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Enrico Deregibus
Quello che non so, lo so cantare
Casa editrice Giunti




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Quello che non so lo so cantare per la prima volta descrive a tutto tondo la figura artistica di Francesco De Gregori, offrendo un ritratto per molti versi inatteso di uno dei maggiori riferimenti musicali ed etici dei nostri anni. Il volume segue il percorso della vita e delle canzoni con una narrazione incalzante e ricca di aneddotica. Tutta la produzione di De Gregori viene analizzata brano per brano, facendo ricorso, nella maggior parte dei casi, a sue dichiarazioni d’epoca che commentano le canzoni, la loro genesi e il loro destino. Moltissime le fonti, tra cui un centinaio di scritti e interviste del cantautore e una vasta serie di testimonianze originali di Edoardo De Angelis, Lilli Greco, Guido Guglielminetti, Mimmo Locasciulli, Giovanna Marini, Sergio Martin, Ennio Melis, Vincenzo Micocci, Michele Mondella e molti altri. Un lavoro di documentazione che permette di evidenziare molti aspetti sconosciuti dell’opera di De Gregori, portando fra l’altro alla luce canzoni inedite, in alcuni casi sorprendenti. “Cinquant’anni d’Italia raccontati attraverso la vita di Francesco De Gregori, messo a nudo nella più completa biografia sul suo conto mai pubblicata. Centinaia le interviste ad amici e colleghi (Venditti, Mannoia, Locasciulli & co.), commenti canzone-per-canzone, anno dopo anno

Enrico Deregibus, 36 anni, risiede a Casale Monferrato. È vicedirettore de L’Isola che non c’era, l’unico periodico dedicato alla canzone d’autore italiana, e collaboratore di numerose testate fra cui Kataweb, Rockol e CNN. Ha realizzato La Ciapa Rusa - Diario di Bordo, saggio allegato all¹omonimo CD del gruppo piemontese pubblicato da FolkclubEthnosuoni. Per Giunti ha redatto la parte biografica del volume Belìn, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De Andrè, a cura di Riccardo Bertoncelli





INTERVISTA A ENRICO DEREGIBUS, VENERDI' 16 DICEMBRE 2005 (a cura di Luca Balduzzi)



Considerando che questa non sarebbe stata la prima biografia su FDG (“è probabilmente il cantautore italiano che è stato più discusso, braccato, vivisezionato”), e lo scarso apprezzamento di De Gregori stesso per le sue biografie («Ma fatele quando sono morto le biografie!») che cosa ti ha convinto a procedere con la scrittura di questa bio e come sei riuscito a trovare il modo giusto per scriverla?

Guarda, ho scritto questo libro perché sapevo di avere almeno un lettore molto interessato, e cioè me stesso. In realtà c’erano diversi libri su De Gregori, ma di biografie vere e proprie solo una, quella di Giorgio Lo Cascio di fine anni Ottanta, che è certamente coinvolgente ma in qualche modo anche parziale, e molto aneddotica. Lo Cascio era un amico di De Gregori, suo collega agli inizi del Folkstudio, la biografia non poteva non risentire di questo. Gli altri libri su di lui erano in genere pieni di inesattezze e luoghi comuni, o molto datati. Quindi c’era secondo me ampiamente spazio, forse anche bisogno, di provare a dipanare per bene la storia di questo signore. E c’erano tante cose da raccontare e credo fosse giusto raccontarle, anche per sfatare quei luoghi comuni. Sul taglio da dare al libro non ho mai avuto dubbi: strettamente cronologico, basato sui fatti, alternando le vicende di De Gregori con quelle del nostro paese ma anche del mondo intero. Sentivo che era il vestito migliore, sia per il tipo di sostanza delle sue canzoni, sia per una mia predilezione personale. Ho anche provato, come racconto nella prefazione, a parlargliene, per avere il suo contributo, o meglio perché leggesse il libro prima della pubblicazione e mi dicesse se c’erano errori. Mi sarei accontentato di quello. Ma sapevo già che la risposta sarebbe stata no. Questo però non mi ha bloccato, volevo comunque andare avanti. Per correttezza però devo dire che dopo venti giorni dall’uscita del libro ho ricevuto una sua telefonata gentilissima in cui mi diceva di aver apprezzato molto. Abbiamo finito la telefonata con io che criticavo il libro e lui che lo difendeva. Be’, è stata ovviamente una soddisfazione



C’è qualche episodio della vita e/o della carriera di FDG di cui sei venuto a conoscenza solamente durante il lavoro di documentazione/interviste o addirittura più avanti durante la scrittura/revisione del libro?

Be’, sì, ce ne sono tanti. Seguo De Gregori più o meno da quando ho dodici anni, ma alcuni momenti della sua storia erano dentro una strana nebbia. Continuavo a leggere le solite cose rifritte, e spesso errate. Forse l’episodio più significativo è quello del Palalido, della contestazione. Non avevo mai capito cosa fosse successo veramente. Allora ho iniziato a cercare, ho trovato un articolo dell’epoca, poi ho scoperto che un mio collega ed amico era fra il pubblico quella volta, e con il suo aiuto ho fatto una ricostruzione degli avvenimenti. Quindi mi sono messo a intervistare vari personaggi che erano presenti, un musicista, il manager e l’ufficio stampa, per avere le necessarie conferme e le prospettive di ognuno. Alla fine ho messo tutto insieme ed ho visto che filava. Da piccolo volevo fare il detective, si vede che qualcosa mi è rimasto



L’inizio della carriera di FDG è il tentativo di fare proprio e di far conoscere uno stile musicale e delle tematiche diverse da quelle della discografia italiana dominante, con il rischio inevitabile di non essere capiti ma anzi presi in giro (Philippe Leroy), ma con l’apprezzamento e la collaborazione da parte di alcuni tra i modelli di riferimento (De Andrè)… che differenze ci sono rispetto a quello che succede oggi con i gruppi emergenti prodotti dalle etichette indipendenti?

Credo che allora ci fossero dei vantaggi ma anche degli svantaggi rispetto ad ora. Il vantaggio sta nel fatto che la discografia per certi versi recepiva meglio certe cose, dava spazio, permetteva ad un autore di fare uno, due, tre, anche quattro dischi prima di arrivare a vendere. Si investiva. Ora questo non avviene quasi più. Le major hanno una politica sempre più ottusa, difficilmente ti danno una seconda occasione. E le etichette indipendenti nella maggioranza dei casi non hanno le possibilità economiche per fare un’adeguata promozione o non hanno una vera distribuzione. Queste con varie eccezioni, ovviamente. Invece lo svantaggio che avevano quelli come De Gregori rispetto ad oggi è che allora le cose che proponevano erano veramente rivoluzionarie, facevano scalpore, si trattava veramente di bucare un muro. Lui stesso nel 70-71 non credeva che le sue cose potessero incontrare il grande pubblico. Ora c’è, o c potrebbe essere, un terreno più fertile, ma, oltre alle difficoltà discografiche di cui ho appena detto, c’è anche da dire che ora i cantautori o i gruppi emergenti sono un’immensità, un numero che si avvicina all’infinito, la produzione è aumentata incredibilmente. Oggi l’offerta è molto superiore alla domanda, una volta le due cose erano più equilibrate e questo facilitava, ovviamente



Quando si cerca di interpretare i riferimenti presenti nelle canzoni di qualsiasi cantante, o il loro stile di scrittura/di interpretazione, qual è il limite tra un resoconto obiettivo e una libera associazione/interpretazione dell’ascoltatore? Un cantante può essere più obiettivo in questa analisi? Il riferimento va alle dispense di Roberto Vecchioni per il corso di Forme della poesia per musica dell’Università degli Studi di Torino-Dams da te consultate...

Bella domanda, ma la risposta non ce l’ho. Quel limite credo che ognuno se lo fissi come crede. Io posso dirti che sono convinto che la bellezza della canzone stia anche nel fatto che può essere ambigua, ambivalente, avere significati e valenze differenti a seconda di chi l’ascolta, quindi lasciare spazio all’immaginazione, anche all’inconscio, di ognuno di noi. Poi, certo, l’esegesi eventuale dell’autore non so se è più obbiettiva, ma certo conta molto di più, sempre che l’autore voglia renderla pubblica, e sappiamo che De Gregori non lo fa spesso. Io personalmente amo conoscere cosa vuol dire una canzone secondo il suo autore, ma sovente preferisco saperlo dopo che me la sono vissuta, dopo che mi sono fatto i miei viaggi. Se poi, come mi è capitato, ho scoperto il significato poco a poco, meglio ancora. È’ la bellezza dello strip-tease



La discografia più recente di tanti cantautori alterna sempre meno album di inediti a sempre più greatest hits/live, a volte più imposti dal contratto discografico che veramente voluti. La stessa cosa è successo per FDG dalla pubblicazione dell’album Catcher in the sky (1990)… non ti sembra un po’ patetico che le case discografiche sentano il bisogno di confezionare dei contentini per i fan se uno come loro impiega più di due/tre anni per pubblicare un album di inediti?

Le case discografiche sono spesso patetiche, parlo di quelle multinazionali e faccio salvo il lavoro di molta gente in gamba che ci lavora. Ma per De Gregori credo che non si tratti di imposizione quanto di esigenza sua. Anche perché nel 1990, quando è partito con tre live in contemporanea, non c’era ancora questa moltiplicazione di album dal vivo. È stato un apripista anche lì, potremmo dire. E credo che anche la maggior parte dei dischi che sono seguiti siano stati frutto di una sua volontà. Sappiamo che da anni ama reinventare le canzoni sul palco e quindi testimoniare poi queste invenzioni su disco, piacciano o no a chi vuol sentire Rimmel tale e quale al disco per la millesima volta. Io piuttosto sono dell’idea che bisognerebbe valutare canzone per canzone se la nuova versione è buona o no, o album per album, se è riuscito o no. Riguardo invece alle case discografiche, la proliferazione di live serve a fare cassa, che è poi la loro esigenza primaria di oggi, altrimenti le poltrone saltano. Per me, che facciano pure i live dei nomi grossi, ma che puntino anche sui cento altri De Gregori che sono in giro e che fanno fatica ad affermarsi. Ti posso citare da Max Manfredi ai Farabrutto. E invece non lo fanno, o lo fanno pochissimo. È questo che mi fa incazzare delle grosse case discografiche, più che i live



Che cosa ti colpisce maggiormente di FDG? Se dovessi indicare una canzone o un album che riesce a descrivere meglio il De Gregori che hai presentato attraverso il libro cosa sceglieresti?

Il talento, la naturalezza, l’istinto della scrittura, il “naso”. Credo davvero che da questo punto di vista non abbia molti rivali in Italia. Se devo essere più specifico ti dico la capacità di mettere insieme parole e musica, di farle veramente interagire. Molti altri accostano belle parole e belle musiche, ma è un’altra cosa. Per questo lo ritengo anche un grande musicista. E poi spesso mi colpisce la sua voce, il suo modo di cantare, di porgere le parole. Sull’album ti dico Titanic, non so se più per ragioni anagrafiche e sentimentali mie, visto che è il primo disco suo che ho assimilato con una certa consapevolezza, o se perché è davvero il suo più bello e rappresentativo. Sulla canzone siamo al terno al lotto, all’irrazionale. Ce ne sono tante. Ti posso dire Caterina per affetto mio, oppure La storia perché è geniale anche solo pensare di scrivere una canzone come quella, oppure Bene per tirarmela citando un pezzo sconosciuto. O Atlantide che è splendida e splendidamente ambigua, o Passato remoto dell’ultimo album, per dire che lui è uno dei pochi che è ancora in grado di scrivere grandi piccole cose. O Bufalo Bill, che è un affresco straordinario e che fa capire a cosa possa arrivare una canzone. E potrei continuare








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