INTERVISTA A FRANCO FRACASSI, VENERDI’ 19 SETTEMBRE 2008 (a cura di Luca Balduzzi)
Vista la grande quantità di documenti già pubblicati e di documentari e film già realizzati sull’argomento 11 settembre e sulle cosiddette teorie complottistiche, non avevate paura di correre il rischio di raccontare qualcosa di già visto e ampiamente commentato?
Innanzitutto, vorrei chiarire che i complottisti sono quelli che li attentati li organizzano. E né io né chiunque altro abbia lavorato a questo film si è mai sognato di organizzarlo un attentato. Secondo poi, è vero che di documentari ne sono usciti molti. Il nostro però è un film, con il respiro di un film, qualcosa che va al di là di una voce narrante con il sottofondo di immagini rubate da internet o di fotografie. Inoltre, il nostro è un vero film d’inchiesta, in cui non si riferisce per sentito dire, ma si mostrano interviste che hanno il valore di prova. Infine, in Zero non ci limitiamo a trattare del cosa è accaduto quella mattina a New York e a Washington. Metà del film tratta dei dirottatori e di Al Qaida. Siamo i primi e, finora, gli unici a trattare l’11 settembre nel suo complesso. Spiegando allo spettatore che l’unico modo per dare risposte è andare oltre i fatti contingenti guardando alla geopolitica. Se posso aggiungere, siamo anche l’unico documentario che lascia pensare lo spettatore senza dargli risposte preconfezionate. L’incredibile successo di Zero nel mondo è dovuto a tutti questi fattori.
Quali sono state le primissime domande/dubbi tuoi personali in merito all’11 settembre che non hanno trovato una risposta/chiarimento soddisfacente nella versione ufficiale di un attentato terroristico da parte di Al Qaeda?
A chi è giovato? E’ la domanda che ci si pone ogni volta che si è in presenza di un crimine. E di solito la risposta porta alla soluzione del mistero. La seconda è stata: come si fa a chiudere un’indagine su un crimine così complesso ed efferato in tre soli giorni?
Come siete riusciti a raccogliere le testimonianze esclusive di Louie Cacchioli, uno dei pompieri che ha soccorso le persone intrappolate nella seconda torre, e di Brian Clarke, l'unico sopravvissuto tra coloro che si trovavano nei piani superiori al punto dell'impatto del secondo aereo con la torre sud?
Non è stato difficile. Li abbiamo contattati telefonicamente. Hanno riscontrato la validità del nostro progetto e si sono prestati con entusiasmo.
Una delle conseguenze tuttora meno considerate del crollo delle torri del World Trade Center è quella della catastrofe ambientale e delle morti provocate dalla nuvola tossica di detriti, di cui voi avete discusso con Joel Kupfermann, l'avvocato dei sopravissuti e dei familiari delle vittime…
Non ne abbiamo discusso solo con lui. Abbiamo intervistato i medici del Mount Sinai Hospital, che si sono occupati della cura della maggior parte dei malati, e che hanno fatto degli studi specifici del problema. E abbiamo anche intervistato alcuni dei malati: lavoratori di Wall Street, abitanti della parte sud di Manhattan, soccorritori di Ground Zero. Ne è emerso un quadro terrificante. La Casa Bianca ha sulla propria coscienza decine di vittime già accertate e oltre quindicimila malati gravi. Come ha ben riassunto Kupfermann, la Casa Bianca si è resa responsabile di un crimine contro l’umanità.
Come sono nate le “partecipazioni” di Lella Costa, Dario Fo, Moni Ovadia e Gore Vidal al progetto?
In linea con lo spirito e il taglio di Zero, abbiamo pensato che sarebbe stato molto più cinematografico se i narratori fossero stati degli attori che sarebbero apparsi in video. Dario Fo è stata la nostra prima scelta. Lella Costa la prima ad accettare. Dopo qualche mese ha aderito con entusiasmo anche Moni Ovadia.
Esiste ancora, in Italia in particolare, il rischio «di essere sottoposti all'attacco (prevedibile) del mainstream informativo, cioè di coloro che hanno finora taciuto» di cui Giulietto Chiesa ha scritto nel maggio del 2006?
L’informazione in Italia è sempre più soggiogata al potere. Molto spesso per colpa degli stessi giornalisti, che si auto censurano, non svolgendo volontariamente il proprio lavoro. A volte questo accade a causa del tipo di diffusione proprietaria dei media, altre volte a causa della scarsa cultura e della scarsa professionalità degli operatori dell’informazione. Quindi, la mia risposta è sì.
Quando e in che maniera sarà plausibile aspettarsi di scoprire la verità sull’11 settembre?
Se posso essere sincero, credo che non avverrà mai. Scoprire, ufficialmente, tutta la verità sull’11 settembre vorrebbe dire minare alle fondamenta la nostra società, il nostro modo di vivere, il sistema mondo così come appare oggi. Se si desidera veramente la verità, tutta la verità, bisogna anche essere pronti a rifondare questo pianeta su nuove basi e ad accettare la possibilità del crollo dell’economia, dello scoppio di guerre civili e di guerre vere e proprie, che potrebbero essere devastanti. Credo che nessuno sia disposto a pagare un prezzo così salato in nome della verità. Più ragionevolmente, è possibile che si formi una nuova commissione d’inchiesta che trovi una serie di capri espiatori (magari anche all’interno dell’attuale amministrazione Bush). E’ anche possibile che i media si sveglino e svolgano quelle inchieste che finora hanno omesso di portare avanti. Probabilmente i media scopriranno e racconteranno la verità. Non si tratterà, però, della verità ufficiale.