INTERVISTA A ROMANO BIANCO E A MANLIO CASTRONUOVO, LUNEDI' 17 MAGGIO 2010 (a cura di Luca Balduzzi)
Un libro originale all’interno del corposo panorama di pubblicazioni che riguardano la vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Da dove è nata l’idea?
RB: L'idea è nata dalla volontà di scrivere qualcosa di nuovo nello sterminato panorama della pubblicistica sul caso Moro: nessuno aveva mai preso in considerazione le testimonianze oculari al di fuori dei verbali d'interrogatorio. Pensavamo di dare risposte alle tante domande che da trent'anni riempiono gran parte di questa pubblicistica, invece queste domande sono aumentate, per i tanti aspetti trascurati o del tutto ignorati emersi dalle voci neutrali dei testimoni.
Da dove provengono le trentaquattro testimonianze oculari raccolte nel libro?
MC: La testimonianza che ha dato il via al progetto è stata individuata casualmente ascoltando una trasmissione radiofonica. Romano ha contattato Francesco Pannofino (attore e famoso doppiatore) ed ha raccolto i suoi ricordi. Le altre testimonianze provengono dall’aver spulciato decine di volumi delle due Commissioni Parlamentari che a partire dal 1982 hanno indagato sulla vicenda e che hanno recepito il materiale proveniente dagli investigatori e dalle sedi processuali.
Come mai la decisione di focalizzare l’attenzione sulla mattina del 16 marzo?
RB: Perché la chiave del caso Moro, ne siamo da sempre convinti, è in via Fani.
Quali sono le contraddizioni più rilevanti che emergono in merito alla ricostruzione dell’agguato di via Mario Fani attraverso queste testimonianze oculari?
MC: Solo un testimone ha avuto modo di vedere tutta la scena dall’inizio alla fine (rischiando anche di restarne vittima), gli altri hanno assistito solo ad una parte. Il nostro lavoro non può essere pertanto considerato una ricostruzione dell’agguato ma un racconto che prende in considerazione un nuovo punto di vista: quello dei testimoni. Più che di contraddizioni, pertanto, parlerei di “elementi aggiuntivi”, alcuni dei quali molto importanti.
Quali sono questi elementi “inediti” su cui queste testimonianze oculari convergono maggiormente?
MC: Per motivi di brevità, ne citerò solo tre: 1) la presenza di un avventore armato di mitra, non in divisa, che avrebbe sparato “dalla parte alta” dell’area (quindi non dal marciapiede antistante il bar Olivetti) avente un copricapo di lana molto simile ad un passamontagna utilizzato a mo’ di zuccotto di lana; 2) l’arrivo di un’Alfa sud in borghese (cioè senza elementi distintivi) dalla quale sono scesi agenti anch’essi in borghese. Quest’auto giunse a sparatoria appena conclusa prima dell’arrivo della prima volante; 3) la testimonianza convergente che segnala il rumore prima di spari isolati e solo successivamente raffiche di mitra che ci lascia credere che chi sparò con le pistole diede l’inizio all’azione, e non fu una conseguenza dell’inceppamento delle armi automatiche.
Chi erano quegli agenti non in divisa su un’auto in borghese?
RB: Magari sapessimo chi erano: vinceremmo il premio Pulitzer! Più che scoprirlo, siamo stati i primi a scriverlo: i due testimoni di cui abbiamo incrociato i ricordi e che ci hanno permesso di arrivare all'Alfa sud beige, erano stati entrambi ascoltati in sede di indagine. Ma, guarda caso, il verbale d'interrogatorio di uno dei due è ancora oggi segreto... Noi siamo convinti della buona fede degli occupanti l'Alfa sud ma, come scriviamo nel libro, sapere chi l'aveva mandata in via Fani e perché contribuirebbe a ricostruire una verità più completa.
Si scopre addirittura un testimone rimasto nell’ombra per più di trenta anni…
MC: Si, è vero. Questo, secondo me, è stato l’aspetto più inquietante. Anche chi ebbe modo di intravedere solo parzialmente un assalitore, sentì il dovere di recarsi al Commissariato per raccontare e cercare di visionare foto segnaletiche per riconoscere qualche brigatista noto agli inquirenti. Il testimone più importante parlò di un personaggio misterioso che si aggirava tra le auto subito dopo la fine della sparatoria e che indossava un cappotto color cammello. C’è sempre stato un “piccolo mistero” attorno a questo testimone al quale verrà dato un nome solo 15 anni dopo. E a farlo fu, in modo del tutto casuale, un giornalista, David Sassoli. Questo nuovo personaggio fu ascoltato dalla magistratura e la cosa terminò li. Poi nel 2003, il regista Giuseppe Ferrara raccolse una confidenza che riguardava questo signore con il famoso cappotto color cammello: si trattava del cognato di un colonnello che faceva parte della segreteria del Generale Miceli, chiamato a dirigere la base di addestramento dei gladiatori a Capo Marrargiu. Noi abbiamo avuto la possibilità di verificare come esatta questa confidenza e abbiamo cercato i verbali dei suoi interrogatori in sede giudiziaria. Alla Commissione Stragi, questi verbali, non sono mai stati trasferiti, nonostante siano presenti quelli relativi agli altri testimoni che avevano visto l’uomo e che, nello stesso periodo, furono riascoltati proprio sulla nuova acquisizione.
Quale utilizzo è o non è stato fatto di queste testimonianze a livello giudiziario? Perché le inchieste e i processi di quegli anni non sono stati capaci di utilizzare tutti questi particolari per fornire una ricostruzione oggettiva e che non desse adito, a distanza di oltre 30 anni, a dubbi su particolari importanti?
MC: E’ sempre opportuno precisare che quella giudiziaria è solo una parte della verità. E che la finalità dei tribunali è di individuare e punire i reati sulla base di singole e indubbie responsabilità. Ma ci sono altri piani su cui estendere la ricerca della verità, ovvero quello politico e quello storico. Per quello strano fenomeno tipicamente italiano che va sotto il nome di dissociazione, ci si è accontentati di prendere atto di personali mea culpa che hanno portato a “sacrificare” l’analisi di una molteplicità di dettagli pur di arrivare a condanne definitive (a differenza, è importante sottolinearlo, degli episodi legati allo stragismo dove 11 gradi di giudizio non sono bastati per individuare dei colpevoli per i morti di piazza Fontana e dove, a distanza di 35 anni forse siamo di fronte al primo processo di una certa importanza per la strage di piazza della Loggia a Brescia…). Non si è mai tentato (ma forse perché l’Italia non è il Paese adatto) di affrontare la vicenda dal punto di vista criminale e politico allo stesso tempo, analizzando il contesto ed il comportamento anche delle altre forze che si mossero attorno all’azione delle Br. Invece ci si è accontentati delle auto-confessioni che, in molti casi, hanno detto poche cose nuove rispetto a quanto già acquisito. C’è chi dice che sia stato fatto per coprire delle corresponsabilità molto gravi di ambienti “non brigatisti”…
In che maniera le testimonianze rese dai brigatisti sono riuscite a “prevalere” su qualsiasi altra e per quale ragione sembrano rimanere così inattaccabili anche a distanza di più di trent’anni?
MC: Le testimonianze dei brigatisti non sono inattaccabili, tutt’altro. Questo non vuol dire che la non completa chiarezza autorizzi a pensare a chissà quali misteri. I brigatisti hanno raccontato alcuni aspetti, in prevalenza relativi a dettagli operativi, tacendo due cose: in primo luogo i nomi di compagni non identificati e che, dal loro punto di vista, trattandosi di vicende collettive non hanno ritenuto giusto consegnare alla giustizia. E questo può essere comprensibile. In secondo luogo hanno omesso tutto ciò che è stato il rapporto dell’Organizzazione con le forze contrapposte (ad esclusione della trattativa con il PSI per il tramite dei leader dell’Autonomia Pace e Piperno). E questo, a meno che non ne siano usciti “fregati” e “schiacciati”, è meno comprensibile.
In che maniera le vite di questi testimoni sono state cambiate da quella giornata?
MC: Abbiamo avuto modo di avvicinare solo alcuni di essi e la desolante realtà è che quei poveri cittadini che hanno fatto il loro dovere testimoniando nelle Questure o nelle aule dei processi hanno avuto le vite segnate da quella mattina. A qualcuno è stata addirittura diagnosticata una depressione da ricordo. La cosa che mi ha colpito di più è stato il breve racconto di un ex poliziotto che quella mattina transitò in borghese da via Fani ed ebbe anche l’istinto di intervenire. La sua pistola si inceppò e la fece scivolare sotto il sedile dell’auto. Restò sotto choc per un paio di settimane prima di recarsi da un suo superiore a raccontare cosa aveva visto. Mi ha detto che, negli anni, è stato addirittura accusato (moralmente) di non essere intervenuto a difesa dei colleghi…
Esisterebbero elementi sufficienti per richiedere una riapertura dell’inchiesta? Ci sarebbero testimoni disponibili a tornare a sedersi sul banco di un’aula di un tribunale?
MC: Questo non sta a noi dirlo. Ma sicuramente il libro non aveva questo obiettivo. Sarebbe inoltre complicato e, forse, poco affidabile, riascoltare delle persone su fatti di 30 anni prima. Noi riteniamo che il nostro lavoro potrà essere molto utile a chi sta facendo inchieste giornalistiche, ricerche storiche ed analisi politiche perché il nostro scenario è completo, non inquinato da ritrattazioni o opinioni. Una cosa è certa: sul 16 marzo conosciamo una buona parte della verità brigatista. Quello che manca sono molte spiegazioni da parte dello Stato affinché, prendo in prestito una frase del mio amico Marco Cazora il cui padre si adoperò molto in quei 55 giorni per la salvezza di Aldo Moro, si possa finalmente capire in nome di quale Stato siano state sacrificate così tante vite.