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Alberto Simoni e John Samples
La corsa più lunga. Obama vs McCain: due visioni, una nazione
Casa editrice Lindau




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Il 4 novembre 110 milioni di americani sceglieranno il successore di George W. Bush. La maratona per la Casa Bianca, dopo quasi due anni di campagna elettorale, avrà finalmente un vincitore. Prevarranno la freschezza e la voglia di cambiamento di Barack Obama, quarantasettenne senatore dell’Illinois, o il riformismo e l’esperienza del veterano del Vietnam, il settantaduenne conservatore John McCain? La loro è certamente una sfida fra generazioni e stili diversi, ma è soprattutto uno scontro fra due modi di percepire l’America. McCain e Obama parlano con linguaggi differenti ai mille volti e agli infiniti angoli della nazione. Si rivolgono a un’America spaventata dalla situazione economica, alle prese con l’insicurezza prodotta dallo scoppio della bolla immobiliare, ma ancora solida nel suo ottimismo e bramosa di voltare pagina e di lasciarsi alle spalle i giorni bui del dopo 11 settembre. I due candidati vogliono apparire come personaggi lontani dai cliché ideologici, estranei al vecchio schema destra-sinistra, repubblicani contro democratici. Tuttavia il loro sforzo non è pienamente riuscito. John McCain è pur sempre un conservatore allergico all’intrusione del governo nelle vicende economiche, custode (senza lo zelo messianico di Bush) dei valori tradizionali, e fiero del ruolo svolto dalla nazione sullo scacchiere internazionale. Obama è invece per molti tratti un democratico della vecchia scuola «tassa e spendi», progressista quasi nel senso europeo del termine su alcune questioni, pragmatico su altre; forse persino un «falco» in politica estera. John Samples e Alberto Simoni scrutano fra le pieghe dei programmi elettorali, spiegano regole e meccanismi delle elezioni, raccontano il gioco «sporco» delle lobbies e la battaglia delle associazioni di volontariato, confrontano ideali e interessi, pesano capitali e strategie ma soprattutto guardano in faccia gli americani di questo inizio millennio, quella società civile che è l’autentica ricchezza dell’America.

Alberto Simoni, giornalista, lavora alla redazione esteri del quotidiano «Avvenire» per il quale si occupa di politica americana. Ha pubblicato Cambio di rotta. La Dottrina Bush e la crisi della supremazia americana (Lindau, 2007) e George W. Bush e i falchi della democrazia. Viaggio nel mondo dei neoconservatori (2004). Cura il sito www.blogwolfie.com.





INTERVISTA AD ALBERTO SIMONI, LUNEDI' 26 APRILE 2010 (a cura di Luca Balduzzi)



A un anno e mezzo di distanza dalla sua trionfale elezione a 44° Presidente degli Stati Uniti d’America, la popolarità di Barack Obama ha subito uno scossone molto profondo. Di sicuro, le aspettative sia americane che internazionali nei suoi confronti erano pesanti...

In qualsiasi occasione le aspettative giocano un ruolo molto significativo, e in un caso particolare come questo aggiungerei addirittura decisivo. Però un conto è fare propaganda o campagna elettorale, promettendo riforme, un conto è entrare nello Studio Ovale, sedersi dietro alla scrivania e cercare di portare a compimento quelle riforme. Nel corso di una campagna elettorale gli slogan, anche a effetto, acquistano il predominio rispetto alle proposte più concrete e realistiche. E quando, il 20 gennaio del 2009, ha fatto il suo ingresso alla Casa Bianca, Obama si è trovato di fronte a una macchina politica e burocratica decisamente più complicata di quanto egli stesso avesse potuto mai immaginare. Non bisogna dimenticare che si tratta di un presidente giovane, che nel momento in cui ha cominciato a pensare seriamente di correre per la Casa Bianca nel 2006 era stato nominato senatore appena due anni prima, e non possedeva l’intero bagaglio di conoscenza e di esperienza dei meccanismi della capitale (come funzionano i rapporti fra la Casa Bianca e il Congresso, e fra gli stessi deputati e senatori) necessario. Di conseguenza si è trovato per un momento “spiazzato” e con il bisogno di prendersi un po’ di tempo per comprendere. Non è un caso, allora, che Obama si sia circondato di “vecchie volpi” dell’establishment di Washington: per il ruolo di capo di gabinetto ha designato Rahm Emanuel, uno fra i politici più esperti del Partito democratico, e per la direzione della CIA ha scelto Leon Panetta, che aveva ricoperto il ruolo di capo di gabinetto durante la presidenza di Bill Clinton. Per i posti chiave, quelli in cui è necessario mantenere un contatto diretto, forte e autorevole con il Congresso, Obama ha avuto la capacità di scegliere personaggi importanti, evitando in questa maniera di commettere lo stesso errore di Clinton, che dopo la vittoria del 1993 trasferì la sua intera squadra dall’Arkansas alla capitale, collaboratori che si trovarono completamente spaesati in una città che per dodici anni era rimasta sotto il dominio del Partito repubblicano.



Una fra le accuse rivolte a Barack Obama, e forse quella che potrebbe riassumerle tutte, è quella di essere un presidente maggiormente interessato a coltivare la sua immagine di superuomo in giro per mondo, mentre in America temporeggia e lascia che si accumulino i problemi non risolti…

E’ un’accusa che nasce principalmente come conseguenza dell’immagine di Barack Obama che hanno voluto creare i mezzi di comunicazione, in particolare europei. Obama non è stato eletto dagli americani per ridipingere l’immagine di cui gli Stati Uniti godono all’estero, ma per rimettere in sesto un paese la cui economia era in profonda recessione fin dal 2008. Obama è un presidente di politica interna, che ha dichiarato di voler concentrare i suoi sforzi maggiori per risolvere tre questioni: la crisi economica e finanziaria, la disoccupazione e la riforma della sanità. Al di fuori degli Stati Uniti Obama ha -se vogliamo- avuto gioco facile nel dire che aveva intenzione di fare l’opposto di quello che aveva fatto George W. Bush: la popolarità di Bush nel momento in cui ha lasciato la Casa Bianca era molto bassa, probabilmente più bassa di quanto avrebbe meritato, soprattutto sul versante della politica estera, e Obama è riuscito a raccogliere consenso facilmente.



Sul versante internazionale Barack Obama ha comunque seminato qualche cosa: dai nuovi approcci con la Cina e con la Russia al tentativo di dialogare con l'Iran, all'impegno per i negoziati fra israeliani e palestinesi…

Se si analizzano in maniera più approfondita le decisioni che Obama ha preso sul versante internazionale, non si discostano fortemente da quelle prese da George W. Bush: al di là dei grandi annunci di apertura sulla carta (per esempio quella nei confronti dell’Iran e del mondo islamico), dal punto di vista operativo Obama ha incrementato il numero delle forze americane in Afghanistan, ha mantenuto lo stesso timing per il ritiro delle truppe dall’Iraq, ha intensificato i bombardamenti con i droni sul Pakistan, e ha intensificato la lotta al terrorismo in alcuni paesi come la Somalia e lo Yemen lasciando carta bianca alla CIA per il compimento di operazioni segrete. Quella verso l’Iran è stata una splendida apertura seguita da un’altrettanto splendida chiusura della porta in faccia: noi europei siamo abituati a giudicare ogni processo sempre un progresso, ma non sempre il dialogo con l’avversario è proprio un sintomo di forza.



Come valuti la decisione di investire gran parte del credito conquistato con la sua elezione a Presidente in una battaglia per una riforma della sanità, non compresa nemmeno dall’intero Partito Democratico?

Si tratta di una decisione coraggiosa, che proietta Obama dritto nella storia: la sua riforma della sanità potrà anche essere giudicata in maniera negativa sia dai conservatori, in quanto va a modificare alcuni capisaldi che loro avrebbero preferito lasciare intatti, che dai progressisti-liberal, che premevano fortemente per l’istituzione di una compagnia assicurativa pubblica (la cosiddetta public optino), ma se la sanità non fosse stata ripensata avrebbe sicuramente messo gli Stati Uniti in difficoltà, aumentandone il deficit. Negli ultimi cinquant’anni molti presidenti hanno provato a mettere mano alla riforma della sanità, ma l’unico che ci è riuscito è stato Obama. Giudico in maniera positiva il suo sforzo e il suo essere riuscito ad arrivare in fondo, un po’ meno il risultato finale…



Il successo ottenuto grazie all’approvazione della riforma sanitaria potrebbe contribuire a ridare slancio a tutti gli altri impegni in agenda rimasti in stallo?

In seguito all’approvazione della riforma sanitaria, Obama è riuscito a invertire una tendenza che si era mantenuta negativa dall’autunno dello scorso anno, e a riacquistare credito dimostrando di essere un presidente che ha delle idee, che è in grado di relazionarsi in maniera vincente con il Congresso, e che dunque ha la possibilità di portare avanti altri progetti. Questo pomeriggio si voterà la riforma finanziaria, e secondo alcune informazioni che filtrano Obama dovrebbe essere in grado di convincere alcuni repubblicani a votare a favore di una maggiore regolamentazione di Wall Street. Ad attenderlo c’è poi la riforma dell’immigrazione, un tema molto attuale, che potrebbe trasformarsi nella sfida principale dei secondi due anni della sua presidenza.



Il conferimento del Premio Nobel per la Pace ha avuto l’effetto di rafforzare le accuse rivolte a Barack Obama…

Obama sta dimostrando di essere un presidente pragmatico… sicuramente “di sinistra” se vogliamo utilizzare una categoria tipicamente europea che gli americani non amano molto… quindi il conferimento del Premio Nobel per la Pace ha facilitato il lavoro dei grandi commentatori radiofonici di destra, che hanno approfittato di questo riconoscimento per accusarlo di ogni sorta di pacifismo. E’ risaputo che gli americani non ritengono il Premo Nobel per la Pace come uno fra i riconoscimenti più significativi, basti pensare al fatto che è stato conferito anche a persone come Yasser Arafat che con la pace hanno avuto poco a che fare. La firma del trattato con la Russia per la riduzione delle armi strategiche e nucleari è –se vogliamo– un passo in direzione della pace, ma sul versante politico il Premio Nobel non ha influenzato granché Obama, che è andato avanti per la sua strada con il lancio di un’offensiva nello Yemen e lasciando carta bianca al Pentagono per lo sviluppo degli armamenti. Può essere stato, semmai, una scocciatura dal punto di vista della comunicazione, che per questa Casa Bianca è un elemento fondamentale di contatto diretto con gli americani.



Le elezioni del novembre dello scorso anno, che hanno rinnovato i Sindaci di grandi città come Atlanta, Boston, Houston e New York ed i governatori del New Jersey e della Virginia, hanno dimostrato una forte delusione da parte dei cosiddetti “indipendenti” che si erano schierati in massa dalla parte di Barack Obama in occasione delle presidenziali…

Gli indipendenti sono i cosiddetti swing voters, cioè quegli elettori che si schierano da una parte o dall’altra a seconda di chi gradiscono maggiormente fra i candidati, sia a livello delle elezioni presidenziali che a livello delle elezioni locali o per il Senato federale. Non si tratta di una categoria di elettori ideologizzati, e tende a dare il suo voto sulla base di alcuni issues, considerando come il candidato da appoggiare quello che su determinati argomenti la garantisce maggiormente rispetto ad un altro. Nel 2008 gli indipendenti si sono schierati con Obama perché è riuscito ad intercettare le loro simpatie su argomenti quali la crisi economica e la lotta alla disoccupazione. La sanità è stata, al contrario, un argomento che ha fatto sì che la massa critica degli indipendenti votasse a sorpresa a favore di un senatore repubblicano per lo stato del Massachussets. In questo momento bisogna capire se fra qui e le elezioni di metà mandato in programma nel mese di novembre, elezioni di rimando nazionale ma che si giocano anche su questioni locali, emergerà o meno un argomento forte in grado di spostare o meno le simpatie degli indipendenti.



Quale scenario politico si potrebbe trovare davanti Barack Obama in occasione delle elezioni di medio termine quando l’intera Camera e un terzo del Senato verranno rinnovati?

Come primi appuntamenti in agenda ci sono la riforma finanziaria e quella dell’immigrazione. Poi Obama e il suo staff dovranno cercare di capire se andare all’attacco o rimanere in difesa a rintuzzare gli attacchi del partito repubblicano. Se i repubblicani troveranno un argomento chiave su cui la posizione di Obama non è in sintonia con quella degli americani, ecco che Obama dovrà cercare di andare al contrattacco, cioè di spiegare le ragioni per cui lui si sta muovendo in una determinata direzione. Altrimenti potrebbe essere Obama stesso a trovare un argomento forte che unisca gli americani e che dia loro un nuovo stimolo per sostenere la sua agenda politica. Si potrà capire quali saranno le questioni chiave alla fine di maggio o in giugno: la riforma sanitaria rimarrà una di queste, ma adesso che è stata approvata ha perso parte del suo potenziale esplosivo rispetto al mese di gennaio quando era l’elemento scatenante della bagarre








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