato non avrebbe mai potuto fallire, dato che all’occorrenza la Banca centrale era sempre pronta a creare moneta dal nulla, ma l’instabilità interna ed esterna della valuta nazionale, soprattutto se eccessiva e prolungata, rischiava ogni volta di paralizzare ogni forma di scambio e di transazione.

Oltre al fatto, non indifferente, che il governo era costretto ad alzare continuamente il saggio d’interesse per convincere gli investitori a sottoscrivere i titoli di uno Stato finanziariamente fin troppo ballerino. Insomma, se da una parte la svalutazione competitiva consentiva alle imprese esportatrici di riprendere fiato, dall’altra parte l’instabilità monetaria rappresentava un costo eccessivo per un Paese considerato tra i più industrializzati.

Ecco, pertanto, profilarsi l’opportunità offerta dall’euro, una moneta forte che garantiva immediatamente quella citata stabilità mai avuta con la lira, consentendo una drastica riduzione del tasso d’interesse sui titoli pubblici, con un grande sollievo per i conti pubblici. Ma come contraccambio per questi grandi benefici, i Paesi aderenti hanno dovuto rinunciare alla sovranità monetaria.
Il che, molto in soldoni, significava che entrando nell’euro non sarebbe più stato possibile stampare nuove banconote per coprire gli eventuali buchi di bilancio causati da politiche finanziariamente irresponsabili. Da qui l’esigenza, poi clamorosamente disattesa dalla real politik, di introdurre i parametri di Maastricht quali criteri ineliminabili per garantire la tenuta del nuovo sistema monetario.

A tale proposito è evidente che, oltre alle ridicole multe imposte dall’Unione per i Paesi affetti da deficit eccessivo, il default ha rappresentato, dal momento in cui si è scelto di far parte dell’euro, una possibilità effettiva per chiunque volesse restare agganciato alla moneta forte con una finanza interna eccessivamente fragile.

E la stessa possibilità è diventata una drammatica realtà per la Grecia la quale, quando il suo sistema economico non potrà più finanziare in euro spesa pubblica e costo del debito sovrano, verrà dichiarata fallita, con l’inevitabile ritorno ad una valuta locale.
Per questo motivo i mercati stanno così duramente colpendo l’intera area finanziaria dell’euro. Ossia, la leggerezza di troppi Stati nel controllo della spesa strutturale, tra cui l’Italia occupa uno dei primi posti, ha creato i presupposti per una serie di fallimenti a catena che solo fino a pochi anni fa venivano considerati impensabili.

D’altro canto, se nell’Europa del “tax and spend” si fosse seguito la semplice intuizione di Margaret Thatcher, secondo la quale i soldi degli altri prima o poi finiscono -compresi quelli, aggiungiamo noi, per coprire i buchi di bilancio-, non saremmo giunti ad una situazione così drammatica.
Una situazione che la cultura politica liberale propone di affrontare con la sua ricetta di sempre: meno Stato, meno spese e meno tasse. Tutto il resto rappresenterebbe solo una strada più veloce per giungere alla bancarotta.

Claudio Romiti



   

 

 

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