INTERVISTA VIA E-MAIL A LIDIA BRAMANI, MARTEDI' 26 DICEMBRE 2006 (a cura di Luca Balduzzi)
Quando è cominciato l’avvicinamento di Mozart alla Massoneria?
Nonostante sia stato spesso sostenuto, in modo un poco frettoloso e superficiale, che Mozart aderì alla Massoneria tardivamente e /o distrattamente (chi ha detto per interesse -ma quale, visto che non ricevette nulla in cambio?- chi per caso o addirittura di malavoglia), in realtà il musicista ebbe contatti con esponenti importanti di quella corrente di pensiero -oltre che associazione più o meno segreta- fin da ragazzo. Mozart coltivò infatti fin dall’adolescenza una rete di interessi, che, pur crescendo e addensandosi, si mantenne dentro una trama dotata di solida struttura interna. Un esempio è dato dal tema dell’Oriente mitico, che, al di là del suo essere molto alla moda, si arricchisce -nel corso di una lunga sedimentazione- di valenze etiche di matrice massonica. Mozart ne svilupperà i germi in modo originale: dalla lettura delle Mille e una notte (uno dei tanti semi da cui sboccerà Così fan tutte), che risale al suo soggiorno in Italia nel 1770, ai lavori di sperimentazione graduale di un’opera nazionale tedesca con Semiramis, Thamos, Zaide e, più avanti, Il ratto dal serraglio.
Due cori composti nel 1773 confluiranno nelle musiche di scena del Thamos di Gebler, dimostrando che l’adesione di Mozart alla massoneria, alla fine del 1784, è da guardare come il punto d’arrivo di un lungo processo di assimilazione. Nel dramma eroico Thamos, König von Aegypten di Gebler, cui Mozart si accostò a più riprese fin dagli anni Settanta, il reiterato richiamo al garantismo giuridico è tutt’uno con l’aspirazione alla libertà individuale. Ed è quanto si chiarirà in Così fan tutte: chi opera nel sospetto dell’altro -tra cittadini, tra amici, tra amanti- è a priori in malafede. L’inganno (quello di Ferrando e Guglielmo, della fiducia, non dei sensi) non è ammesso, come non è ammessa la sentenza in assenza di prove inconfutabili. L’utopia che informa Thamos si ripresenta, sul piano collettivo ne La clemenza di Tito e su quello esistenziale (indagato come geometria chimico-affettiva) in Così fan tutte.
Si è riconosciuto in Thamos un antecedente del Flauto magico, anche per i molti aspetti comuni (la presenza della luce e del sole, della dea Iside e del dio Osiride, dei sacerdoti egiziani e in generale del mito orientale) con una delle fonti del capolavoro massonico mozartiano: Sethos, dell’abate lionese Jean Terrasson. Dai due ragguardevoli volumi di cui consta l’originale (Séthos. Histoire ou vie tirée des Monumens anecdotes de l’ancienne Egypte traduite d’un Manuscrit Grec), Gebler estrapola alcuni temi, mentre altri confluiranno direttamente nella Die Zauberflöte. Ritroveremo echi e frammenti di questo esoterico cammino in diverse opere di Mozart: si pensi alle platoniche statue animate, che Terrasson colloca nella sala adibita alla scultura del tempio di Menfi e il cui metaforico movimento confluirà nella densa simbologia legata al convitato di pietra in Don Giovanni.
Gebler, come Terrasson, collega il mito dell’Egitto a quelli dell’antica Grecia: dopo Apollo et Hyacintus su testo latino, ecco Mozart alle prese con un altro dramma intriso di classici. L’abate Terrasson era infatti un erudito noto per avere tradotto in francese la Biblioteca di Diodoro Siculo, l’enorme storia universale (dalle origini al 59 a. C.) pubblicata in sette volumi tra il 1737 e il 1744 - cui molto devono anche Re pastore e Il flauto magico.
Naturalmente non è questa la sede dove poter citare o riassumere la quantità immensa di contatti, diretti e indiretti, che Mozart ebbe con la Massoneria nel corso di tutta la sua vita. Ho cercato di raccogliere una massiccia documentazione nel mio libro Mozart massone e rivoluzionario
Cosa significava per Mozart appartenere alla Massoneria?
Per il compositore si trattava di partecipare, con piena consapevolezza e con entusiasmo, all’elaborazione di un progetto collettivo di tipo etico, religioso, esoterico, politico, artistico, intellettuale, umanistico. Mozart era in stretta relazione con un’intellighenzia progressista e aperta, assai viva soprattutto nella Vienna degli anni Ottanta e strettamente connessa con gli ambienti massonici, che coinvolgeva medici come Mesmer, scienziati come Oetinger e Born, giuristi come Sonnenfels, scrittori come Wieland, Blumauer e Pezzl, ideologi e industriali come Ziegenhagen. Nell’ardore massonico mozartiano si annida l’idea di un rispetto profondo dell’ambiente, degli animali, dell’equilibrio ecologico. Senza nulla spartire con un concetto strumentalizzato di “naturalità”: è “naturale” che la donna sia in un modo e l’uomo in un altro, è “naturale” l’eterosessualità, è “naturale” la scansione in generazioni chiuse nei loro cliché, è “naturale” questo tipo di erotismo e non quell’altro. La naturalità, nel Diogene di Wieland, uno dei testi che Mozart conservava nella sua biblioteca (e Wieland, stimatissimo, viene spesso citato nell’epistolario) diviene anti-naturalità rispetto alle convenzioni che si arrogano il falso diritto di ispirarsi, per l’appunto, alla natura.
Come in Nathan il saggio di Lessing, l’utopia massonica che insegue l’obiettivo di un’esistenza prolungata si affianca a un altro tema di grande attualità e già vivo nell’estetica mozartiana: la fusione e il superamento dei tre monoteismi in una cosmopolita spiritualità. Le cantate massoniche e opere come Thamos, Il ratto dal serraglio, La clemenza di Tito prospettano concretamente ciò che i libri cari a Mozart teorizzano: la possibilità di vivere in un contesto nel quale ognuno sia considerato esclusivamente per ciò che è, non per ciò che ha, per ciò che rappresenta o per ciò in cui crede. Potremmo meglio capacitarci del perché modi di porsi che oggi parrebbero dettati da mode (dall’anelito a una sacralità orientale al bisogno di un diverso rapporto tra il corpo e la mente) non debbano necessariamente contrastare con la lotta per una società più giusta. Lotta tanto più radicale ed efficace in quanto moderata, tanto più decisa perché non inutilmente esasperata, ferma nel rifiutare la violenza e la polemica ad oltranza, ma propensa al dialogo.
Studiare a fondo Mozart può aiutarci a valutare il dilagare di pratiche e dottrine quali la teosofia, le medicine e le terapie psicologiche alternative o la meditazione, come indizio di aspirazioni e aspettative da comprendere e da indirizzare. Comunque non liquidabili con snobismo intellettuale. La rielaborazione personale della tradizione esoterica, da parte di Mozart e attraverso gli alti strumenti della sua arte, può forse suggerirci un atteggiamento meno superficiale nei confronti di tutto il patrimonio alchemico
Pur avendo abbandonato la composizione della Messa in do minore nel momento della sua adesione alla Massoneria, e non avendo più composto musiche da Chiesa fino a sei mesi prima della sua morte, si può parlare di allontanamento in maniera definitiva dal Cristianesimo?
Mozart era cattolico e massone, era religioso e anticlericale, come ferocemente anticlericali sono numerosi testi della sua biblioteca. E lo stesso epistolario ci mostra come Mozart e il padre fossero in contatto con correnti antipapiste anche ai tempi di Salisburgo e dei viaggi europei, prima quindi dell’iniziazione massonica ufficialmente avvenuta dal 1785. La religiosità del filosofo Mendelssohn (del quale Mozart possedeva il Fedone o dell’immortalità dell’anima, una rilettura del dialogo di Platone), si nutre dello stesso panteismo che aveva alimentato la filosofia di Giordano Bruno. La sua complessa concezione rappresenta uno dei tanti ingredienti di quella corposa miscela di ideali -particolarmente vicina all’illuminismo tedesco, per certi aspetti più tollerante di quello francese- che Mozart filtra e ci restituisce distillata. Una fede insofferente di dogmatismo dottrinario ribadisce il diritto alla felicità mondana e il conseguente dovere di lottare contro le ingiustizie. Occuparsi di dio, per Mozart, significa occuparsi dell’uomo, assumendosi la responsabilità del suo benessere sulla terra. D’altro canto, prendersi cura dell’uomo significa dargli la possibilità di occuparsi di dio, poco importa se cristiano, ebreo, pagano o buddista. La libertà di culto è più volte auspicata nelle cantate massoniche mozartiane
In che modo la visione del mondo personale di Mozart si allontanava da quella della Massoneria e dell’Illuminismo?
Più che di allontanamento parlerei di rilettura personale. Il che è riconducibile, da un lato alla sua individuale, artistica e umana rielaborazione di ideali comuni, dall’altro al suo legame con la storia e la situazione in Austria. Nella concezione di Mozart vi erano aspetti divergenti e aspetti comuni rispetto alle correnti progressiste francesi.
Dal punto di vista politico, ad esempio, Mozart era vicino alle tendenze dell’Illuminismo austriaco e lombardo: la nobiltà -di cui non si contestava l’esistenza- era chiamata a giustificare la sua funzione di guida, assumendosene in pieno le responsabilità etiche, economiche, politiche. E’ quanto auspicavano Parini, gli esponenti del Caffé, i fratelli Verri e lo stesso Giuseppe II.
Considerando l’opera di Mozart come un nucleo intorno al quale gravitavano -alimentandole- le ricerche del medico Mesmer, dei filosofi Oetinger e Mendelssohn, del giurista Sonnenfels, del filosofo e fabbricante Ziegenhagen, dell’intellettuale e mecenate van Swieten, degli scrittori Blumauer, Alxinger, Pezzl, Wieland (personaggi con i quali il compositore ebbe rapporti assai stretti o dei quali possedeva e conosceva le opere) notiamo convergenze che si condensano in intuizioni dotate di una loro specifica e irripetibile originalità.
I punti di contatto e le condivisioni di aspettative di questi uomini di cultura disegnano la mappa creativa e ideale di Mozart. In sintonia con le tesi di Mesmer e di Oetinger, Ziegenhagen critica qualsiasi forma di pensiero che mortifichi il corpo.
Insomma, questo materialismo che non nega la spiritualità e questo egualitarismo che pretende di imporsi, anziché con atti violenti, attraverso la costanza, la coerenza, l’impegno individuale e collettivo, lo studio, la cultura e la solidarietà, ha dato del filo da torcere a tutte le chiese, a tutti i dogmi. Al punto da venire sistematicamente, forse inconsciamente, censurato.
Le convinzioni massoniche di Mozart, che incidono sulla sua tarda produzione e in particolare su quella destinata al teatro, non corrispondono del tutto allo spirito illuministico che sfociò nella Rivoluzione del 1789. La repulsione verso ogni forma di violenza, cardine della Clemenza di Tito, segnala una distanza che non è riconducibile a indifferenza.
Mozart era infatti certo che la possibilità di successo di un progetto egualitario non dipendesse tanto dalla violenza della lotta, quanto dalla pervicacia con la quale si fossero perseguiti gli obiettivi prefissi e dalla solidità dei processi di cambiamento messi in atto. In questo senso, l’uso di un testo tratto dalla Giusta armonia del protosocialista Franz Heinrich Ziegenhagen per uno dei suoi ultimi lavori, la Cantata KV619, è chiarificatore
L’iniziazione del padre Leopold e dell’amico Joseph Haydn furono volute e sostenute da Mozart?
Tutto ciò che ho cercato di dimostrare, raccogliendo una mole immensa di dati che ci dicono quanto Mozart aderì profondamente ai principi massonici, conferma il fatto che il compositore partecipasse autenticamente ai riti di iniziazione propri e delle persone a lui vicine come Leopold e Haydn
Quali tra le opere più famose di Mozart (al di fuori del cosiddetto repertorio massonico) contengono tracce più evidenti dell’influenza dei pensieri massonico ed illuminista, e in quali elementi della composizione si possono rintracciare queste influenze?
Anche in questo caso, gli esempi sarebbero moltissimi. Potrei addirittura risalire all’opera giovanile Re pastore, su testo di Metastasio. La tolleranza dimostrata da Alessandro Magno liberando il regno di Sidone da un tiranno e restituendo il trono di un paese occupato al suo legittimo erede, un pastore all’oscuro della sua vera identità, è sostenuta dal richiamo alla necessità di aiutare gli “oppressi” e al valore assoluto di quella “clemenza” alla quale Mozart intonerà il suo massimo tributo nella personificazione di Tito. Il verso metastasiano “sollevar gli oppressi” ritornerà, quasi identico (“giovar gli oppressi”), a sintetizzare il senso della res publica, ne La clemenza di Tito. Nel Re pastore, questo teorema del “buon governo” è formulato da Alessandro, il quale attribuisce a una sfera divina i veri doveri-piaceri di un re, e quindi di uno stato: “Ma sollevar gli oppressi, render felici i regni,/ coronar la virtù, togliere a lei/ quel, che l’adombra ingiurioso velo,/ è il piacer, che gli Dei provano in cielo”.
Determinanti risultano le lezioni che riferiscono questo episodio come realmente accaduto. E tra coloro che esaltarono le virtù di Alessandro vi sono Plutarco e Diodoro Siculo, le cui opere -amata dai massoni- sono fonti tanto per il Télémaque di Fénelon (che Mozart lesse da ragazzino, nel 1770, quando era in Italia), incentrato sul pacifismo e sulla figura di Idomeneo, e per Sethos di Terrasson (che a sua volta chiama in causa il Télémaque nella prefazione) quanto per Thamos e Il flauto magico.
Mi limito a citare la scelta di Mozart che cadde, dopo avere letto e scartato più di cento testi, su Le Nozze di Figaro di Beaumarchais. La commedia popolare inframmezzata da canzoni La folle Journée ou le Mariage de Figaro, scritta nel 1780 e allestita a Parigi nel 1784, gira l’Europa accompagnata dalla nomea di opera giacobina. E' il secondo tassello, dopo Le Barbier de Séville (musicato da Paisiello nel 1782 e destinato al successo dell’opera rossiniana), di una trilogia che Beaumarchais concluderà nel 1792 con La Mère coupable.
Si è molto disquisito su quanto Da Ponte e Mozart abbiano smorzato, se non cancellato, le situazioni graffianti dell’originale.
C’erano i vincoli della censura, dei quali ci riferisce Da Ponte. E le esigenze operistiche non potevano che dare un'altra forma al canovaccio. Se è vero che vengono eliminate le punte di maggiore impertinenza e appare stemperato il clima libertino, la musica non smussa, anzi, amplifica, l'atmosfera rivoluzionaria di Beaumarchais.
La commedia francese, quando Mozart, volendo credere a Da Ponte, ne suggerisce la trasformazione in opera, è universalmente nota per la sua animosità contro l’ancien régime. Figaro non è il solito servo astuto che cerca di avere la meglio sul padrone, ma una personalità in aperta ribellione contro soprusi che ritiene inammissibili. Non sono state intenzionalmente elise alcune pungenti concioni dal testo di Beaumarchais, semplicemente era impossibile trasferirle in un melodramma. Mozart e Da Ponte le condensano, consegnando alla musica l’incarico di approfondirne il senso. La denuncia non viene annacquata, ma restituita a più alto compito dalla destinazione artistica. Bisogna sgombrare il campo dall’equivoco che induce a postulare il disinteresse di Mozart per i risvolti politici della pièce.
Ma discorsi altrettanto attenti e approfonditi andrebbero fatti per l’esperimento alchemico-affettivo e libertario di Così fan tutte o per la fede nel garantismo giuridico che alimenta La clemenza di Tito. Per questo, insisto, bisogna tenere conto di una rete di correlazioni che ho cercato di indagare in dieci anni di studio, nel mio libro, e che ancora mi stanno riservando incredibili sorprese