INTERVISTA A GAETANO COLONNA, MERCOLEDI' 7 APRILE 2010 (a cura di Luca Balduzzi)
Il Medio Oriente è stato un territorio di conquista, e dunque di scontro, fin dall’antichità… è una terra destinata ad essere tormentata?
È stato anche un territorio di incontro e scambio fra le grandi civiltà, pensiamo al lungo periodo successivo alla conquista di Alessandro il Grande, per esempio, alla civiltà ellenistica. È un territorio dove sono nate ed hanno convissuto per secoli le grandi religioni monoteistiche, nelle loro molteplici sfumature. Non credo quindi che vi siano terre destinate di per sé al conflitto. Certamente, nel XX secolo l’imperialismo anglosassone ha operato in modo spregiudicato in Medio Oriente, attizzando i conflitti etnico-religiosi, seguendo una declinazione molto rozza del divide et impera romano: tutto questo ha creato una condizione di conflitto permanente che non è facile sanare.
Che cosa ha significato per il Medio Oriente l’istituzione dello Stato di Israele?
L’istituzione dello Stato di Israele è stata possibile dopo la fine dell’Impero Ottomano e grarzie al conseguente mandato britannico sulla Palestina. Lo stesso evento però aveva sollevato le più grandi aspettative anche nei popoli Arabi, che contavano sull’Occidente per realizzare la loro autonomia, cui aspiravano proprio sull’esempio delle indipendenze nazionali europee. La creazione di Israele ha rappresentato una duplice delusione: rispetto all’Occidente, perché ha dimostrato che il nazionalismo arabo sostenuto dagli Inglesi era puramente strumentale, per accelerare il crollo dell’Impero Ottomano; rispetto alla questione Palestinese, perché ha determinato un focolaio di lotta etnico-religiosa in un territorio che era in equilibrio ormai da secoli. Giustamente, Ruhi Khalidi, deputato arabo di Gerusalemme al parlamento turco, disse, ancora nel 1909, ad un reporter sionista: «Non abbiamo conquistato a voi Ebrei questa terra. L’abbiamo conquistata dai Bizantini, quando la governavano loro. Non dobbiamo niente agli Ebrei. Gli Ebrei non erano qui quando abbiamo conquistato il paese». In termini di principio, queste ragioni sono tuttora valide.
In che maniera i partiti di destra sono riusciti ad affermarsi così nettamente nella politica di Israele?
La loro affermazione è direttamente legata, da una parte, al fallimento del processo di pace e dall’altra alla radicalizzazione dello scontro religioso. Sono però convinto che anche partiti più moderati in Israele non si sarebbero discostati molto dalla strategia di fondo, indicata dal movimento sionista fino dagli anni ’10 del Novecento. Arthur Ruppin, il primo grande organizzatore dell’Agenzia Ebraica in Palestina, dichiarò al Congresso Sionista del 1913, a Vienna, che, per raggiungere gli obiettivi del movimento in Palestina, «la popolazione ebraica dovrà essere in maggioranza». Bisognava diventare numericamente e militarmente dominanti in Palestina, per poterci restare a lungo.
Quali sono gli “equilibri” politici individuabili nel Medio Oriente dei giorni nostri? L’Iran e la politica del Presidente Mahmud Ahmadinejad costituiscono un pericolo per queste fragili “alleanze”?
Sul piano geo-politico, credo che un equilibrio non esista più in Medio Oriente. Al contrario: oltre allo scontro permanente in Palestina, oltre a quello nell’area Afghano-pakistana, si è favorita la contrapposizione fra sunniti e sciiti che corrisponde grosso modo anche ad una linea di frattura etnica fra i Paesi Arabi del Golfo e l’Iran, la cui maggioranza di abitanti è, come si sa, di stirpe non-araba. A questo aggiungiamo la contrapposizione militare con la massima potenza occidentale, gli Usa…
Non credo che l’Iran abbia aggiunto granché al quadro, soprattutto tenendo conto del fatto che l’Iran ha già dovuto combattere una guerra di quasi dieci anni contro un Irak che lo aveva invaso col beneplacito sostanziale dei liberatori di oggi.
Quanto alle armi atomiche, Israele le detiene da oltre un quarto di secolo: in un recente studio americano sulla strategia che lo Stato ebraico potrebbe adottare contro l’Iran, il super-esperto Anthony H. Cordesman esamina fra le altre opzioni un attacco preventivo con missile nucleari lanciati dai sottomarini tedeschi classe Dolphin di cui gli israeliani dispongono e che potrebbero essere dislocati nel Golfo Persico. Allora: chi sta minacciando chi?
Che cos’è il sionismo cristiano? E come può aiutarci a spiegare l’interesse che l’Europa e gli Stati Uniti hanno sempre nutrito nei confronti di Israele, e l’appoggio che gli hanno sempre garantito?
Servirebbe un altro libro per raccontare la storia del sionismo cristiano. L’importanza di questo fenomeno sta nel fatto che molti ispiratori dei leader del mondo anglosassone, da Cromwell a Wilson fino a Bush, ritenevano e ritengono che il ritorno degli Ebrei in Palestina crei il quadro religioso necessario al Secondo Avvento del Cristo sulla terra. Questa idea, che presupponeva fra l’altro la conversione al Cristianesimo degli Ebrei riuniti in Palestina, ha favorito grandiosamente la creazione e il successo del movimento Sionista, cosa di cui gli stessi Sionisti sembrano dimenticarsi nelle loro ricostruzioni storiche. È tempo di riprendere anche questo filone di ricerca storica, per capire il Medio Oriente di oggi e le sue origini.
Recentemente il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha fatto tornare sotto i riflettori la proposta di annessione di Israele all’Unione Europea che i radicali avevano sollevato fin dagli Anni Ottanta…
Non credo che Israele abbia la minima intenzione di diventare uno Stato dell’Unione Europea! Ma è certo che Israele vuole influire sulla politica internazionale dell’Unione e sull’elaborazione della nuova strategia della Nato, attesa per l’autunno: in un recente convengo di esperti israeliani, europei ed americani lo si è detto e scritto in dettaglio. Ben consapevole dei rapporti di forza nel Mediterraneo, Berlusconi sta semplicemente rincorrendo il favore di Israele, per acquisire dei meriti e per non essere scavalcato da Fini e ad altri nel centro-destra che sembra abbiano già acquisito molti punti su questo piano. Sappiamo bene che l’Italia è stato un cardine della strategia israeliana, fin dal 1948, come è stato di recente documentato in un bel libro di Eric Salerno, Mossad base Italia, che sfata, documenti alla mano, il mito di un’Italia filo-araba. I filo-arabi italiani del resto hanno fatto tutti una brutta fine, da Mattei a Moro.
L’annessione della Turchia all’Unione Europea potrebbe contribuire ad avvicinare il Medio Oriente all’Occidente, o la paura di una “invasione dei musulmani” non farà che peggiorare i rapporti?
La Turchia è un Paese chiave nel Mediterraneo e in Medio Oriente ed è un Paese che nel secondo dopoguerra ha pagato il suo allineamento filo-atlantico con durissime strategie di destabilizzazione, compreso qualche colpo di stato militare gestito con mano pesante. Ma non potrà essere mai un Paese occidentale, ed a ragione, io direi, considerata la sua storia. Cercare a tutti i costi di portare la Turchia in Europa è un errore parallelo ed equivalente a quello di chi vuole escluderne invece la Russia. Quanto al riavvicinamento fra Occidente e Islam, a mio avviso i musulmani non sono affatto interessati ad invadere l’Europa: del resto, fino ad oggi, da Napoleone ad Obama, sono gli Occidentali ad avere spesso e volentieri occupato militarmente i loro Paesi.
Come giudica la politica medio-orientale che sta portando avanti il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama?
Obama è un presidente americano e non può fare altro che sviluppare le strategie che sono state disegnate da quasi un secolo dalla ristretta élite che dirige la politica mediorientale guardando agli interessi mondiali americani. Queste strategie sono state scritte e descritte in tantissime occasioni dagli esponenti di quella élite (i Rockefeller, i Rostow, i Kissinger, i Brzezinski): diventare presidente degli Usa significa garantire in partenza la propria piena adesione agli obiettivi di quella élite. Chi non dà queste garanzie, semplicemente non sarà mai un presidente degli Stati Uniti d’America.