INTERVISTA VIA E-MAIL A CHRISTIAN UVA, VENERDI' 20 OTTOBRE 2006 (a cura di Luca Balduzzi)
Jean-Marie Straub ha detto che «Il cinema politico non esiste. Esistono dei film politici. Tutti i film sono politici, ed esistono dei film su soggetti direttamente politici»… quanto questo pensiero si avvicina ai presupposti di base (primo fra tutti il fatto che i film più politici possano essere quelli in cui l’elemento ideologico è implicito) e all’approccio secondo cui avete deciso di scrivere questo saggio?
Sono parzialmente d’accordo con la dichiarazione di Straub. Proprio perché, infatti, tutti i film possono essere considerati politici, ritengo che il cinema politico esista e che il suo territorio d’azione sia molto più vasto di quanto si pensi. Bisogna d’altronde riflettere sulla natura sostanzialmente “politica” di qualsiasi arte ed in particolare di un medium così popolare come il cinema. Convinti di tale presupposto siamo partiti nella ricognizione del cinema popolare, quello cosiddetto “d’evasione”, e non dalla produzione militante e d’autore, molto più facilmente indagabile secondo un’ottica ideologica. La politicità di un’opera cinematografica, del resto, è individuabile nella sua capacità di guardare “fuori”, di fotografare la realtà sociale di un Paese in un determinato momento storico, molto più che in tanti ombelicalismi pseudo-autoriali…
Mi sembra che un altro presupposto del libro sia che il cinema popolare abbia influenzato e raccontato l’Italia tanto, se non meglio, di quanto abbia fatto il cinema impegnato, e quindi meriti la stessa considerazione e livello di analisi…
Per i motivi sopra indicati sono convinto che al cinema popolare debba essere rivolta un’attenzione che finora manca nei manuali di storia del cinema. Ritengo che in passato i rapporti tra questo tipo di produzione e quella colta ed autoriale fossero molto più stretti di quanto si pensi, c’era un fruttuoso scambio di linguaggi e immaginari che oggi è venuto a mancare, per la semplice ragione che un cinema di genere non esiste quasi più (è la fiction televisiva che ne ha preso il posto). Se in passato il cinema popolare e quello autoriale erano ugualmente capaci, pur in modalità del tutto diverse, di calarsi nella realtà socio-politica in cui agivano, negli ultimi vent’anni tale “missione” è rimasta prerogativa quasi esclusiva del cinema d’evasione (vedi i Vanzina) che ha supplito all’incapacità di molti autori di fare realmente i conti con il contesto che li circondava
Quali sono alcuni luoghi comuni che avete cercato di smontare, e quali alcune “verità nascoste” che avete cercato di portare alla luce? Pur nella consapevolezza di non poter scientificamente e definitivamente classificare un genere o una pellicola in un particolare credo politico…
Innanzitutto si è cercato di evitare qualsiasi facile etichettatura (cosa che certa critica ideologica ha fatto in passato) e di dimostrare come ingredienti di colore politico diverso convivano, spesso armoniosamente, in tantissime pellicole di genere e provenienza diversi. Partendo da tale presupposto -profondamente radicato, del resto, nella natura stratificata dell’arte cinematografica- in molti casi si è evidenziato come inevitabilmente una determinata opera potesse pendere più da una parte che dall’altra. Così, ad esempio, si è sottolineato come alcuni dei titoli più rappresentativi del poliziesco all’italiana (il famigerato “poliziottesco”) siano virati molto più al rosso che al nero, contrariamente a quanto stabilito dalla critica ufficiale dell’epoca, che classificava tale genere come fascista, reazionario, destrorso…Allo stesso modo non abbiamo potuto far altro che constatare, con la dovuta argomentazione anche in questo caso, il destrismo che pervade La tigre e la neve, l’ultimo film di un autore notoriamente di sinistra come Roberto Benigni, o L’ultimo bacio, pellicola che ha consacrato il radical chic Gabriele Muccino
Oltre ad analizzare quanto il cinema dichiaratamente politico o no abbia riletto la storia/l’attualità, sia in termini di sceneggiature/scelte linguistiche che di metodi di lavorazione, non bisogna dimenticare che la politica ripropone spesso gli stessi codici all’interno della sua comunicazione…
Certamente. A tale riflessione abbiamo dedicato la parte conclusiva del libro, nella quale abbiamo ripercorso alcuni significativi esempi di strumentalizzazione del cinema e dei suoi codici da parte della politica
Luca Barbareschi, uno dei personaggi intervistati in appendice, è un attore/regista con cui ha già avuto occasione di collaborare sia al cinema che a teatro nella tua “seconda veste” di sceneggiatore e regista…
Si, lo conosco bene. Ho lavorato come aiuto-regista in diversi film e spettacoli teatrali da lui diretti o prodotti, tra i quali Amadeus, dove ho avuto l’opportunità di essere al fianco di Roman Polanski
Intervistando Marco Giusti, ti sei chiesto come lui avrebbe scritto un saggio di questo genere?
Si, me lo sono chiesto, al punto da stupirmi che lui non avesse già pensato ad un progetto del genere. Il suo dizionario Stracult, così come la recente riscoperta di molto cinema anni ’70 da lui promossa, sono precedenti che hanno avuto il merito di riportare l’attenzione su tanto cinema popolare bistrattato, anche se tale operazione non è stata esente da un certo gusto per lo “sdoganamento” del trash spesso fine a se stesso e modaiolo. Comunque la testimonianza di Giusti, raccolta insieme alle altre interviste da Chiara Gelato, è stata fondamentale per concludere il percorso tracciato nel volume dando la voce a chi quel cinema lo frequenta da tempi insospettabili