INTERVISTA VIA E-MAIL AD ALFREDO MARZIANO, DOMENICA 19 FEBBRAIO 2005 (a cura di Luca Balduzzi)
Quello che da sempre colpisce maggiormente di Peter Gabriel, sia dal punto di vista musicale che da quello di una performance live, è la convinzione di non dover bloccare la voglia di sperimentazione di fronte a nessun limite fisico o mentale…
Mi sembra che con la pubblicazione dell’ultimo album Up e durante il seguente tour Growing Up abbia confermato in pieno di voler proseguire su questo percorso che aveva già individuato al tempo del Genesis e che è riuscito a mantenere intatto anche dopo 10 anni di presunto silenzio…
Up, in effetti, è stata una risposta convincente e confortante a certi dubbi, abbastanza motivati, che erano sorti negli ultimi anni circa l’inaridirsi della vena artistica di Gabriel. Personalmente concordo con chi lo trova molto più coraggioso, convinto e convincente delle prove immediatamente precedenti. Molto più ispirato, per dire, di Us o di OVO: dischi in cui, almeno dal punto di vista musicale e fatta eccezione per poche canzoni, Peter sembrava accontentarsi di cucinare gli avanzi che gli erano rimasti in casa. Lo ha aiutato, probabilmente, il fatto di non essere più al centro dell’attenzione del music business come gli era accaduto tra la metà degli anni ’80 e la metà degli anni ’90: come a tutti i “senatori” del rock, anche a lui oggi è permesso fare sostanzialmente ciò che vuole, muoversi in libertà in una specie di area protetta del mercato. Difficile, dopo tanti anni, dire qualcosa di nuovo: e c’è da essere soddisfatti se questo succede almeno a sprazzi, come in Up. Se devo trovare un difetto principale nel Gabriel di oggi, lo riscontro nella sua difficoltà di condensare il suo sapere musicale in canzoni secche, concise e scattanti come quelle dei primi anni ’80. E poi dovrà decidersi a fare i conti prima o poi con il suo normale invecchiamento biologico: certi passaggi un po’ faticosi dell’ultimo tour, credo, dovrebbero fargli riconsiderare il modo di concepire le performance dal vivo di qui in avanti. Un tour “unplugged”, di cui sono circolate notizie mai confermate, mi sembrerebbe a questo punto una soluzione intelligente
A volte i componenti di un gruppo musicale riescono contemporaneamente a portare avanti dei progetti paralleli anche di genere completamente diverso, a volte escono dal gruppo o i gruppi si sciolgono perché questi progetti solisti hanno avuto il sopravvento…
In che cosa ad un certo punto i progetti di PG non hanno più trovato una corrispondenza con quelli dei Genesis? Sarebbe stata possibile quella reunion di cui in tanti hanno parlato per moltissimo tempo?
Di reunion si continua a vociferare, è arrivata una smentita ufficiale che tuttavia fa riferimento solo al 2006. Questo fa presupporre che la possibilità sia concreta, anche se sinceramente non so quali risultati aspettarmi da un evento del genere. Credo che i motivi per cui Gabriel lasciò i Genesis li abbia spiegati bene lui stesso ai tempi della famosa lettera aperta che scrisse nell’agosto del 1975 facendola pubblicare sul Melody Maker. Le motivazioni furono molteplici: una famiglia di cui occuparsi; la fatica anche mentale di tournée sempre più lunghe, massacranti e routinarie; la curiosità, non condivisa da tutti i membri del gruppo, di sfondare ulteriormente le porte della forma canzone per cercare altre e nuove occasioni di commistione con quella che oggi si chiamerebbe arte multimediale…In prospettiva, mettendo a confronto il suo percorso solista con quello degli ex compagni, certe motivazioni addotte allora appaiono perfettamente plausibili e fondate. E’ vero che Gabriel è diventato a sua volta una rock star, ai tempi di So: ma intanto erano passati più di dieci anni, era cambiato lui, era cambiata la sua vita privata e le persone che lo circondavano. Ogni cosa a suo tempo, insomma
L’intera carriera di PG è il tentativo di fare proprio e di far conoscere uno stile musicale diverso da quelli dominanti del cantautore e del rock, e questa attenzione verso certe sonorità e certi modi di fare musica si è concretizzata anche nel campo della produzione (la fondazione dell’etichetta discografica Real World e l’organizzazione di un festival come il Womad) …
Che differenze ci sono rispetto a quello che succede oggi con i gruppi emergenti prodotti dalle etichette indipendenti?
A dispetto di qualche ingenuità e di qualche perdonabile cantonata, Gabriel ha avuto il merito indiscutibile di mettere una vetrina internazionale a disposizione di artisti a cui le grandi case discografiche o i grandi promoter di musica dal vivo non avrebbero mai concesso una chance. Ha proposto al pubblico europeo artisti straordinari come Nusrat Fateh Ali Khan o i Blind Boys of Alabama, che peraltro erano già dei giganti nel loro ambito, ma non ha avuto grande successo come talent scout: tra le sue “scoperte” in ambito rock mi viene in mente il solo Joseph Arthur, che tra l’altro è rimasto sempre confinato a un seguito di culto piuttosto ristretto. Come lui stesso ama ripetere, Gabriel è sempre stato bravissimo a incubare idee e a far decollare progetti, molto meno a condurli in porto e a pilotarli verso risultati concreti. Il Womad è diventato una realtà importante e radicata grazie al coinvolgimento di professionisti validi, ma come l’etichetta Real World non si è mai tramutato in una impresa redditizia. Entrambi hanno spesso camminato sull’orlo del fallimento finanziario. Questo in fondo ci rende il personaggio più simpatico: il ruolo di Gabriel è quello del mecenate, dell’artista idealista. Non è mai stato un imprenditore, un discografico o un promoter
Durante tutta la sua carriera PG ha ripreso e modificato moltissime volte il proprio materiale proponendolo anche durante i concerti prima ancora di averne trovato una versione definitiva, a volte lo ha pubblicato su album o compilation abbastanza introvabili (ad es. alcune colonne sonore di film o alcuni album tributo), a volte non lo ha mai pubblicato…
Internet “aiuta” un fan a trovare moltissimo di questo materiale, e mi chiedo se e quando PG potrebbe sfruttare proprio le potenzialità della rete per creare qualcosa di particolare…
Chissà…Si contano sulle dita di una mano, credo, gli artisti che hanno costruito una carriera sul motto del “Give the people what they want”, dando ai fan quel che realmente desiderano: mi vengono in mente i Grateful Dead, i Phish e le jam band americane dell’ultima onda che ne hanno ripreso la filosofia di vita e l’etica di comportamento. Gabriel in questo senso mi sembra appartenere a una scuola di pensiero più tradizionale, meno attento ai segnali che arrivano dalla fan base. Basta ricordare i live ricostruiti artificialmente in studio, che tanti suoi estimatori hanno crocefisso. O il fatto che una bella antologia di rarità, outtakes e inediti, che pure è diventata norma nel mercato discografico, sul back catalog di Gabriel non è ancora stata realizzata. Ultimamente c’è stato qualche segnale incoraggiante: al di là delle critiche di altro genere che ha sollevato, la serie di dischi dal vivo che documentano senza trucchi e senza inganni i suoi ultimi concerti dimostrano uno sforzo di andare contro la sua natura di perfezionista maniacale. E il progetto (MUDDA) che ha ideato insieme a Brian Eno per la distribuzione elettronica della musica dovrebbe servire proprio a quello: mettere gli artisti, e lui stesso, nella condizione di pubblicare materiali d’archivio, provini, work in progress e brani nuovi senza doversi assoggettare per forza alle regole e ai tempi della produzione discografica tradizionale. Per ora non è successo nulla. Ma lo fanno ormai decine e decine di suoi colleghi. Perché non dovrebbe farlo proprio lui?
Quando si cerca di interpretare i riferimenti presenti nelle canzoni di qualsiasi cantante, o il loro stile di scrittura/di interpretazione, qual è il limite tra un resoconto obiettivo e una libera associazione/interpretazione dell’ascoltatore?
La libera interpretazione, secondo me, è un diritto del critico e dell’ascoltatore. Nel momento in cui una canzone viene data alle stampe e diventa pubblica si consegna alla lettura personale di chi ne fruisce. Come succede con un film, o con un romanzo. O anche con un’intervista come questa. Io trovo che le canzoni “aperte”, quelle che suggeriscono più chiavi di lettura possibili senza condurre necessariamente in una sola direzione, siano le più interessanti. Per questo preferisco generalmente il Gabriel enigmatico e impressionista del primo periodo solista a quello più esplicitamente autoconfessionale della produzione che va da So in avanti. Ancora oggi non riesco a cogliere il senso profondo di una canzone come Shock The Monkey. Eppure è proprio questo, credo, il motivo per cui quella canzone mi intriga più di un pezzo come Father, Son il cui testo spiega tutto e subito, senza buchi da riempire nella sceneggiatura o trattini da congiungere per arrivare al disegno finale. Biko è forse il primo caso di canzone di questo secondo tipo: ma per quella sono disposto a fare un’eccezione, anche se si è logorata per effetto di una sovraesposizione
Che cosa ti colpisce maggiormente di PG? Se dovessi indicare una canzone o un album che riesce a descrivere meglio il PG che hai presentato attraverso il libro quale sceglieresti?
Il contrasto dinamico degli opposti, soprattutto: tecnologia ed emozione, spiritualità e istinto primordiale, riservatezza privata e istrionismo pubblico. E poi quel suo entusiasmo fanciullesco per le nuove scoperte, il saper guardare ancora al mondo con un senso di fiducia, di ottimismo e meraviglia. Mi affascina il fatto che sullo sfondo delle sue canzoni e della sua musica si muova una foresta di simboli e di rimandi, una galassia di personaggi, poeti, scultori, scrittori, psicologi, scienziati sociali… In una edizione elettronica, on-line, un libro su Gabriel sarebbe pieno zeppo di ipertesti, di rimandi, di link ad altri personaggi e situazioni. L’album più rappresentativo in questo senso mi sembra il terzo. E’ lì che, secondo me, la sintesi si compie nel modo più spontaneo, fresco, innovativo. Di canzoni rappresentative ne sceglierei due, una risalente agli inizi da solista e una tra le più recenti. La prima è Here Comes The Flood: per quel senso di mistero di cui parlavo prima, perché evoca un senso di comunicazione telepatica di cui la musica è una delle massime espressioni, e perché fa perno sulle due caratteristiche principali della musica di Gabriel, il suo pianoforte e la sua voce. La seconda è Signal To Noise: è un veicolo perfetto per la voce soprannaturale di Nusrat, ma ha anche un’ambizione e una spericolatezza insolite nel panorama standardizzato della musica di oggi. Riascoltandola su disco, mi è tornata voglia di rimettere mano al libro e di aggiornarlo con un nuovo capitolo