INTERVISTA VIA E-MAIL A MARCELLO D'ORTA, GIOVEDI' 14 DICEMBRE 2006 (a cura di Luca Balduzzi)
Di Napoli e dei suoi misteri aveva già raccontato ne Il sole ventiquattrore. A spasso per Napoli… che cosa è cambiato con Nero napoletano?
Ne Il sole ventiquattrore, descrivevo una Napoli solare (donde il titolo) e una Napoli buia; la Napoli del “suolo” e la Napoli del sottosuolo, la vita (frenetica) dei suoi abitanti e il senso della morte, così presente nella nostra vita. In Nero napoletano ho privilegiato la Napoli sotterranea, e perciò il libro avrebbe potuto anche chiamarsi Il buio ventiquattrore. Si tratta di un volume che raccoglie tutte le leggende e i misteri della città (a partire dalla sua mitica fondazione) diverso dagli altri che hanno trattato questa materia perché scritto in chiave autobiografica: non un elenco di fatti misteriosi, ma il rapporto che ho con questi fatti misteriosi
Colpisce molto la prospettiva con cui ha raccontato Napoli in entrambi i libri, specialmente pensando che chi nasce e vive in qualsiasi posto generalmente la perde con il passare del tempo, dando “per scontata” una certa caratteristica dei luoghi che lo circondano...
Sono nato a Napoli, a Napoli vivo e a Napoli riposerò in eterno (perché ho da tempo acquistato una nicchia al cimitero di Poggioreale). Descrivo dunque una città che ho davanti tutti i giorni, ne colgo i mutamenti e cerco di interpretarne gli umori. La maggior parte degli scrittori partenopei ha lasciato Napoli, e quando ne parla, spesso lo fa per “sentito dire” o condizionato dalla malinconia e dal rimpianto. Chi però descrive la Napoli del Duemila con accenti marottiani, sbaglia: quella era la Napoli degli anni Cinquanta, una città che (per molti versi) non esiste più. La solidarietà è andata a farsi benedire, il “guappo” è scomparso, come scomparso è il “pazzariello” e altre figure metropolitane rese famose da film o canzoni. Napoli rimane una grande città teatrale, in questo momento più tragica che comica, dove la camorra ha l’ultima parola su tutto
Quali sono le leggende e i personaggi più strani che popolano la storia e le strade di Napoli?
L’elenco è lunghissimo. Si va dalla sirena Partenope (mitica fondatrice della città) al munaciello (folletto domestico che ne combina di tutti i colori) da Raimondo de Sangro (il più celebre alchimista e negromante napoletano) a Eusapia Palladino (famosa spiritista) dagli iettatori per professione alla folla di fantasmi del centro antico…
Il fine del librò è esorcizzare l’ansia e la paura suscitati da questi “misteri” attraverso la comicità e l’ironia… ma un napoletano ha davvero paura o è solo superstizioso?
Napoli convive con la morte da sempre. Forse non c’è città al mondo che può contare più di lei eruzioni di un vulcano, terremoti, epidemie, calamità naturali. E ci fu un tempo relativamente lontano (fine anni Cinquanta del Novecento) in cui il numero dei bambini morti per denutrizione era secondo solo a quello del Terzo Mondo (a tale proposito si legga un capitolo del L’ oro di Napoli di Marotta). A partire dal Seicento (secolo di grandi epidemie, prima fra tutte la peste, che uccise i tre quarti della popolazione) il culto dei morti è vivissimo, probabilmente il più sentito al mondo, e ad esso dedico molte pagine del mio libro. Aggiungiamo i morti ammazzati per camorra (alla fine dell’anno se ne conta circa uno al giorno, e questo da decenni) e capiremo perché il binomio Napoli-morte sia indissolubile. Proprio per questo -paradossalmente- Napoli non teme la morte, essa è di “casa” da noi, e le si porta rispetto. Naturalmente, meglio che si faccia vedere il più tardi possibile, e per questo ecco che si fa ricorso alla pratica della superstizione, credenza che ci viene dal mondo classico, e in particolare dai greci, dai romani e dagli egizi
L’ironia ha accompagnato molti suoi libri fin da speriamo che me la cavo
L’ironia mi viene “naturalmente” dall’essere napoletano (è con l‘autoironia e con la pazienza (la virtù che Marotta definiva l’ “oro di Napoli”) che abbiamo superato -e superiamo- le difficoltà) e poi dai miei studi. Mi sono formato sui romanzi di Dickens, su quelli di Swift, di Cervantes e degli scrittori picareschi spagnoli del XVII sec. Della morte, io, ho una paura tremenda (in questo non sono napoletano) che cerco di vincere proprio facendo uso di ironia, ma devo ammettere: con modesti risultati…
Nella copertina del libro compare Totò… qual è il film o la canzone (perché molti sono gli attori ma altrettanti i cantautori napoletani) che ha raccontato Napoli dalla prospettiva più insolita?
Ne Il giudizio universale (1961) di Vittorio De Sica (soggetto e sceneggiatura di Cesare Zavattini) Napoli crede di vivere il suo ultimo giorno. Una Voce tonante, annunzia dall’alto, che “Alle diciotto ci sarà il Giudizio Universale”. Sulle prime, i napoletani credono ad una trovata pubblicitaria o ad uno scherzo, poi, a mano a mano che le ore passano, si convincono che qualcosa di tremendamente serio sta per accadere. Nei vari atteggiamenti davanti a questa (tremenda) realtà, è sintetizzata l’anima dei partenopei. Ecco, questo mi sembra un film che presenti Napoli in modo originale