INTERVISTA VIA E-MAIL A FRANCESCO MORABITO, LUNEDI' 31 LUGLIO 2006 (a cura di Luca Balduzzi)
Un libro come il suo dimostra che esiste ancora (per fortuna!) qualcuno che ritiene importante dedicare ai libri il tempo e l’attenzione che meritano…
Ho sempre pensato che “liber omnia vincit”; per me i libri sono amici con cui conversare, a cui chiedere informazioni, sempre pronti a soddisfare una curiosità, un dubbio, ad alleviare uno stato d’animo, a farti sognare; c’era un racconto breve di fantascienza che ho letto decenni fa in cui un gruppo di scienziati era impegnato a progettare la video-cassetta perfetta e alla fine, dopo aver aggiunto colori, suoni, effetti 3-d, odori, riferimenti tattili, decidevano che era meglio immaginare tutto questo e dunque tornare al libro. Però io non vorrei soltanto parlare di libri: la mia apologia è diretta all’idea stessa di biblioteca, all’insieme logicamente e fisicamente organizzato, al contenitore, alla stanza come luogo per esercitazione
Quali sono stati i libri più importanti per la sua “formazione” (se di formazione si può parlare) come lettore?
Nel libro è detto ampiamente, ma dovendo sintetizzare direi, per la narrativa, le opere di Nancy Mitford e di Roger Peyrefitte, più infinite altre, è chiaro; per il resto vorrei richiamare il mio amore per gli annuari -sociali, genealogici, ed altro- per biografie ed autobiografie, insomma, alla fine sto per riparlare del mio lavoro, meglio fermarsi qui
Secondo lei esistono dei libri immancabili per una buona biblioteca?
Nel libro dico chiaro e tondo che non mi sento all’altezza di parlare di questo genere di argomenti, su cui è stato scritto moltissimo e molto autorevolmente. Vorrei dire che ognuno dovrebbe sapere da sé quali sono i libri “immancabili”: quando si capisce quali siano i propri interessi, occorre trasformarsi in cacciatori spietati e così, a poco a poco, l’insieme dei propri libri diventa una biblioteca orientata, specializzata e -come tale- preziosa
In realtà la biblioteca che lei ha descritto non contiene solamente libri…
E’ così. Io so benissimo di aver barato: in realtà, io ho descritto il mio orizzonte culturale prendendo i libri a pretesto: io ho fatto sociologia a futura memoria, nel senso che fra -mettiamo- cinquanta o cento anni qualcuno potrà usare il mio lavoro per vedere come ragionava un uomo di questo tempo, magari un uomo un po’ diverso dagli altri. Cerco anche di far capire che c’è un modo molto moderno per vivere “in antico Regime” nel mondo contemporaneo, senza sentimentalismi, in chiave culturale. E così ho fatto anche indirettamente politica, cercando di spiegare come all’interno del mio mondo convivono e si confrontano, spesso aspramente, due modelli di vita, quello che potremmo chiamare vetero-signorile e quello borghese, un conflitto sfiorato fra un’educazione e gusti di tipo tradizionale e ciò che impone la società di oggi. Allora la biblioteca “materiale” si allarga a dismisura e le sue scaffalature disegnano appunto i confini di un intero orizzonte culturale: mentre la notte diventa più fonda, il luogo fisico diventa “il mio tempio, il mio club con un solo socio, il mio museo di storia di Famiglia, il donjon del castello che non ho, il mio personalissimo parco letterario”. Il mio amico Daniele di Montezemolo, che ha scritto la postfazione al mio lavoro, osserva appropriatamente che questo libro è alla fine un punto della situazione che io faccio su me stesso, grosso modo a metà della mia ipotizzata vita
Nel momento della pubblicazione del libro, guardandosi indietro quando mentre usciva dalla sua biblioteca, si è accorto di qualcosa/qualcuno che mancava o che avrebbe potuto/voluto cambiare?
Dopo aver chiuso il libro -il testo si ferma al 2003- ho continuato a comprare e naturalmente sono venuto in possesso di esemplari che sarebbe stato delizioso poter menzionare. Ma mi sono dato un limite temporale: altrimenti il lavoro di stesura sarebbe stato infinito. Tra l’altro, anche persone care o conosciute che nel libro sono menzionate sono venute a mancare nel frattempo, ma io non sono voluto ritornare sul testo. Mi pare che nell’insieme il risultato finale sia piuttosto equilibrato: né troppe pagine né poche. Del resto il lettore non ha un interesse preciso al catalogo dei miei libri, tutt’al più potrà essere interessato a capire per blocchi. Persone che hanno letto il mio lavoro -che si compone di circa 160 pagine di testo vero e proprio- hanno trovato che esso sia tanto corto quanto denso, che vada letto molto lentamente perché è letteralmente inframmezzato da concetti e stimoli che, al limite, con i libri c’entrano poco. La mia amica Benedetta Craveri mi ha detto e scritto che, a fronte delle apparentemente poche 160 pagine, i 750 nomi contenuti nell’indice relativo (che ho voluto cliccabile nel sito web dell’editore) fanno pensare ad una monografia universitaria
Qual è invece il “libro” a cui si sente più legato e a cui non potrebbe rinunciare?
Trovo sleale chiedere ad un genitore o a un nonno quale sia il suo figlio o nipote preferito, anche perché, probabilmente, non lo saprebbe dire