Dalla diffida nazionale ai territori, Trilly Aps raccoglie il testimone del comitato 2CS

vaccino ai bambini

Dopo l’iniziativa rivolta al Ministero della Salute, la richiesta di trasparenza prosegue presso Regioni e ASL. L’obiettivo è ricostruire atti, dati e procedure che incidono sui minori e sostenere concretamente le famiglie

di Paola Persichetti Presidente dell’Associazione Trilly – La gente come noi APS, aderente al Comitato di Scopo 2CS

La diffida depositata dal Comitato di Scopo 2CS al Ministero della Salute non è un punto di arrivo. È l’inizio di una staffetta che deve attraversare le Regioni, raggiungere le Aziende sanitarie locali e dare alle famiglie strumenti concreti per chiedere trasparenza, correttezza amministrativa e rispetto dei propri diritti.

Dopo il comunicato ufficiale già pubblicato da Imola Oggi, ritengo importante spiegare quale seguito intendiamo dare a questa iniziativa. Scrivo come presidente di Trilly – La gente come noi APS, associazione aderente al Comitato 2CS e da quattro anni impegnata al fianco delle famiglie nei rapporti con scuole e strutture sanitarie.

Trilly non apre una linea separata né contrapposta a quella del Comitato. Al contrario, ne raccoglie il testimone sul territorio. Il 2CS ha avviato l’azione nazionale; ora le associazioni che ne fanno parte possono proseguirla, in modo coordinato, presso le proprie Regioni e ASL. Non cento iniziative isolate, dunque, ma un’unica azione capace di raccogliere documenti e risposte in un patrimonio comune.

Dalle richieste di accesso a una domanda ancora aperta

La diffida del 2CS nasce dopo mesi di istanze FOIA rivolte al Ministero della Salute e ad AIFA. Le associazioni hanno chiesto gli atti delle verifiche previste dall’articolo 1, comma 1-ter, del decreto-legge n. 73 del 2017, convertito nella legge n. 119 del 2017: verbali, pareri, dati epidemiologici, coperture vaccinali, informazioni di farmacovigilanza ed eventuali relazioni trasmesse alle Camere.

Quella disposizione riguarda le vaccinazioni contro morbillo, rosolia, parotite e varicella indicate dal comma 1-bis. Prevede una verifica periodica fondata sui dati disponibili e stabilisce che, qualora non vengano presentati alle Camere schemi di decreto, il Ministro trasmetta una relazione con le ragioni della mancata presentazione, accompagnata dai dati epidemiologici e di copertura vaccinale.

Secondo quanto rappresentato dal Comitato, i riscontri ricevuti non hanno permesso di ricostruire con sufficiente chiarezza l’intera catena istruttoria. Il punto non è ottenere soltanto un atto finale o il collegamento a una pagina istituzionale. Occorre poter verificare chi abbia valutato i dati, in quale data, sulla base di quali documenti e attraverso quali passaggi amministrativi.

Anche sul versante della farmacovigilanza resta una questione concreta. Nel riscontro del 3 agosto 2026 citato nella diffida, AIFA ha comunicato che i rapporti relativi al 2024 e al 2025 erano ancora in corso di definizione; alla data dell’8 settembre, la più recente annualità pubblicata nella pagina istituzionale dedicata ai Rapporti Vaccini risulta il 2023.

È necessario essere rigorosi: un rapporto non ancora pubblicato non equivale automaticamente all’inesistenza dei dati. Proprio per questo chiediamo di sapere quali segnalazioni, estrazioni, valutazioni di causalità, relazioni o altri elementi aggiornati fossero già disponibili e quali siano stati effettivamente acquisiti e utilizzati nelle decisioni amministrative.

Perché ora devono rispondere anche le Regioni

Nel proprio riscontro del 19 giugno 2026, richiamato dal Comitato, il Ministero ha collegato il rinvio della revisione all’intesa n. 243/CSR raggiunta in Conferenza Stato-Regioni il 18 dicembre 2025, con la quale è stata prorogata di un anno la validità del Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2023-2025.

Se un’intesa tra Governo e Regioni viene indicata per spiegare il rinvio, il livello regionale non può essere considerato marginale. Le Regioni devono rendere conoscibile il ruolo svolto nel procedimento: quali documenti preparatori abbiano ricevuto o prodotto, quale posizione abbiano assunto, quali dati abbiano trasmesso alle autorità centrali e quali indicazioni abbiano successivamente impartito alle ASL e alle istituzioni scolastiche.

La proroga di un Piano e la verifica prevista da una disposizione di legge appartengono, peraltro, a percorsi giuridici distinti. Occorre quindi conoscere l’atto e l’istruttoria attraverso cui le amministrazioni hanno collegato i due procedimenti. È una domanda di legalità e buon andamento, non una disputa astratta.

La staffetta territoriale

Nel quadro dell’iniziativa comune del 2CS, Trilly avvia ora la propria tappa territoriale. Ci rivolgeremo agli enti competenti tramite istanze protocollate e accessi agli atti, chiedendo alla Regione e alle ASL la documentazione preparatoria e applicativa: dati inviati al Ministero, ad AIFA o ai sistemi nazionali; atti dei centri regionali di farmacovigilanza; delibere e circolari; istruzioni rivolte alle aziende sanitarie e alle scuole; criteri adottati nei procedimenti che possono incidere sui bambini.

Invitiamo le altre realtà aderenti a fare altrettanto nel proprio territorio. Ogni risposta, diniego, silenzio o documento acquisito dovrà essere condiviso con il Comitato 2CS, così da costruire una mappa nazionale delle prassi regionali. Solo confrontando gli atti sarà possibile capire se le procedure siano uniformi, quali dati esistano, dove siano custoditi e su quali basi vengano assunte le decisioni.

La staffetta non è soltanto un’immagine: è un metodo. Il coordinamento nazionale offre una cornice comune; le associazioni locali raccolgono le evidenze; quanto emerge dai territori ritorna al 2CS e rafforza l’azione di tutti.

Sostenere le famiglie significa pretendere procedure corrette

L’inizio dell’anno scolastico rende questa azione particolarmente urgente. Trilly assiste da anni famiglie che ricevono richieste da scuole e ASL, spesso in un contesto nel quale una comunicazione telefonica, una prassi locale o un’indicazione informale rischiano di essere percepite come un provvedimento definitivo.

Il nostro compito non è invitare i genitori a ignorare la legge né promettere scorciatoie. È aiutarli a chiedere comunicazioni scritte, protocolli, motivazioni, indicazione dell’autorità competente e rispetto dei passaggi previsti. Scuola e ASL hanno funzioni differenti e non possono trasferirsi reciprocamente responsabilità che la normativa assegna in modo distinto.

Per i bambini da zero a sei anni la tutela deve essere immediata, perché i procedimenti possono incidere sull’accesso ai servizi educativi per l’infanzia. L’articolo 3-bis disciplina termini e documentazione e contempla, nelle fasi e alle condizioni previste, anche la formale richiesta di vaccinazione presentata all’ASL. Non si tratta di un automatismo valido in ogni situazione: ogni caso deve essere valutato sui documenti, evitando interpretazioni sommarie e pretendendo risposte formali.

Obbligo e consenso informato non sono la stessa cosa

La presenza di un obbligo di legge non cancella il consenso informato. Al contrario: proprio perché ci troviamo di fronte a un obbligo sanitario trasversale e generalizzato, lo Stato ha il dovere inderogabile di garantire la massima trasparenza al cittadino. Quando un trattamento viene imposto per legge, vincolando persino l’accesso ai servizi educativi, la chiarezza inequivocabile sui dati di sicurezza, sulle coperture epidemiologiche e sull’intero iter decisionale non è una benevola concessione istituzionale, ma un vincolo stringente che grava sulle amministrazioni. Non può esistere imposizione democratica senza totale accessibilità ai dati che la giustificano.

La Corte costituzionale, nella sentenza n. 14 del 2023, ha chiarito che, anche in presenza di un obbligo vaccinale, l’informazione deve essere completa, aggiornata e comprensibile e che il consenso autorizza la materiale inoculazione. La persona può adempiere oppure non adempiere, assumendo in quest’ultimo caso le conseguenze stabilite dall’ordinamento.

Per un minore, il consenso è espresso da chi esercita la responsabilità genitoriale. Per questo non può essere ridotto a una firma formale: presuppone la possibilità di conoscere, porre domande e ricevere informazioni adeguate. La mancata pubblicazione di un rapporto non rende automaticamente illegittimo ogni consenso; rende però pienamente legittima la domanda su quali informazioni aggiornate siano disponibili e vengano comunicate alle famiglie.

L’obiettivo immediato che oggi unisce tutte le realtà aderenti al Comitato 2CS è preciso: rendere conoscibili gli atti, verificare i dati, pretendere procedure trasparenti e impedire che eventuali carenze dell’amministrazione ricadano sui bambini e sulle famiglie.

Questo passaggio territoriale è il naturale moltiplicatore di forza della diffida del 2CS. Non ci limitiamo a sostenerla, ma la blindiamo trasformandola in un’azione operativa incalzante in ogni singola Regione.

Un solo percorso, in ogni Regione

Comitato di Scopo 2CS ha consegnato il primo testimone. Trilly lo raccoglie e porta la richiesta di trasparenza presso Regione, ASL e istituzioni locali. Le altre associazioni potranno fare lo stesso, condividendo poi con la rete nazionale quanto acquisito.

La forza di questa iniziativa risiede proprio nell’unità: ogni realtà custodisce il proprio territorio, ma nessuna agisce da sola. È così che una diffida nazionale può diventare una grande azione civile e istituzionale per la legalità, l’autodeterminazione e la tutela dei bambini.

Paola Persichetti Presidente dell’Associazione Trilly – La gente come noi APS Associazione aderente al Comitato di Scopo 2CS