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Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato
Doveva morire - Chi ha ucciso Aldo Moro
Casa editrice Chiare Lettere




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No, nessuna dietrologia. Sembra che oggi in Italia non si possa parlare di Moro se non per dire che non c’è niente da dire. Invece proviamo a mettere insieme tutto quello che sappiamo e soprattutto quello che ancora non abbiamo avuto modo di conoscere. Fatti, documenti, testimonianze sono lì, davanti a noi. Non dietro

Ferdinando Imposimato, giudice istruttore dei più importanti casi di terrorismo (caso Moro, attentato al Papa, omicidio del Presidente del Csm Vittorio Bachelet e dei giudici Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione), si è occupato di processi contro Mafia e Camorra e di sequestri di persona. Eletto al Senato della Repubblica (1987 e 1994) e alla Camera dei Deputati (1992), per tre legislature è stato membro della Commissione Antimafia. E' stato, inoltre, Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione





INTERVISTA A FERDINANDO IMPOSIMATO, SABATO 31 MAGGIO 2008 (a cura di Luca Balduzzi)



Aldo Moro non è stato salvato perché faceva più comodo da morto: è questa la certezza che Ferdinando Imposimato, il giudice istruttore dell’inchiesta sulla strage di via Fani e sul rapimento e l’assassinio del Presidente della Democrazia Cristiana, grida dalle pagine del suo libro Doveva morire scritto a quattro mani con il giornalista Sandro Provvisionato, curatore e conduttore del settimanale Terra! del Tg5

Una convinzione che è frutto delle testimonianze dei brigatisti, dei familiari dello statista, dei magistrati e degli uomini delle forze dell’ordine interrogati, ascoltati in qualità di testimoni o consultati nel corso di questi trent’anni

Una convinzione che è stata rafforzata dalla scoperta di documenti fondamentali che non sono mai stati esaminati o approfonditi: i verbali prodotti dal Comitato di Crisi e dall’Ufficio Centrale per le Investigazioni Generali e per le Operazioni Speciali (che facevano capo all’allora Ministro dell’Interno Francesco Cossiga), che furono volutamente sottoposti in minima parte e con anni di ritardo alla Commissione Stragi, sempre tenuti nascosti alla magistratura, e in alcuni casi fatti scomparire

Documenti che testimoniano che uomini della Polizia di Stato che sapevano e che sarebbero potuti intervenire (come l’allora Direttore dell'Ispettorato per l'Azione contro il Terrorismo Emilio Santillo) furono messi da parte, che ordini di perquisizione che sarebbero stati decisivi furono bloccati, che entrambi gli appartamenti delle Brigate Rosse di via Gradoli e di via Montalcini furono identificati ma non volutamente scoperti, e che alla magistratura fu permesso di operare solamente a omicidio avvenuto

Ferdinando Imposimato: «La prima e più grave anomalia è stata quella di bloccare le indagini della Procura della Repubblica, della Digos e dei Carabinieri per affidarle nelle mani di un ufficio, l’Ucigos, che era gestito direttamente dal Ministro dell’Interno Francesco Cossiga: molti ordini di cattura emessi il 24 aprile del 1978 sono stati di fatto sospesi, degli ordini di perquisizione sono stati posticipati a dopo l’assassinio di Aldo Moro, delle occasioni come la scoperta del covo di via Gradoli o il pedinamento di un terrorista come Teodoro Spadaccini (il proprietario della Renault 4 rossa su cui verrà fatto trovare il cadavere di Aldo Moro, ndr) sono state bruciate per impedire di arrivare alla prigione e quindi alla liberazione di Aldo Moro»

Nella tragedia di Aldo Moro è chiara e definita la responsabilità delle Brigate Rosse. Meno evidente è la loro continua strumentalizzazione da parte di chi aveva il compito di combatterle e invece in alcuni casi ha preferito utilizzarle come scudo per difendere i propri particolari interessi: come è successo con il falso comunicato n° 7 che annunciava l’assassinio del Presidente della Democrazia Cristiana e con l’operazione del Lago della Duchessa, che furono in realtà parte di una campagna di disinformazione messa in piedi dal Governo per inviare alle Brigate Rosse il messaggio preciso della volontà di rinunciare a salvare la vita di Moro. E ideali come quelli della sicurezza e della ragione di stato non bastano per giustificare tutto questo

Ferdinando Imposimato: «La ragione di stato doveva essere quella di evitare l’avvento dei comunisti al potere e di evitare di cedere al ricatto. Ma qui non si è trattato di adottare una strategia della fermezza: è stata adottata una strategia dell’immobilismo più assoluto e della provocazione delle Brigate Rosse affinché uccidessero Moro, quindi la ragione di stato secondo me è del tutto inesistente»







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