L’autunno arabo e i cambiamenti del Medio Oriente

PrimaveraAraba

L’autunno delle primavere arabe
Casa editrice La scuola

Autorevoli studiosi del mondo arabo e dell’Islam presentano una serie di saggi per capire, in prospettiva storica, i conflitti religiosi e politici nei Paesi musulmani: dall’Egitto alla Turchia, dal Libano alla Siria. Un libro sul presente e sul futuro dell’area mediterranea, dell’Europa e del mondo.
Con i contributi di: Roberto Tottoli, Roberto Angiuoni, Manuela Borraccino, Massimo Campanini e Lea Nocera


INTERVISTA A ROBERTO TOTTOLI, GIOVEDI’ 3 APRILE 2014 (a cura di Luca Balduzzi)

Il desiderio di un cambiamento che le primavere arabe avevano sollevato è appassito troppo in fretta?
Più che appassito si è scontrato con realtà complesse, politicamente divise e soprattutto, dopo decenni aperte. Regimi decennali avevano compresso una realtà molto difficile e la ventata di apertura portata dalle cosiddette primavere arabe ha anche evidenziato divisioni, complessità e incapacità di transizione comune. Era ed è senza dubbio un passaggio prevedibile, diverso da nazione a nazione. Il tutto, come in Egitto, con sullo sfondo la presenza forte dell’esercito che ha in realtà controllato da lontano, dapprima, e poi da vicino, come ora, la situazione.

Per molti arabi la fonte di ispirazione è stata quella dell’islamismo “moderato” della Turchia di Recep Erdogan, eppure anche la Turchia è stata toccata dalla primavera araba…
Il modello di sviluppo turco ha mostrato capacità di espansione economica e di sviluppo in una regione attanagliata da mille problemi, ed è stato soprattutto questo il carattere vincente. Certe aperture soprattutto dopo la fine del potere dei militari e anche con Erdogan hanno anche mostrato una realtà politica più in linea con i modelli europei e occidentali, senza dubbio. Proprio per questo ha però messo in luce contrasti tra centri cittadini come Istanbul e realtà di provincia, tra la sottile politica di blanda islamizzazione di Erdogan e i sostenitori del laicismo rigido imposto a suo tempo da Ataturk. Il tutto con sullo sfondo la politica di espansione turca verso i paesi islamici e le tensioni politiche dettate proprio dall’emergere di un ceto medio, dalla crescita economica etc. A mio modo di vedere, però, si tratta pe rora di una dinamica tutta politica, anche se lo spettro di un ritorno al passato fatto di colpi di stato militari aleggia di tanto in tanto, anche nelle prese di posizione più autoritarie dello stesso Erdogan.

L’Arabia saudita e l’Iran si sono sempre più velocemente trasformate nelle due potenze che controllano gli equilibri del Medioriente, in funzione stabilizzatrice o destabilizzatrice a seconda della propria convenienza personale… le primavere arabe sono diventate “ostaggio” degli interessi di questi due paesi?
Nello scacchiere Vicino orientali pare proprio di sì. Con conseguenze deleterie: sono nemici irriducibili e quindi giocano a mantenere ad ogni costo le loro sfere di influenza, appoggiando radicalizzazioni in un senso o nell’altro ed elementi di instabilità ad esempio nelle aree di influenza dell’avversario. Il flusso di finanziamenti verso l’Egitto è un esempio eclatante dell’influenza delle monarchie del Golfo e delle loro stesse rivalità, mentre gli avvicinamenti o allontanamenti dell’Iran riflettono i rapidi mutamenti degli ultimi mesi. E’ indubbio che le primavere arabe paiono aver lasciato campo più libero alla penetrazione di queste “superpotenze” regionali più di quanto non fosse in precedenza. E le prospettive di ciò sono tutt’altro che in direzione di una maggiore democratizzazione.

Come si pone, nel quadro attuale, l’Egitto? Sicuramente troppo grande ed influente per storia, cultura e sviluppo civile per diventare una pedina di un gioco fra altri Paesi, però ancora impantanato in una situazione che limita pesantemente la sua capacità di decisione e di azione…
Per dimensione, centralità nel mondo arabo e islamico, quel che accade in Egitto è destinato a lasciare un segno ben più ampio anche nelle nazioni circostanti. Per quanto detto prima potrebbe essere aperto a possibili interventi esterni, anche se proprio la stretta dell’esercito punta anche ad impedire tutto ciò. L’Egitto paga anche in questa situazione confusa il fatto di essere una realtà politica molto complessa, divisa, viva e non repressa come ad esempio la Siria. Purtroppo però, la situazione di oggi sembra evidenziare una frattura netta, ormai irreparabile tra la Fratellanza islamica e i suoi sostenitori, allontanati dal potere con il colpo di stato, perseguitati e anche condannati a pene eclatanti, e il resto della nazione, che vede sostanzialmente in modo positivo questa repressione. E’, tristemente, un esito, inaspettato dei principi della rivoluzione di gennaio 2011, e che ha ormai dimenticato la partecipazione di tutti. Ma anche qui, a posteriori, non si può che vedere una mano dell’esercito, forza fondamentale negli equilibri egiziani, che però ora governa una realtà frammentata e con una mano repressiva che rischia di radicalizzare come in passato l’opposizione.

Che futuro si può immaginare per un paese come la Libia? Che come Stato al momento è come se non esistesse più…
In realtà da sempre la Libia è un stato dall’identità alquanto problematica, con l’unione forzosa di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan. Anche qui la mano forte di un regime autoritario e poliziesco teneva unite anime diverse, l’apertura politica di oggi ha invece mostrato una situazione frammentata e resa ancor più difficile da spinte in varie direzione e con il supporto dall’esterno. Difficile prevedere un futuro positivo in una realtà anche segnata dalle divisioni tribali che hanno ancora una capacità di interdizione fondamentale in molte aree del paese e che giocano una partita che si sovrappone alle dinamiche propriamente politiche.

Abbiamo già assistito alla reazione di Israele di fronte alla presunta volontà dell’Iran di riallacciare i rapporti con gli Stati Uniti d’America. Che se non fosse per Israele, forse avrebbero volentieri abbandonato il Medio Oriente molto tempo fa. Cambierà qualcosa nella politica israeliana?
Non credo. Certo colpisce in una realtà così in mutamento e così complessa, la stabilità del conflitto israelo-palestinese, che continua imperterrito nella stessa direzione e a riprodurre le stesse logiche da oltre sessant’anni. Certo la prima apertura delle primavere poteva parere insidiosa per la stabilità della crisi israelo-palestinese, ma gli sviluppi più recenti e il ritorno dell’esercito in Egitto sono motivi che in qualche modo tranquillizzano Israele. Certo che nell’ambito più grande regionale il perdurare di questa situazione è un freno allo sviluppo e una cambiale che tutto il Mediterraneo paga in termini di stabilità, competitività e prospettiva futura. E nulla, purtroppo, fa pensare che la situazione si sblocchi o cambi.



   

 

 

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