Comunicato Stampa – Una videochiamata negata alla vigilia della scuola: Mamma Laura ancora costretta ad “elemosinare” un contatto con suo figlio
Il piccolo torna sui banchi l’8 settembre 2026. La madre chiede soltanto di poter recuperare una videochiamata non effettuata. Ma dalla ULSS 2 Marca trevigiana continuano ad arrivare silenzi e rinvii. Ed i nonni materni attendono ancora una risposta da un mese sulla richiesta di ampliamento degli incontri.
C’è una data che dovrebbe parlare di futuro, di emozioni e di normalità: 8 settembre 2026, primo giorno di scuola.
Per Mamma Laura, invece, quella data è diventata l’ennesimo simbolo di una battaglia estenuante per ottenere ciò che dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo: poter parlare in videochiamata con suo figlio.
La richiesta è stata messa nero su bianco più volte; dopo una videochiamata del 17 agosto 2026 durata appena un minuto a causa delle ostacolanti condotte paterne, la madre chiede che quel tempo venga recuperato ed insiste affinché il recupero venga fissato il 7 oppure l’8 settembre, proprio a ridosso della ripresa scolastica. La sua ultima diffida, datata 3 settembre 2026 ed indirizzata ai vertici della ULSS 2 oltre che agli operatori sociali incaricati, parla espressamente della necessità di consentire al minore «un momento di contatto e di scambio d’affetto con la propria madre in occasione del primo giorno di scuola».
Una richiesta che ormai assomiglia ad una vera e propria elemosina affettiva: chiedere, sollecitare, diffidare, aspettare. E poi ricominciare.
Eppure non si sta chiedendo un privilegio, si sta chiedendo di recuperare un tempo di relazione già previsto e non fruito; il calendario scolastico corre, l’Amministrazione, invece, no.
Già lo scorso 26 agosto mamma Laura aveva formalmente contestato la calendarizzazione degli incontri di settembre, rilevando che la videochiamata di recupero richiesta per il 7 o l’8 settembre non era stata inserita e così aveva espressamente sottolineato che l’8 settembre sarebbe stato il giorno della ripresa scolastica del figlio.
Il 28 agosto scorso la contestazione è diventata una nuova diffida, con cui la madre ha denunciato il mancato riscontro sia sul recupero del 17 agosto scorso sia sui precedenti recuperi di aprile e maggio 2026, nonostante già un anno fa il Tribunale Civile di Treviso avesse ritenuto fondato il diritto materno al recupero.
Infine, il 3 settembre scorso, a soli cinque giorni dall’inizio della scuola, la richiesta torna sul tavolo della Direzione Generale e della Direzione socio sanitaria della Ulss 2 con carattere di urgenza.
Ma perché una madre deve arrivare a diffidare un’Azienda sanitaria per poter recuperare una videochiamata con il proprio figlio?
È questa la domanda che resta sul tavolo.
A questa vicenda si aggiunge anche quella dei nonni materni, costretti a sostenere un lungo viaggio in treno da Roma al Veneto per poter vedere il loro unico nipote una volta al mese per appena mezz’ora; un viaggio lungo centinaia di chilometri per trenta minuti di relazione familiare.
E, ad oggi, resta ancora senza risposta la Pec del 6 agosto 2026, con la quale i nonni avrebbero chiesto ai Direttori Bizzarri e Sforzin un ampliamento degli incontri, mai limitati dall’Autorità giudiziaria.
Ma c’è un altro elemento che mamma Laura contesta con forza: i Direttori della ULSS 2 Bizzarri e Sforzin continuerebbero a non dare seguito neppure alla richiesta di un confronto da remoto direttamente con loro; è proprio l’istituzione chiamata a gestire una situazione familiare delicatissima a lasciare l’intera famiglia materna davanti ad una porta che non si apre.
E non si tratta, sostiene Mamma Laura, di una semplice questione organizzativa; mamma Laura parla di una situazione che considera una forma di violenza istituzionale, perché — nella sua prospettiva — il problema non sarebbe più soltanto ciò che accade nei rapporti familiari, ma anche ciò che l’istituzione fa, non fa o lascia irrisolto.
Una definizione che fotografa la radicalità della denuncia della madre, che accusa l’Amministrazione di trasformare il silenzio e le scelte organizzative in un ostacolo concreto alla relazione con il figlio.
E pone un principio semplice quanto dirompente: il rapporto di un bambino con la propria madre e con la famiglia materna non dovrebbe dipendere dalla disponibilità, dalla convenienza o dalla burocrazia di chi deve garantirne l’attuazione.
Resta allora una domanda, tutt’altro che secondaria: in questa vicenda quanto pesano le parole che sarebbero state pronunciate circa un anno fa dall’allora direttore del Consultorio familiare di Mogliano Veneto, G. D. R., nel corso dei colloqui con il padre del minore?
Parole che non possono essere archiviate come una semplice esternazione dettata dalla concitazione del momento: «Signor X., io sono passibile di denunce, capisce!!». E ancora: «Signor X., la signora [Laura] in questo momento è al telefono, sta chiamando il Direttore generale ed io sono in evidente difficoltà, non so come giustificarmi, non so quello che riuscirò a fare».
Dichiarazioni che fanno emergere un interrogativo preciso ed inquietante: perché un dirigente di un servizio pubblico avrebbe manifestato una simile preoccupazione? Che cosa stava accadendo all’interno del Consultorio in quel momento? E soprattutto: chi stava esercitando pressioni su chi?
Sono domande che non possono essere liquidate con il silenzio o ricondotte ad una mera questione organizzativa, perché quelle parole raccontano molto più di un momento di difficoltà personale di un dirigente e sembrano essere la spia di una vicenda istituzionale ben più complessa, nella quale decisioni, responsabilità e rapporti di potere meritano di essere ricostruiti fino in fondo.
E proprio qui si apre il capitolo che, finora, sembra essere rimasto senza risposta: che cosa è accaduto dopo quelle telefonate, quali decisioni sono state assunte e, soprattutto, perché oggi, a distanza di un anno, la richiesta di un confronto diretto con i vertici della ULSS 2 continua a non trovare risposta?
Mamma Laura non chiede una concessione straordinaria, chiede solo che venga recuperato un tempo di relazione che non è stato fruito. E lo chiede prima che il figlio torni a scuola, perché quel primo giorno è un momento semplice e prezioso: la voce della mamma, un saluto, un “in bocca al lupo”, un gesto d’affetto.
E allora resta una domanda, impossibile da eludere: quante Pec deve ancora scrivere una madre prima che una videochiamata con suo figlio smetta di essere trattata come una pratica amministrativa e torni ad essere riconosciuta per ciò che è, ovvero un rapporto umano?
Dott.ssa Lavinia Nera

