di Armando Manocchia – Partiamo dal concetto che un individuo in stato di alterazione non è un aggressore da neutralizzare, bensì un paziente da aiutare che necessita un intervento d’emergenza.
La sua morte è diventata uno dei casi più discussi dell’ultimi giorni in Italia.
La causa della morte di questa persona è sostenuta da fondamenti scientifici ed è riconducibile a un meccanismo di asfissia da contenzione fisica, con un ruolo cruciale nell’intervento della Polizia e dei Sanitari.
Ricostruire la sequenza degli eventi è fondamentale per comprendere dove si origina la morte del marocchino.
Siamo al Pilastro di Bologna dove un uomo dà in escandescenze. Alcuni vicini segnalano la cosa alla Polizia che allerta il 118. La Polizia interviene e arrivano anche i sanitari. Secondo quanto riportato dai giornali, l’uomo, in preda all’agitazione avrebbe reagito con dei pugni contro la volante prima di essere bloccato. Pochi minuti dopo essere stato immobilizzato, Fakir muore.
La Procura di Bologna ha disposto un sequestro probatorio della salma ed ha avviato un’indagine. L’autopsia chiarirà ciò che appare scontato e cioè che la causa del decesso è da attribuire ad un’insufficienza cardiorespiratoria.
Ci domandiamo: visto che l’aggressività di questo soggetto era solo verso la volante e non verso se stesso, verso i poliziotti o verso altre persone, cosa giustifica quella vergognosa immobilizzazione che ne ha provocato la morte?
Ciò che ha provocato il collasso cardiorespiratorio è il risultato di una condizione collegata alle errate modalità dell’intervento. Non v’è alcune dubbio. E questo non vuol dire che la colpa è dei poliziotti.
La colpa – lo dico subito così sgombriamo il campo da illazioni gratuite – è delle modalità di approccio a questi casi. E il motivo è che manca la formazione. Ove ce ne fosse bisogno e laddove fossero formati, per immobilizzare una persona bastano due dita. E se viene immobilizzato in quel modo con 35° all’ombra, non puoi tenerlo prono sull’asfalto o sulla pietra dove i gradi raddoppiano e con il peso e la pressione di due persone sul corpo.
Anche un bambino capisce che non può respirare e rischia di morire in pochi minuti.
Siccome le tecniche ci sono, mi domando: i poliziotti non le sanno o non le hanno applicate?
Ma cazzo. Il fermato che vuoi mettere ‘in sicurezza’ a terra, non lo puoi mettere prono, lo devi mettere di profilo, non te lo ha mai detto nessuno? Di profilo una spalla e un braccio sono bloccati automaticamente dalla posizione e tu devi intervenire solo sull’altra spalla per rendere il braccio disponibile ai sanitari – anche senza il medico – per una iniezione di sedativo. E tutto si appiana. Sedativo, non da non confondere con un TSO del quale sono un acerrimo nemico.
La mancata de-escalation è un aspetto critico che riguarda la gestione iniziale della persona alterata. La de-escalation è il principale strumento per ridurre la tensione e la percezione di minaccia, abbassando l’attivazione del sistema nervoso simpatico e quindi il consumo di ossigeno. L’assenza di questa fase espone la persona a uno stato di stimolazione continua, aumentando ulteriormente il fabbisogno metabolico.
La coercizione fisica te la devi dimenticare. Se su una condizione già compromessa si aggiunge la fase della contenzione fisica, il contatto e la restrizione dei movimenti sono percepiti come ulteriori minacce, intensificando la reazione difensiva e il consumo di ossigeno proprio quando vi è una minore capacità del corpo di procurarselo. Esattamente come è successo.
La posizione del corpo: questo è l’aspetto tecnico centrale della morte di Fakir. Il fermato mantenuto in posizione prona, con la testa e gli arti immobilizzati e il peso e la pressione sul dorso di due persone equivale a sopprimerlo.
Bisogna sapere che da un punto di vista meccanico, l’espansione della gabbia toracica necessaria alla respirazione viene ostacolata, causando una diminuzione dell’efficacia della ventilazione, mentre il fabbisogno di ossigeno resta elevato per via dell’agitazione, della resistenza e delle urla che non ha risparmiato.
L’uomo fermato al Pilastro è morto per “asfissia da contenzione”, punto. E’ un concetto presente nella letteratura medico-legale internazionale: l’asfissia da posizione o constraint asphyxia, una forma di asfissia meccanica che avviene quando modalità di contenzione fisica limitano la ventilazione in presenza di un incremento della domanda di ossigeno. Si tratta di un fenomeno ben documentato, dove la morte non avviene per una lesione traumatica evidente ma per un progressivo fallimento respiratorio.
Il mio punto di vista, è che colpevoli sono le modalità applicate. C’è stato un uso delle tecniche di contenimento errate e sproporzionate rispetto alla situazione presentatasi.
Come si fa a non capire che in situazioni di delirium, l’approccio non è quello di aggredire ma di soccorrere? Questo principio-guida che pone la de-escalation è il primo e più importante strumento per gestire soggetti in stato di agitazione acuta. In queste condizioni, indipendentemente dall’origine che può essere tossica, psichiatrica o mista, un individuo non è un aggressore da neutralizzare, bensì un paziente da aiutare che necessita un intervento d’emergenza.
Questo principio si applica in qualsiasi pronto soccorso o reparto di psichiatria: la priorità è stabilizzare fisiologicamente il paziente, piuttosto che esercitare un contenimento coercitivo fine a sè stesso. La de-escalation riduce l’attivazione del sistema limbico, in particolare dell’amigdala, e attenua la risposta adrenergica, descrivendo un meccanismo neurobiologico conosciuto: meno stimoli percepiti come minacciosi portano a una minore attivazione del sistema nervoso simpatico, riducendo il consumo di ossigeno e aumentando le possibilità di recuperare il controllo comportamentale.
Inoltre, un corpo già carente di ossigeno a causa dell’iperattivazione adrenergica non può sopportare ulteriori carichi meccanici sulla funzione più critica in quel momento: la respirazione.
Questa prospettiva clinica, individua un meccanismo fisiopatologico coerente, ovvero l’incremento della domanda metabolica di ossigeno combinato con la riduzione meccanica della capacità ventilatoria, che da tempo nella letteratura scientifica è riconosciuto come potenzialmente fatale.
Queste esperienze hanno effetti che perdurano oltre l’evento acuto, influenzando negativamente la famiglia, le relazioni e la salute mentale di chi rimane.
È cruciale adottare un approccio realmente informato sul trauma, non solo nella cura ma anche nella formazione degli agenti e degli operatori sanitari che affrontano situazioni di crisi.
Agenti e operatori sanitari formati, potrebbero riconosciere tempestivamente i segnali di una crisi clinica ed eviterebbero tragici epiloghi.
Armando Manocchia

