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Claudio Gaetani
Il cinema e la Shoah (con prefazione di Moni Ovadia)
Casa edtrice Le mani




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Per anni il rapporto che lega il cinema alla Shoah è stato caratterizzato dalla convinzio-ne che fosse impossibile, nonché immorale, tentare di rendere “immaginabile l’inimmaginabile”. Critici, storici e sopravvissuti al genocidio pianificato dal nazismo contro la popolazione ebraica hanno sovente considerato semplicistica, se non addirittura offensiva, qualsiasi rappresentazione il cinema abbia offerto della tragedia da essi subita. Da qualche tempo, però, i toni della discussione sono cambiati e molti hanno capito quanto il mezzo sia stato utile alla conservazione di una necessaria memoria storica. È in questa direzione che il lavoro di Claudio Gaetani si muove. Rispolverando e scovando pellicole più o meno note, analizzando sequenze appartenenti all’immaginario collettivo insieme ad altre perse nel tempo, ma particolarmente significative per le finalità ideologiche e politiche che celano, l’autore individua tutte le fasi di questo processo, tenendo sempre ben impressa l’incidenza che su di esso hanno avuto molteplici fattori, primo fra tutti lo sfondo storico-geografico delle singole produzioni. La struttura stessa dell’opera evidenzia quali differenze intercorrono in questo senso tra una produzione americana e una europea e permette di seguire in maniera speculare i percorsi e le relative influenze che hanno portato chi l’evento non ha vissuto direttamente e chi invece continua tutt’oggi a sentirne addosso il peso a dare alla Shoah una propria fisionomia. Gaetani traccia e suggerisce quanti più sentieri di indagine possibili in questo mare magnum ancora mai compiutamente esplorato, arrivando a svelare come i connotati stessi della tragedia abbiano così finito per diventare il modello e il simbolo stesso del Male, assimilati pure in generi completamente alieni da quello più tipicamente drammatico o bellico. Obiettivo della sua ricerca resta trovare un modo di filmare la tragedia che sia realmente unico, e cioè che appartenga a un cinema essenzialmente “civile”





INTERVISTA VIA E-MAIL A CLAUDIO GAETANI, VENERDI’ 24 FEBBRAIO 2006 (a cura di Luca Balduzzi)



Innanzitutto che cosa ha portato ad un cambiamento di mentalità relativamente al rapporto che lega il cinema alla Shoah, dominato inizialmente dalla convinzione che fosse impossibile, o addirittura offensivo/immorale, tentare di rappresentare questa tragedia?

Essenzialmente ritengo che ciò che più ha favorito la caduta di questa convinzione sia l’evidenza stessa di quanto la rappresentazione della Shoah è riuscita a dare al concetto di “memoria” legato all’evento. Mi spiego meglio, sono convinto che se a chiunque di noi venisse chiesto di pensare un momento alla Shoah, l’immagine che ci verrebbe in mente sarebbe senza dubbio un’immagine filmica, appartenete a un documentario magari, o a un film di finzione. Difficilmente ci accadrebbe lo stesso pensando a un altro episodio storico come, ad esempio, la rivoluzione francese, o le crociate, giusto per fare qualche esempio. Quando questo è stato chiaro anche ai critici più restii si è innescato il cambiamento



Mi sembra però che a questa conquistata “libertà” abbia fatto da contraltare una proliferazione a volte eccessiva di sceneggiature (film per la tv/serie televisive/film) sull’argomento che non hanno minimamente a che vedere con la conservazione di una necessaria memoria storica…

Prima dell’inizio degli anni ’80, prima cioè della messa in onda a livello mondiale di una miniserie molto famosa intitolata Olocausto, diretta da Marvin J. Chomsky e interpretata da Meryl Streep e James Woods, la questione ebraica era stata spesso e volentieri considerata secondaria nella rappresentazione delle efferatezze naziste. E’ vero che da quel momento in poi c’è stato un forte proliferare di film, film per la tv e serie televisive (tutti questi di produzione principalmente americana) di qualità, filmica e morale, spesso dubbia. Tuttavia questi hanno comunque favorito il riconoscimento di una specificità ebraica della Shoah ed è stato solo attraverso questo passaggio obbligato che siamo arrivati oggi a parlate di una necessità di “memoria” in relazione all’evento



La rappresentazione della Shoah è legata al contesto geografico e storico dei paesi in cui i film sono stati prodotti, e alle influenze/sensibilità che protagonisti diretti possono avere o meno portato… quali sono le macro differenze che è possibile riscontrare tra l’Europa e l’America?

La differenza di base è che mentre l’Europa ha vissuto la tragedia sulla propria pelle, l’America no.
Ad esempio, alla fine della guerra ci sono stati diversi registi, dalla polacca Wanda Jakubowska al francese Alain Resnais, che sono andati a filmare proprio nei campi di concentramento con una reale intenzione di far luce su quanto accaduto e di interrogarsi riguardo l’evento. La loro intenzione era quella di mostrare in ogni modo la grandezza di una industria di morte tanto efficiente e diabolicamente perfetta, nonché di denunciare quanto, magari proprio a loro, era accaduto. E’ il caso, ad esempio, della Jakubowska che è stata un’autentica ebrea sopravvissuta. In America, invece, Paese all’indomani del conflitto ancora estremamente omofono, razzista e dove l’antisemitismo era alquanto diffuso, ci sono voluti più di quindici anni prima di poter riconoscere un’autentica specificità ebraica legata alla Shoah, cioè si è dovuta aspettare la messa in onda, in mondovisione, del celebre processo ad Adolf Eichmann svoltosi in Israele. E’ solo da questo momento, da quando cioè tale specificità è balzata agli occhi dell’intera opinione pubblica mondiale, che c’è stato un autentico cambio di rotta. Per assurdo, invece, dopo Schindler’s List la situazione sembra essersi ribaltata. Il cinema statunitense, grazie soprattutto a Steven Spielberg, si è fatto strenuo difensore di una “memoria” legata alla Shoah. Sono moltissimi i documentari di testimonianza prodotti in questi ultimi anni oltreoceano. Tuttavia, però, questi film hanno il grosso limite di dare risposte senza porre domande. Questi film sono molto emotivi, diciamo così, e poco etici. In Europa, invece, ancora oggi continuiamo costantemente a interrogarci su come eticamente e moralmente è più giusto filmare e rappresentare l’evento. Claude Lanzmann è indubbiamente il regista che è andato maggiormente in questa direzione, proponendo una ricerca documentaria che ha fatto davvero scuola, ma che, essendo assolutamente antiemotizionale, e quindi anche non commerciale, è di fatto invisibile. Mi riferisco soprattutto al suo film più celebre, Shoah, che Spielberg ha usato anche come fonte per Schindler’s List, che in Italia non riusciamo proprio a vedere quando in altri paesi è addirittura reperibile in Dvd



Che cosa possiamo dire in merito all’Italia?

L’Italia ha fornito, a mio avviso, esempi di buon cinema legati alla tragedia. Mi riferisco, tra i più storici, soprattutto a L’oro di Roma di Carlo Lizzani e a Il giardino dei Finzi Contini di De Sica. Tuttavia, il grosso limite che spesso si avverte, specialmente nel più celebre Kapò di Gillo Pontecorvo, sta nel fatto che preponderante in queste pellicole risulta essere l’aspetto politico anziché quello storico. Del resto parliamo di produzioni nate all’inizio degli anni ’60, all’epoca del primo centrosinistra del dopoguerra, quando ancora non si era mai pensato di dare un certo rilievo istituzionale alla Resistenza e all’antifascismo. Tra le opere più contemporanee invece da segnalare sono indubbiamente La vita è bella che è un film molto intelligente e Jona che visse nella balena di Roberto Faenza, un film che stimo molto



Recentemente, con il film La caduta e la miniserie tv L’architetto del diavolo, è caduto il “tabù” della rappresentazione del nazismo e della figura di Adolf Hitler da parte dei registi tedeschi. Secondo lei esiste ancora qualche “tabù” sull’argomento che dovrebbe essere superato?

Il discorso è complesso. Riguardo il cinema tedesco sul tema, la questione è ancora tutta da analizzare perché è evidente che attraverso il cinema la Germania sta tentando di scrollarsi di dosso questa nera pagina della sua storia. Riguardo invece il discorso del “tabù”, dipende cosa noi intendiamo con questa parola. Penso che il cinema, proprio per la sua possibilità di essere una rappresentazione del reale, possa finzionalmente mostrare ogni cosa della quale l’uomo è capace. Il cinema non è sbagliato, l’uomo lo è con le sue mille nefandezze delle quali la Shoah è stata senza dubbio una tra le più eloquenti. Perché queste non devono essere rappresentate? E’ logico che chi decide di farlo deve avere intelligenza e pudore a un tempo e queste purtroppo non sono qualità che tutti hanno. Ma è un discorso davvero complesso che va molto oltre l’argomento “cinema e Shoah”








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