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Antonio Caprarica
Com'è dolce Parigi... o no?!
Casa editrice Sperling & Kupfer




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La Francia è ancora la Francia? Per rispondere a questa domanda Caprarica si immerge nel duello fra Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy e nel giro di acquisti in uno dei variopinti mercati parigini, nella "battaglia del velo" delle giovani musulmane e nella realtà delle banlieue, nel declino degli intellettuali e nella impagabile scenografia di un ristorante insignito delle tre stelle Michelin. Ecco affiorare allora -a controbilanciare la burocrazia e il formalismo e le salse che affogano ogni piatto- l'efficienza dei nostri cugini d'Oltralpe, il fascino delle città ricche di storia e la dolcezza delle loro campagne, il contagioso gusto della vita...

Antonio Caprarica (Lecce, 1951), una laurea in Filosofia con Lucio Colletti, ha iniziato la carriera giornalistica come commentatore di politica interna dell'Unità ed è stato in seguito condirettore di Paese Sera. Tra il 1988 e il 1993 è stato prima inviato, poi corrispondente stabile del Tg1 dal Medio Oriente, coprendo avvenimenti come la jihad antisovietica in Afghanistan, la prima Guerra del Golfo e l'intifada palestinese. Dal 1993 è stato a capo dell'ufficio di Corrispondenza della Rai da Mosca, che ha lasciato nel 1997 per ricoprire lo stesso incarico a Londra: in Gran Bretagna è rimasto quasi un decennio -quello di Blair- che ha condensato nel suo libro Dio ci salvi dagli inglesi, o no?!, vincitore del Premio Gaeta per la letteratura di viaggio e tra i best-seller del 2006. Dal marzo al dicembre 2006 ha diretto la sede Rai di Parigi. Attualmente è direttore di Radio Uno e dei giornali radio Rai. Vincitore di molti premi di giornalismo tra i più prestigiosi (Ischia, Fregene, Val di Sole), collabora con numerosi quotidiani e periodici.





INTERVISTA AD ANTONIO CAPRARICA, GIOVEDI’ 17 APRILE 2008 (a cura di Luca Balduzzi)



Dopo aver passato sotto la lente di ingrandimento l’Inghilterra e Londra, questa volta ha preso in considerazione la Francia e Parigi… lo sguardo vuole essere più quello ficcanaso (in senso buono!) e indagatore tipico del giornalista, oppure quello più curioso e meravigliato del turista?

Uno sguardo da turista decisamente no, perché in questi paesi sono stato un residente. Un residente, però, curioso come dovrebbero esserlo i giornalisti, e infatti ho scelto di andare via da Londra quando ho pensato che questa curiosità fosse sul punto di esaurirsi. Ho cercato di raccontare la vita di queste due città dall’interno, e immagino che sia per questo motivo che molti turisti hanno condiviso solamente in parte alcune critiche che ho mosso.



Lo scrittore Jean Cocteau ha sentenziato che i francesi sono «italiani di malumore» e gli italiani dei «francesi allegri»… c’è una ragione, secondo lei, per cui Cocteau ha messo a confronto proprio gli italiani e i francesi? Siamo davvero cugini?!?

In realtà Jean Cocteau si fermò alla prima parte della frase… Comunque, credo che attraverso la sua sensibilità di scrittore Cocteau sia riuscito ad individuare le caratteristiche comuni tra questi due caratteri nazionali. Bisogna però dire che gli abitanti della capitale sono diversi dalla maggioranza dei francesi: vivono ancora la Parigi della Corte di Luigi XIV, la patria del buongusto, dell’eleganza e del piacere, e si sentono ancora i protagonisti assoluti di quella storia che la Rivoluzione ha successivamente riscritto. Anche a me è successo qualche volta di incontrare certi parigini che, con il loro atteggiamento arrogante, ruvido e supponente, sembravano essere scesi dal letto con il piede sbagliato. Gianni Agnelli diceva che «I francesi, come tutti, odiano perdere», e questo è ancora più vero nei confronti degli italiani. I rapporti “familiari” sono sempre più problematici rispetto alle semplici conoscenze e amicizie.



Quali luoghi comuni e stereotipi sulla Francia e i francesi ha visto in un certo senso confermati, e quali sarebbe necessario superare… per amare davvero la Francia nonostante i francesi?!?

I luoghi comuni che ho visto confermati sono il rifiuto da parte dei francesi di considerare qualsiasi altra lingua al di fuori della propria, l’idea del parigino di essere il faro della cultura mondiale, e la cucina francese che ha perso molto dello smalto che aveva un tempo. Confermati anche, seppure non siano luoghi comuni, l’eleganza e il fascino delle donne francesi e soprattutto delle parigine, e l’eleganza e il fascino della capitale, un miracolo dell’urbanistica, del buon gusto e del piacere dell’arte, che ogni anno attira circa 26 milioni di turisti. Una città in cui tutti i francesi hanno sentito il bisogno di lasciare dietro di loro un “monumento” come segno visibile del loro passaggio: per Georges Pompidou è stato il Beaubourg, per François Mitterand la Piramide del Musée du Louvre, per Jacques Chirac il Musée du Quai Branly di Jean Nouvel.

Nel sud della Francia, in particolare in Provenza, ho scoperto invece una grande ricerca di innovazione e una grande capacità di competizione all’interno di un mondo globalizzato.



Una critica che ho letto riguardo al libro prende proprio il via dal discorso su quale debba essere la lingua universale… da italiano e da giornalista che ha frequentato entrambe le sponde del Canale della Manica, il primato della lingua inglese le appare davvero così ridicolo?

Quando Tony Blair, in qualità di Primo Ministro, si è recato in visita di stato a Parigi, di fronte all’Assemblea Nazionale si è espresso in francese, e la regina Elisabetta II conosce molto bene il francese. Ma quando il Presidente Jacques Chirac è andato in visita a Londra, di fronte al Parlamento di Westminster ha avuto bisogno della traduzione…

L’inglese, che piaccia o meno, è la lingua universale, e si è imposta in seguito a precisi rapporti di forza economici, politici e strategici. Discutere se questo sia un bene o un male è una discussione oziosa tipica degli italiani, allo stesso modo di una discussione a proposito del sesso degli angeli. Addirittura il Partito Radicale organizzò una manifestazione a Campo de Fiori a Roma per chiedere l’adozione dell’esperanto! Come koinè l’inglese è uguale al greco ellenistico che si parlava in tutto il Mar Mediterraneo anche dopo che Roma era diventata un grande impero. I critici dovrebbero fare attenzione perché tra qualche tempo potrebbe essere l’anno del mandarino…



Nel mondo globalizzato di Internet, c’è ancora qualcosa di “originale” che possiamo scoprire e conoscere sul mondo e sulle persone che ci stanno attorno?

Soprattutto le chiacchiere non vere! Non sono un estimatore acritico dell’informazione su Internet, che molto spesso contiene notizie completamente inattendibili o infondate, o pubblicate secondo le intenzioni e gli interessi di certe persone o gruppi di persone. L’utilizzatore della rete deve essere in grado di indirizzare il suo occhio in maniera critica… di utilizzare la rete in maniera critica… basta immaginare i rischi che si corrono, ad esempio la pedofilia informatica.



Qual è il suo ricordo personale più forte dei paesi in cui ha lavorato come Corrispondente del Telegiornale o come Direttore degli Uffici di Corrispondenza, dal Medio Oriente a Parigi?

Ripercorrere oltre 40 anni di vita e di lavoro mi fa pensare che sto invecchiando!

Della mia esperienza in Medio Oriente ricordo l’intervista a Yitzhak Rabin subito dopo l’elezione a leader del partito e alla vigilia delle elezioni a Presidente. Un uomo dalla serietà e dal carisma difficilmente misurabili…

Della Russia ricordo che ogni volta in cui mi occupavo di un argomento, sembrava fosse qualcosa che succedeva per la prima volta. Nell'inverno del 1993 ho avuto l'opportunità di intervistare Konstantin Borovoi, inventore della Birzha (la Borsa di Mosca, ndr) e primo miliardario in dollari dell'Unione Sovietica, chiedengogli come è possibile diventare ricchi in così poco tempo, e lui mi rispose: «Non conosco nessuno che sia diventato ricco in maniera onesta!». Ricordo poi il disfacimento dell’impero sovietico, e la città di Grosny in cui la vodka era venduta nel mercato nero mente i Kalashnikov si acquistavano sulle bancarelle del mercato nella piazza principale del paese…

Di Londra ricordo l’incontro con la regina Elisabetta II, di solito un maschera di imparzialità che non lascia trapelare alcuna emozione o desiderio personale, ma che fece cadere questa maschera chiacchierando di cavalli con il suo fantino preferito…



Recentemente un film come The Queen ha “infranto il tabù” di immaginare una sovrana che si emoziona come qualunque essere umano… ma che regina vogliono gli inglesi?

Esattamente quella che hanno! La Regina incarna l’ideale della maschera dell’autorità augusta che garantisca a tutti l’imparzialità, l’essere sopra le parti… l’ideale del “stiff upper lip” (letteralmente labbro superiore rigido, cioè il non tradire emozioni, ndr). In occasione della morte e dei funerali di Lady Diana 11 anni fa, questo ideale è stato in parte messo in discussione, ma rimane l’ammirazione per una persona che riesce ad adempiere al suo dovere di rappresentare il Paese in maniera impeccabile, senza mettere davanti emozioni private e personali.








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