INTERVISTA A PIERO BOITANI, MERCOLEDI' 5 MAGGIO 2010 (a cura di Luca Balduzzi)
Su quali opere della vasta produzione letteraria di William Shakespeare ha concentrato la sua attenzione?
Inizio da Amleto e Re Lear, poi dedico il grosso del libro alle ultime opere, i cosiddetti drammi romanzeschi: Pericle, Cimbelino, Racconto d’inverno, La tempesta.
Che tradizione vanta l’indagine sulle citazioni e sulle allusioni scritturistiche nelle opere di William Shakespeare?
Una tradizione che parte dall’Ottocento e giunge sino a noi. Ci sono stati diversi libri che hanno esaminato le citazioni e le allusioni bibliche nelle opere di Shakespeare. Nessuno, però, aveva parlato di un disegno coerente come faccio io. Io penso che negli ultimi drammi Shakespeare abbia costruito un vero e proprio Vangelo: umano, s’intende, e terreno, ma aperto al trascendente.
Quali influenze, e di quante religioni, si possono riscontrare fra i versi di queste opere?
La religione di Shakespeare è cristiana. Certo, ambienta alcune di queste opere in epoca pre-cristiana, pagana, e quindi parla spesso di «dèi» anziché di «Dio», ma il riferimento costante è al Cristianesimo. Insomma, c’è evidentemente dell’eclettismo nei suoi discorsi (in particolare nella Tempesta), ma il modo di pensare non può che esser cristiano. Shakespeare usa brani dell’Antico Testamento, e soprattutto del Nuovo: dai Vangeli, dalle Lettere di San Paolo, perfino dall’Apocalisse.
Nel film Gangs of New York, Walter “Monk” McGinn racconta ad Amsterdam/Leonardo di Caprio che William Shakespeare è l’autore della Bibbia di re Giacomo… testimonianza, seppure non vera dal punto di vista storico, che all’epoca di William Shakespeare la letteratura/il teatro e la religione non potevano non procedere di pari passo?
Naturalmente. Letteratura/teatro e religione procedono di pari passo nell’Inghilterra di Elisabetta e di Giacomo I. La religione è parte fondamentale dell’immaginario dell’epoca. Inoltre, bisogna considerare che la traduzione inglese della Bibbia (di re Giacomo) e i drammi di Shakespeare, dall’Amleto in poi, sono coevi e parlano il medesimo linguaggio. L’inglese moderno è fondato sulla Bibbia di Re Giacomo e su Shakespeare.
Quali sono le tematiche di carattere religioso più vicine alle posizioni del cattolicesimo e i riferimenti biblici (ma forse è più corretto neotestamentari) che William Shakespeare inserisce nelle sue opere a partire dall’Amleto e fino a La tempesta?
Innanzitutto direi «più vicine alle posizioni del Cristianesimo», non del Cattolicesimo. Quel che distingue i Cattolici dai Protestanti non è la sostanza religiosa, ma punti dottrinali anche importanti (la transustanziazione, la salvezza per fede, il primato petrino, ecc.). Ma Cattolici e Protestanti condividono tutto il resto: amore del prossimo, perdono, apertura agli altri e a Dio, riconoscimento della Provvidenza, speranza, ricerca e accettazione della grazia e della fede. C’è un momento nel Racconto d’inverno, nella scena nella quale la statua di Ermione ritorna in vita, in cui Paolina invita gli astanti dicendo: «Si richiede che risvegliate la vostra fede». E’ un momento culminante. Ma non si può dire che si richieda una fede cattolica o protestante: si richiede una fede che sospenda l’incredulità: dinanzi all’opera d’arte, e dinanzi alla resurrezione della carne.
Ci sono in questo senso un’opera e un personaggio maggiormente “religiosi” rispetto ad altri?
Direi che c’è un approfondimento di tipo religioso nel cammino che traccio dalle tragedie di Amleto e di Re Lear verso i drammi romanzeschi. Forse il personaggio più “religioso” è Pericle, una figura di Giobbe e di Cristo, che alla fine sente addirittura la musica delle sfere: cioè fa esperienza del trascendentale sulla terra. Amleto ricerca e vede una luce lontana, Lear e Cordelia vorrebbero essere spie di Dio; poi l’attenzione si sposta sulla felicità che si può raggiungere sulla terra (il regno di Dio sulla terra) attraverso l’amore nella famiglia (padri-mogli-figlie). Nel Racconto d’inverno c’è addirittura una scena di Resurrezione, nel Cimbelino una teofania e poi una luce che si sparge ovunque, nella Tempesta una serie di epifanie.
Il libro, però, non si sofferma sulla questione, seppure dibattuta, della fede professata veramente da William Shakespeare…
No, il libro non lo fa. L’esercizio può ben essere importante, ma sappiamo troppo poco della fede personale di Shakespeare. Ci sono, come spiego nell’Introduzione, elementi a favore di uno Shakespeare “cattolico” e altri a favore di uno Shakespeare “protestante” o “anglicano” (e persino elementi a favore di uno Shakespeare scettico o areligioso). E’, credo, per ora impossibile decidere, in assenza di riscontri storici precisi, cioè di documenti. Il fatto è che a quell’epoca, in Inghilterra, fare professione aperta per la confessione cattolica (“papista”) è molto pericoloso: si può essere arrestati e condannati a morte. Le cose migliorano un po’ sotto Giacomo, ma il pericolo c’è sempre. E Shakespeare è giustamente prudente.