INTERVISTA A GIORGIO ACQUAVIVA, MERCOLEDI' 20 MAGGIO 2009 (a cura di Luca Balduzzi)
Che cosa significa essere cristiani in un mondo come quello della Terra Santa?
Significa essere minoranza due volte, all'interno dello Stato d'Israele e all'interno della società palestinese, così come in tutti i Paesi dell'area, che sono a maggioranza musulmana. Qualche dato. In tutto si parla di meno di 180mila cristiani, cioé più o meno l'1% della popolazione. A loro volta cristiani sono divisi fra loro, con la metà appartenenti a Chiese ortodosse e il resto fra cattolici, copti, armeni e protestanti. Il 60 per cento di quei 180mila cristiani vive in Israele; il 40 per cento nei Territori dell'Autonomia palestinese
Ecco allora che si tratta innanzitutto di una presenza di testimonianza, spesso qualificata e guardata con stima e rispetto. Testimonianza significa molte cose, ma forse soprattutto significa dare carne e sangue ai luoghi che vengono custoditi. Perché – contrariamente alle altre due religioni monoteiste maggioritarie, Ebraismo e Islam – il Cristianesimo è nato proprio là. Come è noto la Torah fu data a Mosé sul monte Sinai e l'Islam è nato nela penisola arabica. Anche se l'intreccio fra le tre fedi e tradizioni è inestricabilmente legato alla Terra Santa
Quali sono le difficoltà maggiori che i cristiani si trovano a dover affrontare nel rapporto da una parte con le altre due più grandi religioni (l’ebraismo e l’islamismo), e dall’altro lato con due popoli (gli israeliani e i palestinesi) al cui interno queste tre religioni si mescolano?
I rapporti fra cristiani e ebrei è molto particolare, e va al di là del generico rapporto inter-religioso. Perché il Cristianesimo è innestato sulla “radice santa” dell'Ebraismo (come ricorda Paolo nella Lettera ai Romani). Giovanni Paolo II si rivolse agli ebrei della Sinagoga di Roma con l'espressione “fratelli maggiori” e ormai si riconosce – da parte della Chiesa cattolica – che il popolo della “Prima Alleanza” (peraltro mai revocata) segue una sua peculiare e misteriosa via alla salvezza
Il rapporto con l'Islam è più complesso, perché per i seguaci del Corano è difficilmente concepibile un Dio che si lascia uccidere in croce. Gesù è considerato un grande profeta, ma certo non Figlio di Dio. Peraltro la comune ascendenza di ebrei-cristiani-musulmani al patriarca Abramo costituisce un indubbio punto di contatto che permette di sviluppare dialogo e collaborazione
La seconda parte della domanda è importante – e mi ha portato a formulare domande che ho faticato a formulare e alle quali padre Pizzaballa ha risposto con grande coraggio. C'è da ricordare che la quasi totalità dei cristiani di Terra Santa (restringendo questo termine a Israele e Territori Palestinesi) è formata da arabo-palestinesi. C'è poi una piccola comunità di cattolici “di espressione ebraica”, formata da ebrei che credono in Gesù di Nazareth Messia e Signore. Questa circostanza, porta inevitabilmente –come racconta p. Pizzaballa– ad avere maggiore familiarità con l'ambiente palestinese e, spesso, anche a una qualche “parzialità” nel giudizio sulla situazione nell'area. Se a ciò si aggiunge che Israele, come Stato, può considerarsi “autosufficiente”, mentre la parte palestinese ha bisogno di sostegno e aiuto, soprattutto in ambito medico-assistenziale ed educativo, emerge chiaramente un rapporto asimmetrico
La Santa Sede ha firmato accordi con entrambe le parti, nel 1993 con Israele e nel 2000 con l'Autorità Palestinese. Non tutti all'interno della Chiesa hanno gioito per il primo di questi accordi, perché ad alcuni appariva come un “tradimento” della parte palestinese. Ma ovviamente non c'è alcuna ambiguità in quella scelta: la Chiesa parla con tutti e a tutti chiede il rispetto dei diritti fondamentali alla sicurezza e alla pace e giustizia
Guardando però alla situazione dei cristiani in Terra Santa, non bisogna dimenticare le molte e qualche volta profonde divisioni che vivono già al loro interno…
Le divisioni fra i cristiani appaiono davvero come uno “scandalo” di cui chiedere perdono. Oltretutto esse finiscono con l'indebolire la credibilità stessa di chi annuncia la Buona Novella di Gesù Cristo. Ma anche qui non siamo all'anno zero. Il movimento ecumenico va avanti, magari a fatica ma sempre con lo sguardo fisso alla meta, che poi è la preghiera di Cristo stesso al Padre “Che siano una cosa sola!”. Alcune Chiese sono presenti in Terra Santa da sempre, a custodia dei luoghi santi; i francescani sono lì da oltre 600 anni. I loro rapporti sono regolati (quasi “congelati”) da accordi di “Status Quo” che risalgono al periodo ottomano. Possono sembrare arzigogoli giuridici, ma hanno permesso la sopravvivenza di Chiese altrimenti destinate all'estinzione. E' desiderio diffuso, ormai, che si possa lavorare con maggior lena allo stabilimento di relazioni maggiormente fraterne
In questo scenario, in che maniera si inseriscono la presenza e l’attività dei frati francescani e della loro Custodia della Terra Santa?
I francescani e la Custodia sono in Terrasanta per testimoniare la presenza cristiana, minoritaria ma fondamentale. Dopotutto –diversamente dall'Ebraismo (che è nato con la consegna della Torah da Dio a Mosé nel deserto) e dell'Islam (nato nella penisola arabica)– il cristianesimo è nato proprio là. Francesco incontrò il Sultano nel 1219 e i frati da allora sono sempre rimasti in zona. Ai primi del 1300 già si facevano le prime ispezioni da parte dell'ordine, e risale al 1342 l'istituzione della Custodia con Bolla papale (Clemente VI, Gratias agimus tibi). Postazione avanzata del dialogo interculturale e interreligioso, la Custodia ha promosso scuole miste, studi archeologici d'avanguardia, occasioni di incontro, che continuano anche oggi
Passando alla politica, che cosa ha significato per il Medio Oriente l’istituzione dello Stato di Israele?
La nascita dello Stato d'Israele, nel 1948, a seguito di voto delle Nazioni Unite, ha innanzitutto valore storico. Ma anche –in qualche modo– meta-storico. Dopo quasi duemila anni di Diaspora, Israele ricompare nazione fra le nazioni. Lo stato dei palestinesi non riesce a nascere, innanzitutto per responsabilità degli stati arabi circostanti che, piuttosto che accettare la nascita dello Stato ebraico, preferiscono muovere guerra. E così si perde una occasione epocale, perché difficilmente i palestinesi avranno – a seguito di trattative – tanta terra quanta ne avrebbero avuta in quel momento. Il problema dei profughi marcisce, con i campi profughi tenuti in piedi senza che nessuno stato arabo si assuma la responsabilità di una concreta solidarietà e integrazione. La nascita di Israele ha comunque fatto nascere –per emulazione– uno speculare sentimento nazionale palestinese, che prima era solo in embrione
In questo scenario, quali posizioni ha assunto la Santa Sede nel rapporto con gli israeliani e i palestinesi?
Fra i cristiani, la nascita di Israele ha inizialmente suscitato sconcerto, perché la Chiesa locale in Terrasanta è per la stragrande maggioranza formata da fedeli arabo-palestinesi. C'è voluta una lenta evoluzione, un papato grande come quello di Giovanni Paolo II, la maturazione di condizioni particolari, per arrivare all'Accordo Fondamentale del 1993 con Israele e del 2000 con l'Autorità Palestinese. Il rapporto ancora oggi è però asimmetrico, proprio per ragioni “costitutive”: inevitabilmente il “cuore” della Chiesa è vicino al popolo palestinese, anche perché Israele è meno bisognoso e dipendente dalle opere di carità o formative del mondo cristiano. Epperò anche all'interno del Patriarcato Latino esiste una piccola comunità di “cattolici di espressione ebraica”, ebrei e cittadini israeliani che credono in Gesù di Nazareth Signore e Messia, due volte minoranza, fra i cristiani (nella quasi totalità arabo-palestinesi) e fra gli israeliani (quasi tutti ebrei). La nomina di padre Pizzaballa a Custode ha riequilibrato la situazione, perché si tratta di un personaggio capace di dialogare con le due realtà egemoni
Perché è così difficile riuscire a trovare una soluzione ai problemi di convivenza fra gli israeliani e i palestinesi? Quali interessi impediscono il dialogo e il confronto fra i due popoli?
Come dice il Custode nell'intervista, è vero che la soluzione di convivenza è difficile, ma è pur vero che là il dialogo non è materia di dibattito, il dialogo semplicemente si fa, la convivenza è nelle cose di ogni giorno, le realtà si sfiorano e si toccano nelle strade e nei vicoli della Città Vecchia. Dopodiché ci sono interessi forti che remano contro, ci sono gli opposti egoismi e le paure speculari. Rimane il fatto che le due realtà devono imparare a vivere l'una accanto all'altra, a rispettarsi, a capirsi. Forse la vera soluzione è “saltare” la fase dei nazionalismi e ripescare l'idea di Rabin di un “mercato comune” fra Giordania-Israele-Palestina...
Nonostante tutte queste difficoltà, dalle parole di Padre Pizzaballa emergono un grande ottimismo e una grande fiducia nel trionfo della pace…
Padre Pizzaballa è uomo di Chiesa e francescano. Non può non nutrire la speranza, al di là di ogni speranza. Come ricorda lui, già La Pira disse –a proposito del Vietnam– che «la pace è inevitabile». Ma –vorrei ricordare- la pace la si fa fra nemici. Che da quel momento imparano a vivere da buoni vicini. Basterebbe pensare che pochi anni dopo la II Guerra Mondiale, Francia e Germania furono fra i fondatori del Mercato Comune Europeo. Pizzaballa è conscio delle difficoltà e degli ostacoli, soprattutto a livello di educazione delle nuove generazioni che rischiano una overdose di odio e risentimento. Il lavoro, quindi, è sopratutto a livello di speranza. Come ha ricordato Benedetto XVI nel suo recente viaggio in Terrasanta
Per approfondire l'intervista, è disponibile la presentazione del documentario Terra Sancta-Custodi delle sorgenti della Salvezza di Sergio Marzocchi e Fabrizio Palaferri