INTERVISTA VIA E-MAIL AD ANDREA PEDRINELLI, GIOVEDI' 4 GENNAIO 2007 (a cura di Luca Balduzzi)
La spiritualità è un tema su cui hanno scritto e continuano a scrivere sia cantanti credenti che -e forse ancora di più- non credenti. Da che cosa secondo lei si viene (inevitabilmente?) attirati verso questo argomento?
Giorgio Gaber definiva il cantautore come un artista “che possiede un mondo da raccontare”. Condivido molto questa definizione, a prescindere dallo stile che poi l’artista in questione adotta. E se si ha un mondo dentro, da esprimere, credo sia impossibile pensarlo senza l’aspetto della spiritualità, che –in un modo o nell’altro- fa parte del vivere. Tanto che ne hanno parlato credenti e non credenti, e si sono interrogati sul senso di un “Oltre” artisti quanto mai lontani per caratteristiche e scelte: come, per dire, Renato Zero o Francesco Guccini. Un cantautore che non ne parla forse non è un vero cantautore, almeno nell’accezione gaberiana: non ha un mondo compiuto su cui riflettere. Nel caso di Gaber, la vicenda è però più complessa. In parte perché Gaber non è stato “solo” un cantautore, ma pure un attore, un regista, un uomo di teatro, e la sua arte era formalmente e contenutisticamente inedita. In parte perché caposaldo della riflessione sua (e di Luporini) è sempre stato il partire dalla realtà di ogni giorno. Eppure è stato inevitabile anche per lui, che aveva forti ideali etici di riferimento, sviluppare la riflessione sulla realtà fino a portarla su piani diversi. Ed infatti nell’amore ad un certo punto ha cercato “l’Amore” con la maiuscola (già nel 1973) o “un’altra qualità dell’amore”, nella politica cercava “l’essere politici” come diverso (e superiore) rispetto al “fare politica”, nella società ricercava un uomo, potrei dirle, “vero”, come cantò in Se ci fosse un uomo, l’ultimo pezzo che ha inciso. E paradossalmente proprio nell’incontro con la realtà più cruda e rimossa, eppure più inevitabile, cioè quella della sofferenza e della morte, ha intravisto addirittura un “altro reparto dell’amore”: cioè un “Oltre” con la maiuscola. Di cui “non sapeva dire”, che non possiamo sapere se trovò la sua adesione, ma che ha visto e cantato. E dal brano Gildo in poi, intendendo quel pezzo come la presa di coscienza di una dimensione ulteriore del reale come facente parte del reale stesso, Gaber fu portato sempre più ad alternare la denuncia e l’invettiva a riflessioni filosofiche sul senso del vivere. Non credo sia un caso se la sintesi finale che ci ha lasciato del suo pensiero sia stata nelle parole “Non insegnate ai bambini / ma date fiducia all’Amore / il resto è niente”. Che ci abbia creduto o no non è dato saperlo, ma un “Oltre” l’ha scorto: ed ai Valori con la maiuscola si è affidato, proprio perché comprese che solo da essi poteva rinascere in modo serio la vita dell’uomo nella realtà quotidiana, anche nel rapporto di coppia o nell’agone politico. In sintesi, credo sia inevitabile affrontare il tema della spiritualità nella misura in cui si è uomini veri -prima ancora che artisti completi-; certo Gaber l’ha fatto in modo spiazzante e molto “umano”, ben oltre la pur importante poeticità dei testi di altri suoi “colleghi” cantautori
Quali sono le principali tappe della nascita e dell’evoluzione del Teatro Canzone? Negli anni precedenti all’incontro con Sandro Luporini sono presenti tematiche o stili che possono considerasi come “propedeutici” alla formazione del Teatro Canzone?
Prima del debutto teatrale nell’autunno del 1970 Gaber e Luporini si conoscevano già e già avevano avuto modo di scrivere molto, insieme. Diciamo che il Gaber del periodo 1967/1969 era già un Gaber vicino alla libertà assoluta di pensiero che avrebbe poi marchiato il Teatro Canzone: a Sanremo cantava un brano di finta ironia contro le convenzioni “borghesi” (E allora dai), il lato B di quel pezzo era un’invettiva feroce (Ma voi ma voi ma voi), nell’Lp L’asse d’equilibrio non solo inserì brani che avrebbero fatto parte dei suoi primi lavori teatrali (La Chiesa si rinnova, Eppure sembra un uomo), ma addirittura in Suona chitarra cantava un manifesto del proprio futuro. “Se potessi cantare davvero / canterei veramente per tutti / canterei le gioie ed i lutti / e il mio canto sarebbe sincero”. Inoltre, la sua televisione -soprattutto i programmi con Umberto Simonetta, penso a Canzoniere Minimo- era colta e coraggiosa (nonché censurata più volte…). Certo, come diceva sempre Suona chitarra, doveva “fare per forza il pagliaccio”. E ad un certo punto la sua esigenza di libertà si scontrò definitivamente con i meccanismi commerciali di discografia e televisione, e lo portò al teatro.
Il Teatro Canzone glielo potrei sintetizzare in quattro momenti, fermo restando che si tratta di un linguaggio: inedito, strettamente “teatrale” (la musica è in funzione dell’unità dello spettacolo, niente a che vedere con un recital o un concerto da cantautore), legato all’attualità su cui si vuole riflettere, sempre centrato su testi e fisicità dell’attore (senza cioè le malie di luci, regia, costumi…).
1970-1975: Gaber affina la “forma” del Teatro Canzone, passando dal recital con prosa (Il Signor G) al dialogo con voce fuori campo (Dialogo tra un impegnato e un non so) al vero Teatro Canzone di canzoni e monologhi (primo esempio, Far finta di essere sani). Contenutisticamente la riflessione sull’uomo è ancora alternata a forti prese di posizione “politiche”, legate alla sua adesione agli slanci -soprattutto etici- del Sessantotto.
1976-1982: Sono gli anni del dolore e dell’amarezza perché Gaber prende coscienza che nella realtà pochi hanno applicato gli ideali del “Movimento” sessantottino. Qui nascono i suoi spettacoli più crudi, feroci ed ovviamente criticati. Però Gaber continua anche a cantare che il capitalismo non è una risposta, che l’uomo è un valore, ed inizia ad interrogarsi su temi più filosofici (pensi a brani come Il dilemma sulla fedeltà a se stessi, o Gildo sul senso del vivere).
1983-1991: Gaber si occupa per lo più di prosa pura, forse non c’è molto da dire sulla realtà “di plastica” degli anni Ottanta. L’unico spettacolo dell’epoca, Io se fossi Gaber, è meno furente dei precedenti però smaschera la massificazione -oggi diremmo l’omologazione- incombente. E il suo distacco dall’ideologia per guardare al recupero degli ideali chiude il periodo, nella toccante e profondissima, nonché dolorosa, Qualcuno era Comunista.
1992-2003: Tutti gli spettacoli dell’ultimo Gaber, ed anche i dischi La mia generazione ha perso e Io non mi sento italiano, sono riflessioni lucide, a tratti ironiche a tratti disperate, sulla decadenza dell’uomo e della società. Ed in tutti questi lavori Gaber però chiude con tracce di speranza, indicando nell’uomo quelle che chiamava “potenzialità illimitate” e che invitava a far riemergere. Basta scorrere i contenuti dei brani di chiusura dei lavori di quegli anni: Io come persona, Una nuova coscienza, Se ci fosse un uomo. Per non parlare del riscatto intravisto anche nella forte invettiva contro Il mercato e nelle ultime parole, quelle di Non insegnate ai bambini
Quando si cerca di interpretare i riferimenti presenti nelle canzoni di qualsiasi cantante, o il loro stile di scrittura/di interpretazione, qual è il limite tra un resoconto obiettivo e una libera associazione/interpretazione dell’ascoltatore?
L’oggettività non esiste, è un ideale irraggiungibile. Credo che il nostro dovere di giornalisti, anche esercitato in un libro, sia l’onestà intellettuale del porsi di fronte all’artista e di fronte al pubblico. E dunque, nel mio caso, partire sempre da quanto Gaber ha detto, scritto, cantato e far sì che fosse chiaro quanto è “mio” e quanto è “suo”. Del resto però uno dei suoi scopi era quello di stimolare la gente a riflettere: io nel libro ho riflettuto con la mia storia, la mia sensibilità, la mia personale cultura: e mi piace in questi mesi il confronto con chi ha letto il volume e magari non sempre si è trovato d’accordo con me. Perché è sempre molto onesto e sereno: evidentemente quello che conta è proprio aver fornito al lettore tutti gli estremi per fare la propria riflessione, cioè testi e parole di Gaber. L’errore più grave che possiamo commettere da giornalisti, in una recensione come in un libro, credo sia quello di giudicare “prima” di ascoltare o leggere, e non “su” quello che abbiamo ascoltato o letto. Anche nelle scuole, dove porto Gaber con i suoi filmati, dico ovviamente la mia nella misura in cui c’è un percorso su cui baso il racconto della sua arte: però proponendo i filmati in cui lui parla, ognuno può crearsi la propria opinione. Tutto sommato questo tema è stato, per me, un altro insegnamento di Gaber: non aver paura di dire quello che si pensa, ma dirlo fornendo sempre tutti i dati perché altri possano anche pensarla in modo diverso
Grazie a questo libro (ri)scopriamo anche alcuni episodi meno conosciuti della carriera artistica di Gaber: la partecipazione ad alcuni film diretti anche da registi famosi (Sergio Citti, Mario Monicelli, Dino Risi, Luciano Salce), la messa in scena/la collaborazione a spettacoli teatrali al di fuori del Teatro Canzone (Aspettando Godot con Enzo Jannacci, Arturo Brachetti, Beppe Grillo), la produzione artistica del 45 giri di debutto di Franco Battiato…
Sì, di tutto questo l’unico lavoro veramente “gaberiano” fu Aspettando Godot, che lo coinvolse come uomo di teatro: e non è un caso, forse, che negli anni Ottanta di cui le parlavo prima egli abbia per l’unica volta messo in scena un testo non suo, ma di profonda –e drammatica- ricerca del senso della vita… Evidentemente era un’esigenza forte, questa ricerca, che poi sfociò nel suo Teatro Canzone dell’ultimo decennio. Il resto mi è piaciuto inserirlo perché credo che fosse giusto, dopo aver lavorato tre anni a questo libro, dare spazio anche a qualche curiosità e a qualche statistica. Penso sia una piccola marcia in più del lavoro ed un modo ulteriore di valorizzare Gaber: che non amava il cinema ma poi sul grande schermo era apprezzato dai critici, che aveva la bontà ed il coraggio di aiutare altri artisti ad affermarsi o confermarsi. E che non rifiutò mai per snobismo qualcosa, come conferma il suo duetto con Anna Oxa; semmai, rifiutava per pudore…
Il libro “svela” anche che Gaber sognava e stava concretamente preparando un ritorno al teatro, con la serie di monologhi Io quella volta lì avevo 25 anni…
Ho avuto la fortuna di leggere quel dattiloscritto, che mi auguro trovi presto qualcuno voglioso di metterlo in scena. C’è il Gaber del periodo che sopra ho definito con gli anni 1992/2003, molto “filosofo”, forse un po’ amaro, ma con la voglia sempiterna di ritrovare gli “slanci” di partenza e dar loro nuova concretezza. E c’è, in quel testo ancora di più che in altri lavori che ha fatto in tempo ad incidere o scrivere, un continuo riferimento al “mistero” del vivere. Si andava precisando, insomma, nella sua maturità, un affinamento sempre maggiore di quella “fede laica” nell’uomo che è il fulcro della mia riflessione e che egli segnalò -in una delle sue rare interviste- come punto di riferimento del proprio lavoro. Non ci sono risposte, quelle semmai le ha lasciate nelle parole di Non insegnate ai bambini. Ma in Gaber non ci sono mai vere risposte: ci sono dubbio, riflessione, scuotimento delle coscienze. E, soprattutto, proposte. Ritengo quel testo un bell’esempio di teatro contemporaneo, che può stimolare riflessioni nella gente: e siccome non condivido l’idea di chi dice “senza Gaber, Gaber non è rappresentabile”, mi auguro venga rappresentato. Servirà alle nostre coscienze, credo: come a suo tempo sono serviti Io se fossi Dio o, per quelli della mia generazione, Il grido
Il libro individua l’erede di Gaber in Giulio Casale… ci sono stati “adattamenti” nella forma del Teatro Canzone da lui adottata rispetto a quella di Gaber, o esistono direzioni in cui si potrebbe permettere di spingersi per rendere il Teatro Canzone più “attuale” ai nuovi modi di intendere e di fare musica e teatro?
Se si adattasse il Teatro Canzone, non sarebbe Teatro Canzone… Mi spiego: nel momento in cui si accetta questo linguaggio come forma d’arte in sé, va preso con le sue caratteristiche. E’ però chiaro che Gaber aveva un proprio modo di recitare e di comporre: ebbene, proprio nelle potenzialità diverse in questi due campi di nuovi interpreti si può “attualizzare” il Teatro Canzone, oltre che nei contenuti, ovvio, essendo “riflessione sulla realtà”. Ma lo schema che le spiegavo prima deve restare lo stesso, altrimenti si fa dell’altro, non Teatro Canzone. Molti dicono di farlo, Casale è l’unico che lo fa e ci riesce proprio perché non cambia lo schema. Altri fanno concerti con momenti parlati, cabaret-canzone, recital con recitazione di poesie (o fiabe…); Casale, nel suo Illusi d’esistenza, faceva Teatro Canzone. Ogni brano era legato agli altri in un discorso teatrale unitario che, fra musica e prosa, portava –in un’atmosfera di pura evocazione- a riflettere sulla realtà di oggi, nello specifico di Casale sullo smarrimento dell’uomo in una società omologata, vuota e violenta. Certo, se per Gaber fu difficile imporsi, per Casale sarà difficilissimo: anche perché il teatro è meno vivo di quanto non lo fosse nel 1970. Però tentare credo sia importante, soprattutto se si hanno le carte in regola per farlo. Forse anche alcune band (penso ai La Crus, ai Marlene Kuntz) od altri solisti (mi viene in mente Susanna Parigi, che qualcosina di simile ha già fatto) potrebbero trovare in questo settore artistico un modo di far valere le proprie caratteristiche uscendo dagli schematismi della discografia. Che, fra l’altro, è messa male pure lei, quindi, tentar non nuocerebbe… Ma non cadiamo nella trappola del dover “rinnovare” o “sperimentare” per forza: il Teatro Canzone, che Gaber e Luporini pudicamente definivano “vecchio quanto il mondo”, è una forma artistica di denuncia e riflessione semplicissima, in fondo, che fa dei testi e del modo di proporli la sua forza. Sperimentazioni estetiche o musicali non gioverebbero a quel linguaggio come tale, anche se magari farebbero bene al marketing dell’artista che volesse cimentarvisi!!!