INTERVISTA A ALESSANDRO GISOTTI, MERCOLEDI' 7 APRILE 2010 (a cura di Luca Balduzzi)
Dio e la protezione divina occupano una posizione tutt’altro che marginale nella vita pubblica (sia sociale che politica) degli Stati Uniti: i presidenti sono tenuti a giurare su una Bibbia e a invocare il suo aiuto, sulle monete e sulle banconote campeggia il motto “In God we trust”, ecc…
In effetti, il mio libro esordisce proprio con una lunga introduzione per sottolineare questo carattere della nazione americana, che non a caso si definisce anche “One nation under God”. Nonostante le spinte della secolarizzazione molto forti, in America il fattore fede mantiene un ruolo essenziale nel dibattito pubblico e, di conseguenza, nel confronto politico. Un teologo svedese ha detto una volta che in America anche gli atei parlano in tono religioso. A me viene alla mente quanto Alexis de Tocqueville affermava due secoli fa: la religione è la prima delle istituzioni politiche degli americani. Un dato per tutti: oltre il 90 per cento degli americani afferma di credere in Dio.
Eppure, secondo la Costituzione, negli Stati Uniti nessuna religione può diventare la religione di stato, e a nessuno può essere impedito di professare la propria fede…
Questo, chiaramente, ha a che vedere con la storia degli Stati Uniti, con la propria origine. La nazione americana, storicamente, nasce come tentativo di affrancarsi dalle guerre di religione che hanno segnato a lungo la storia europea. Il crogiuolo di razze tipico degli Stati Uniti è inoltre anche un melting pot religioso ed ecco perché nessuna religione può diventare istituzionalmente prevalente sulle altre.
In che maniera Barack Obama si è avvicinato alla religione? Quali sono i suoi punti di riferimento e le sue convinzioni in questo campo?
Parafrasando Bauman, parlo nel mio libro di un Obama contraddistinto da una “identità liquida”. E’ figlio di una donna bianca del Kansas, piuttosto indifferente verso il fenomeno religioso, e di un keniano musulmano ma agnostico. Vive parte della sua adolescenza in Indonesia, il Paese con più musulmani al mondo, e incontra Cristo dopo i vent’anni in una Chiesa afroamericana di Chicago. Da giovane, peraltro, ha collaborato anche con il mondo cattolico quando lavorava come “community organizer” nel quartiere South Side di Chicago. Grazie a questo suo “profilo trasversale”, Obama è riuscito ad attrarre una parte consistente dell’elettorato religioso. I suoi avversari lo giudicano però un sincretista con idee poco chiare sulla propria fede.
L’appartenenza di Barack Obama alla Trinity United Church of Christ di Chicago del reverendo Jeremiah Wright è stata motivo di “intralcio” alla campagna elettorale del candidato alla presidenza degli Stati Uniti…
Obama si è presentato fin dall’inizio della sua campagna elettorale come un “bridge builder”, un politico capace di unificare l’America e appianare le polarizzazioni dell’era Bush. Questa ambiziosa aspirazione è stata messa a dura prova dalle esternazioni del reverendo Wright, che è arrivato a tuonare “Dio maledica l’America” lasciando intendere, neanche troppo velatamente, che l’attacco dell’11 settembre gli americani se lo fossero cercato. Alcuni poi hanno visto nel cristianesimo afrocentrico della Trinity Church un razzismo all’incontrario… neri contro bianchi. Quindi, anche se a malincuore visto il forte legame personale con il reverendo Wright, alla fine Obama si è “smarcato” dalla sua guida spirituale. Un abbraccio che rischiava di essere fatale per le ambizioni presidenziali del senatore dell’Illinois.
Su alcune tematiche di carattere etico (come per esempio l’aborto, i matrimoni omosessuali e la ricerca sulle cellule staminali), sono emerse alcune divergenze fra la posizione più liberale di Barack Obama e l’episcopato americano…
Sui cosiddetti valori non negoziabili, su tutti la difesa della vita, Obama ha assunto posizioni contrastanti rispetto alla dottrina cattolica. Convergenze importanti si registrano invece su “temi sociali” come l’accoglienza degli immigrati e la promozione di misure in favore delle fasce deboli. Quanto accaduto nel dibattito per l’approvazione della riforma sanitaria sintetizza bene l’atteggiamento dell’episcopato cattolico, ma anche di una parte consistente del mondo evangelico americano, nei confronti di Obama. Se, infatti, è stato elogiato il risultato di una copertura assicurativa sanitaria per 32 milioni di cittadini che ne erano sprovvisti, dall’altro si è sottolineata la mancanza di un linguaggio chiaro nel testo di legge contro il finanziamento, con fondi pubblici, delle pratiche abortive.
Colpisce, in questo senso, che Barack Obama abbia scelto di affidare la preghiera che ha preceduto la cerimonia del suo giuramento/insediamento al pastore evangelico Rick Warren… E’ anche grazie a queste posizioni più tolleranti che Barack Obama è riuscito a intercettare consensi anche fra l’elettorato non democratico?
In Italia si è portati a pensare che lo slogan che sintetizza la politica obamiana sia il celeberrimo “Yes, we can”. Io credo, invece, che la cifra della sua strategia politica sia riassunta nella formula “common ground”, terreno comune. Dall’economia alla religione, Obama è impegnato alla ricerca di un terreno comune. Così, per rispondere alla domanda, Obama da una parte invita alla cerimonia di insediamento il pastore Warren, contrario all’aborto e alle unioni gay; dall’altra, sblocca i fondi per le Ong che all’estero promuovono l’aborto come strumento di pianificazione famigliare. In campagna elettorale, il suo appello bipartisan ha funzionato. Obama ha ottenuto il 54 % dei voti cattolici, ma anche l’89 % dei voti islamici e il 78 % dell’elettorato ebraico americano. Ovviamente, quando bisogna governare, le cose diventano molto più difficili. E così, un sondaggio Gallup, al traguardo del primo anno di presidenza, ci ha svelato un Obama molto più polarizzante di quanto saremmo portati a pensare da questa parte dell’Oceano.
In che maniera Barack Obama ha affrontato/sta affrontando il dialogo con le altre religioni, ebraismo e islamismo in primo luogo?
Innanzitutto, va considerato che religione e politica estera si intrecciano a doppio filo. Non a caso, qualche settimana fa, uno studio indipendente di Chicago consigliava al Dipartimento di Stato di considerare con maggiore attenzione il ruolo della fede nelle relazioni internazionali. In effetti, è impossibile pensare, per esempio, ad una soluzione dell’annoso conflitto israelo-palestinese senza valutare adeguatamente la variabile religiosa. Come è noto, con il discorso all’università Al Azhar del Cairo, rivolto al mondo musulmano, Obama ha proposto un nuovo inizio, “a new beginning”, nei rapporti tra America e comunità islamica. Tuttavia, Obama stesso ha riconosciuto che un discorso non basta a sradicare decenni di diffidenza. La questione mediorientale e la controversia sul nucleare iraniano saranno dunque due banchi di prova fondamentali non solo per valutare l’efficacia dell’Amministrazione Obama in politica internazionale, ma anche per verificare i progressi nelle relazioni tra americani e Paesi musulmani.