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 Fin dall'inizio del suo pontificato, papa Benedetto XVI aveva manifestato il desiderio di recarsi in Terra Santa. Un viaggio ritardato dalle sanguinose vicende del conflitto arabo-israeliano e finalmente realizzato nel maggio 2009. Un pellegrinaggio storico, il terzo di un pontefice nella terra di Gesù. Questo libro è un racconto accurato del viaggio del Papa, pieno di significati e di frutti di speranza per il futuro. Nei giorni trascorsi in Giordania, Israele e Territori Palestinesi, Ratzinger è stato uomo della diplomazia con i governanti, incoraggiandoli a politiche di pace; pellegrino tra i pellegrini; pastore rassicurante tra i cristiani di Terra Santa, gregge minoritario, spesso spaventato, da incoraggiare. E anche uomo del dialogo, che indica la via della possibile convivenza tra cristiani, ebrei e musulmani. La scelta di raccontare il viaggio del Papa privilegiando le parole e i sentimenti della gente comune costituisce una delle particolarità del libro, che raccoglie la cronaca dei giorni della visita, i principali interventi del Papa, le interviste, le testimonianze e i punti di vista degli altri protagonisti. Il volume cerca di dar voce anche a quella maggioranza silenziosa che in occasione di questi grandi eventi fa spesso solo da colorato sfondo.
Carlo Giorgi, giornalista, è redattore della rivista Terrasanta di Milano. E’ stato tra i fondatori e a lungo direttore della rivista Terre di mezzo, giornale di strada che tratta di temi sociali. Si occupa di Medio Oriente e dei vari aspetti dell’immigrazione in Italia per diverse testate, tra cui Il sole 24 ore.
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INTERVISTA A CARLO GIORGI, GIOVEDI' 6 MAGGIO 2010 (a cura di Luca Balduzzi)
Un anno fa Benedetto XVI ha visitato la Terra Santa in un viaggio per molti versi storico. Qual è il ricordo che la sua visita ha lasciato nell’area medio orientale?
Un viaggio del Papa è sempre qualcosa che rimane nel cuore dei fedeli che lo accolgono. In particolare in Terra Santa, dove i cristiani vivono in una situazione di minoranza e a volte, come in Iraq, di aperta persecuzione. Ora che è passato un anno dal viaggio in Israele, Palestina e Giordania di Benedetto XVI, si può dire che proprio quel viaggio ha avuto il merito di alimentare il coraggio dei cristiani locali. Ricordiamoci infatti il momento difficile in cui il Papa venne accolto in Terra Santa: da pochi mesi, nel maggio 2009, si erano concluse le sanguinose operazioni militari di Gaza con centinaia di morti, tra cui molti civile e bambini; e da poche settimane si era insediato un governo israeliano più restio a concessioni ai palestinesi. Non c’era nessuna intenzione, da parte di nessuno di dialogare davvero. Il Papa, in quel contesto così complicato, ha voluto parlare con tutti, di qualsiasi parte e fede; e in particolare ha cercato di incontrare tutti i cristiani locali: sia i cristiani arabi, sia quelli di tradizione ebraica. E tutti i cristiani, assieme al Papa, hanno pregato sia in arabo, sia in ebraico. Se ripensiamo oggi a quei giorni, emerge implicito nelle stesse scelte del pontefice, un messaggio di unità e di riconciliazione. Messaggio che appare così importante in questi giorni e nel futuro prossimo di quella terra.
Il viaggio dello scorso anno ha già dato qualche frutto tangibile per la Chiesa di Terra Santa?
È impossibile fare un bilancio. Però il Papa ha seminato speranza e coraggio e, ovunque andasse, in Giordania come in Israele e in Palestina, le scene di entusiasmo che noi giornalisti potevamo osservare ci stupivano. Ho in mente, ad esempio, l’abbraccio della folla nella cattedrale melchita di Hamman dove per poco, a furia di spinte, calca, canti e ovazioni, non è crollato l’arco di fiori eretto per accogliere il Pontefice. Era evidente, quella serata, che ciascuno dei cristiani che erano accorsi nella cattedrale, capiva di non essere stato lasciato solo. Sempre ad Hamman, nella messa celebrata allo stadio della capitale, il Papa ha incontrato i cristiani iracheni dando loro coraggio; e a Betlemme il Papa ha voluto parlare personalmente con un piccolo gruppo di cristiani provenienti dalla Gaza reduce dei bombardamenti israeliani. Insomma, i cristiani locali, durante tutta la visita, hanno percepito che il loro pastore era presente e che la Chiesa aveva cura di loro. E questo è stato fondamentale anche per affrontare i mesi duri che hanno seguito la visita del Papa; e gli anni che verranno. Un altro frutto della visita dello scorso anno, poi, è stato il sinodo del Medio Oriente, che sarà ospitato in Vaticano il prossimo ottobre e che è stato annunciato dopo la visita di Benedetto. Ma anche la visita a Cipro, che è parte della Terra Santa, e che il Papa ha in programma a giugno, proprio tra poche settimane.
Da giornalista che ha seguito da vicino il Pontefice in Terra Santa, quali sono i ricordi che ti rimangono più vivi del viaggio dello scorso anno?
Di certo l’entusiasmo concreto dei fedeli, fatto di canti, abbracci, urla, lunghe attese sotto il sole, per poter incontrare il Papa. Era palpabile un’atmosfera di grande gioia. E poi soprattutto quello che il Papa ha detto in due momenti distinti della sua visita: il primo, nel campo profughi di Aida, a pochi metri dall’incombente muro di divisione eretto dagli israeliani. In un contesto molto difficile, in un campo dove Hamas è ben radicato e, quindi, anche lo spirito di rivincita nei confronti di Israele, il Papa ha avuto la semplicità e il coraggio di predicare san Francesco e il suo atteggiamento di amore, invitando tutti ad essere portatori di pace, con cuore sincero. Davvero uno shock per chi ascoltava e si aspettava un discorso più diplomatico. Invece Benedetto non si è preoccupato di turbare o irritare nessuno ma ha lanciato un messaggio chiaro, di una nitidezza evangelica. Il secondo momento, di fronte al Santo Sepolcro: qui il Papa ha annunciato semplicemente la resurrezione di Cristo, speranza per tutti gli uomini. “Il Vangelo ci dice che Dio può fare nuove tutte le cose -ha detto il Papa-, che le memorie possono essere purificate, che gli amari frutti delle recriminazioni e delle ostilità possono essere superati, che il futuro di giustizia, di pace, di prosperità e di collaborazione può sorgere per ogni uomo e per ogni donna”. Queste parole sono la risposta cristiana alla vita di ciascuno; ma, calate nel contesto del Medio Oriente, sembrano l’unica risposta di speranza possibile, quella di cui ha bisogno la Terra Santa oggi.
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