Orrore a Milano: egiziano cosparge la moglie di benzina e le dà fuoco

 

“Bruciato mia moglie… bruciato tutto, gambe e capelli…”. Sono le parole di Ahmed El Sayed Abdelghany, 38enne egiziano, a riecheggiare nel centralino del numero unico d’emergenza.

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L’immigrato ha subito provato a dire che si era trattato di un incidente domestico. Ma la polizia, che già lo scorso 26 marzo era intervenuta con una Volante a casa della coppia per un episodio di violenza, non gli ha creduto. E sono scattate le manette ai polsi dell’egiziano che adesso è accusato di aver dato fuoco alla moglie, una 46enne marocchina.

La donna è ancora in prognosi riservata al centro grandi ustioni del Niguarda. La poveretta ha ustioni di terzo grado sul 55% del corpo. Dietro al folle gesto di Ahmed El Sayed Abdelghany c’è una lunga storia di maltrattamenti familiari. La polizia era intervenuta già una volta ma la donna, pur raccontando dei continui pestaggi del marito, non aveva voluto sporgere denuncia. Anche la sera del 14 luglio, quando sono arrivati gli agenti, l’uomo ha raccontato di un incidente domestico. La versione, però, nomn stava in piedi. Tanto che gli agenti hanno scoperto che a gettare della benzina addosso alla moglie era stato proprio l’immigrato che aveva, poi, innescato le fiamme con una sigaretta che stava fumando.

Ahmed El Sayed Abdelghany è un nullafacente. In Italia è arrivato da clandestino. E irregolarmente ci è rimasto finché non si è sposato e ha usufruito del ricongiungimento familiare. La donna è arrivata nel 2007 in Italia in modo regolare, assunta da un parente che aveva un ristorante nel Pavese dove lavorava come lavapiatti e cameriera. Conosciuto l’egiziano, i due si sono sposati in quattro e quattr’otto. All’inizio hanno vissuto separati in alloggi che ospitavano rispettivamente soli uomini e sole donne. Quando si sono trasferiti a Milano, dove sono andati a vivere insieme, la marocchina ha trovato lavoro in una pizzeria dove tuttora è regolarmente assunta, mentre lui ha continuato a farsi mantenere. Nel 2011, poi, la prima avvisaglia di maltrattamenti: la vittima ha perso un figlio al settimo mese di gravidanza. Gli inquirenti non escludono che l’aborto sia stato causato delle continue percosse ricevute dal marito. Quattro mesi fa, poi, la coppia ha avuto una bambina che adesso vive insieme ai nonni materni in Marocco.

il giornale



   

 

 

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