INTERVISTA A STEFANO SOCCI, VENERDI' 18 SETTEMBRE 2009 (a cura di Luca Balduzzi)
Quando comincia l’interessamento da parte della settima arte alle opere di William Shakespeare?
Il cinema ha mostrato subito interesse per il repertorio shakespeariano. Già nel periodo muto sono numerose e varie le trascrizioni per il grande schermo, realizzate da registi importanti e interpretate da popolari attori del mondo di celluloide. Valga per tutti l’Hamlet (1920) di Svend Gade, che rilegge al femminile il testo di Shakespeare affidando il ruolo principale al talento di Asta Nielsen. Gade narra che la regina di Danimarca, partorita una femmina mentre il re è in guerra, decide di mentire sul sesso del neonato; la morbosa melanconia di Amleto nasce da questa menzogna: essendo fanciulla, le viene imposto un comportamento contro natura. La sua identità vera le impedisce di amare Ofelia e quella presunta di dichiararsi a Orazio, lo studente provenzale che, incontrato all’Università di Wittenberg, diventa la sua guardia del corpo
Quali sono le ragioni del successo di William Shakespeare prima a teatro e poi sul grande schermo?
Le ragioni del successo teatrale –dovute a una sapiente mescolanza di ingredienti drammatici, alla creazione di personaggi dalla straordinaria valenza emblematica, all’uso magistrale e raffinato della scenografia verbale– in parte coincidono con quelle del successo cinematografico. Non si può giustificare la duratura fama internazionale di Shakespeare soltanto con le figure dominanti di Amleto, Otello, Lear o Macbeth, per non parlare delle altre. La sua persistente fortuna cinematografica risiede certamente nel mistero biografico –per cui il Cigno dell’Avon è ormai figura distorta, manipolata e mitizzata– ma soprattutto nella quantità e nella ricchezza delle trame di una produzione che ha ben pochi confronti nella storia del teatro: vicende fortemente metaforiche basate su intrecci parentali o sentimentali. L’autore inserisce i pochi, semplici fermenti della vita umana –ambizione, amore, gelosia, ingratitudine, invidia, rancore, tradimento, vendetta– e alcuni efficaci ingredienti dell’azione, quali agguati, avvelenamenti, battaglie, burle, colpi di mano, fughe, naufragi e vicende legali, in situazioni spettacolari ben collaudate: agnizioni, equivoci, inganni o travestimenti. Possiamo aggiungere, inoltre, che la disinvolta fusione di fonti diverse e la drammaturgia originale, senza divisione in atti, punteggiata solo dai cambi di scena, dalle entrate e dalle uscite degli attori, prefigurano le modalità di un racconto per il cinema
Quali sono i personaggi che godono del maggiore interesse da parte dei registi e degli attori? Verrebbe scontato pensare esclusivamente ad Amleto…
Certo, si pensa subito ai protagonisti delle grandi tragedie –Otello, Macbeth, Lear– e soprattutto al tenebroso Amleto, la cui storia risulta la più popolare sul grande schermo (oltre cinquanta film): soave indeciso, campione neogotico, fanciulla sotto mentite spoglie, o sterminatore quasi cibernetico in Last Action Hero–L’ultimo grande eroe (The Last Action Hero, 1993) di McTiernan. La pluralità di interpretazioni sancisce e spiega il successo del personaggio, che è sicuramente il più noto degli eroi shakespeariani; ma, in ordine alfabetico, come dimenticare il luminoso Ariele, l’ingenuo Bottom, il rozzo Calibano, l’innocente Desdemona, il dissipato Enrico e il suo mentore Falstaff, l’ineffabile Giulietta, l’infido Iago, il fiabesco Oberon, la liquida Ofelia, l’esoterico Prospero, il fragile Romeo, l’efferato Riccardo di Gloucester, il mesto Shylock, il crudele Tito e la coraggiosa Viola? Ce n’è per tutti i gusti: storie che nascono da altre storie, caratteri ispirati alla cronaca, alla leggenda o alla pura fantasia
Non solo Amleto ma anche altri personaggi di Shakespeare continuano ad affascinarci: forse perché la consumata maestria dell’autore ha legato ciascuno di essi a una qualità particolare, un’essenza psicologia e un “colore” umano che non mutano nel tempo, rendendoli quindi classici, indelebili. E il cinema, arte della sintesi, si è subito appropriato di queste figurazioni, assorbendole e riciclandole nelle forme più diverse
È vero, come diceva Orson Welles, che il Re Lear è l’opera di William Shakespeare più difficile da rappresentare perché affronta uno dei pochi argomenti tabù del mondo dell’arte, la vecchiaia?
Sicuramente la vecchiaia è un argomento difficile da trattare, sia a teatro che al cinema. Shakespeare riesce a costruirvi intorno due testi memorabili: il Re Lear, cupa e inesorabile lotta tra il padre e le figlie, dove l’ingratitudine domina e l’amore viene cancellato da avidità e vanità, dove canizie non significa saggezza, come spiega il fool al suo padrone, e La tempesta, in cui Prospero, duca di Milano, è luminosa figura di sapiente patriarca, amorevole con la figlia Miranda, conciliato con il mondo: come si suppone fosse Shakespeare, agiato e stimato professionista della scena, al termine della carriera
Quali sono gli “stravolgimenti” più fantasiosi delle opere di William Shakespeare immaginati dagli sceneggiatori?
Le parafrasi e gli stravolgimenti sono numerosi. Nel mio libro sottolineo la genialità dell’Hamlet di Gade, accanto a quella dell’Otello (Othello, 1949-52) di Welles che, ispirato dal formidabile Amleto (Hamlet, 1948) di Olivier, inizia a narrare la vicenda dalla fine e descrive il corteo funebre, dove mirabilmente affianca le salme del Moro e della consorte al percorso simbolico dell’incatenato Iago. È degno di nota anche il trascinante West Side Story (1961) di Wise, celebre musical metropolitano che rilegge Romeo e Giulietta, al pari di Romeo+Giulietta di William Shakespeare (William Shakespeare’s Romeo & Juliet, 1996) dell’australiano Luhrmann, ambientato a Verona Beach, esotico e postmoderno campo d’amore e guerra tra gli ispanici Capulet e gli anglosassoni Montague. Appassionante e divertente la fusione di arte e vita realizzata da Madden in Shakespeare in Love (1998), grazie anche all’abile sceneggiatore Stoppard. Ricordo poi l’adattamento migliore degli ultimi due decenni, il Titus (1999) di Julie Taymor, dove la regista riesce, con intuito, sensibilità e uso magistrale della contaminazione, a restituire gli eccessi del testo originale facendo affiorare, al contempo, la profonda malinconia del protagonista, il non senso della vita, l’estrema labilità degli affetti e la tirannia distruttiva del potere, ovvero buona parte dei grandi temi shakespeariani. Ma non si devono dimenticare la brillante rilettura in chiave moderna, anzi bellica, di Poggioli in La bisbetica domata (1942), con Nazzari e la gattesca Lilia Silvi, il vigoroso adattamento nazi-fascista di Loncraine (Richard III, 1995), interpretato da un eccellente Ian McKellen, e il narcisismo virtuosistico di Al Pacino in Riccardo III–Un uomo, un re (Looking for Richard, 1996)
Ci sono differenze fra il modo in cui le opere di William Shakespeare vengono adattate per il cinema anglosassone, in un paese in cui il Bardo è una “istituzione”, e per quello degli altri paesi?
Nei paesi di lingua inglese le opere di Shakespeare hanno spazio non solo al cinema ma anche e soprattutto in televisione, cosa che non accade altrove. Per quanto riguarda il grande schermo, non noto grandi differenze negli adattamenti, se non, forse, un maggiore coinvolgimento emotivo dei registi anglosassoni; ma le eleganti e intense versioni cinematografiche di testi shakespeariani realizzate da Franco Zeffirelli mostrano un’empatia e una “partecipazione” non inferiori alle dinamiche trascrizioni di Branagh
Nella cinematografia del nostro paese il nome di William Shakespeare è associato prevalentemente a quello del regista Franco Zeffirelli… Quale particolare sguardo ci offre il Maestro toscano?
Zeffirelli dà il meglio di sé proprio quando rilegge opere d’area anglosassone. Nel caso di Shakespeare, il regista toscano ha saputo cogliere sia il nucleo ludico e blandamente sovversivo di La bisbetica domata –il suo film del 1966 è quasi un happening, un Hair d’ambientazione rinascimentale in cui sesso, droga e rock’n’roll non ci dovrebbero essere, eppure sono intorno e alla base del contesto visionario e della recitazione convulsa della coppia Taylor/Burton– sia l’amor giovane e ribelle di Romeo e Giulietta nell’ottimo film realizzato nel ‘68, dove la luminosa mediterraneità della scenografia dialoga con i raffinati costumi di Donati, mentre l’essenza shakespeariana viene restituita con semplici ed efficaci intuizioni quali, ad esempio, le scene del giardino Capuleti e del balcone a cui Giulietta si affaccia nel ruolo ambivalente di dea-luna e sole sfolgorante. Zeffirelli ha diretto anche una buona versione cinematografica di Amleto (Hamlet, 1990), affidando il ruolo principale a Mel Gibson, monello lunare e crudele in un ispirato contesto nordico, dove sapientemente viene affiancato da eccellenti professionisti come Alan Bates (Claudio), Glenn Close (Gertrude) e Paul Scofield (lo spettro). Ma è un fatto che, caldi o freddi, i paesaggi di Shakesperare affascinano allo stesso modo celti, germani e latini, stimolando variamente anche le fantasie africane, asiatiche o slave