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Khaled Hosseini
Mille splendidi soli
Casa editrice Piemme




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A quindici anni, Mariam non è mai stata a Herat. Dalla sua kolba di legno in cima alla collina, osserva i minareti in lontananza e attende con ansia l’arrivo del giovedì, il giorno in cui il padre le fa visita e le parla di poeti e giardini meravigliosi, di razzi che atterrano sulla luna e dei film che proietta nel suo cinema. Mariam vorrebbe avere le ali per raggiungere la casa del padre, dove lui non la porterà mai perché Mariam è una harami, una bastarda, e sarebbe un’umiliazione per le sue tre mogli e i dieci figli legittimi ospitarla sotto lo stesso tetto. Vorrebbe anche andare a scuola, ma sarebbe inutile, le dice sua madre, come lucidare una sputacchiera. L’unica cosa che deve imparare è la sopportazione. Laila è nata a Kabul la notte della rivoluzione, nell’aprile del 1978. Aveva solo due anni quando i suoi fratelli si sono arruolati nella jihad. Per questo, il giorno del loro funerale, le è difficile piangere. Per Laila, il vero fratello è Tariq, il bambino dei vicini, che ha perso una gamba su una mina antiuomo ma sa difenderla dai dispetti dei coetanei; il compagno di giochi che le insegna le parolacce in pashtu e ogni sera le dà la buonanotte con segnali luminosi dalla finestra.
Mariam e Laila non potrebbero essere più diverse, ma la guerra le farà incontrare in modo imprevedibile. Dall’intreccio di due destini, una storia indimenticabile che ripercorre la Storia di un paese in cerca di pace, dove l’amicizia e l’amore sembrano ancora l’unica salvezza





INTERVISTA VIA E-MAIL A ISABELLA VAJ (traduttrice), LUNEDI' 26 NOVEMBRE 2007 (a cura di Luca Balduzzi)



Una storia raccontata in prima persona da un bambino ne Il cacciatore di aquiloni, e il punto di vista di due donne in Mille splendidi soli: in entrambi i romanzi di Khaled Hosseini diventa protagonista chi normalmente in Afghanistan viene costretto a rimanere ai margini della società…

In realtà non è un bambino la voce narrante de Il cacciatore di aquiloni, ma un adulto che a un certo punto della vita gli eventi costringono a ripensare in flash back la propria infanzia. Certamente ci sono umiliati e offesi nei romanzi di Hosseini. -gli hazara nel primo romanzo, le due donne nel secondo- ma non credo che l’Autore scelga ideologicamente i suoi personaggi tra gli ultimi della terra, perché rappresentino una categoria. Il fascino delle sue storie sta proprio nel fatto che i protagonisti sono persone, individui inseriti in una società relativamente complessa. Il padre di Amir è un ricco imprenditore e la madre un professore universitario. Anche il padre di Mariam è un uomo d’affari di successo, mentre il padre di Laila è un intellettuale medio borghese. In tempo di pace. Poi le guerre sconvolgono la vita di tutti. Non dimenticherei che sono le mogli di Jalil a spingerlo a liberarsi prima della serva Nana, poi della quattordicenne Mariam consegnandola all’ultraquarantenne Rashid: l’uomo è responsabile della propria debolezza, le sue donne della propria malvagità. Nelle classi alte i valori sociali sembrano essere condivisi da uomini e da donne, anche se Soraya e Laila -per amore- trovano la forza di trasgredirli.
Ci sono libri in cui la condizione della donna in Afghanistan è descritta con altrettanta tragicità (penso a Il libraio di Kabul), eppure non hanno avuto sul lettore lo stesso impatto dei romanzi di Hosseini.
Hosseini non ha una tesi da dimostrare, un genere da difendere o da incolpare. Come nella vita, nei suoi romanzi ci sono uomini e donne sia buoni sia cattivi, anzi spesso il bene e il male sono presenti, come accade nella realtà, nella stessa persona (Amir e Baba). La rappresentazione della complessità della natura umana, penso, sia ciò che rende le storie di Hosseini affascinanti



Pur con alcune differenza tra i due romanzi, il linguaggio utilizzato da Khaled Hosseini è ricercato (e non mancano termini in lingua araba) anche se nel complesso facile da comprendere, e lo stile di scrittura si mantiene scorrevole…

Non so se la domanda si riferisce all’inglese di Hosseini o all’italiano della traduzione. Non direi che l’inglese dell’A. sia ricercato, anzi penso che la sua scrittura rispecchi il carattere di letteratura popolare dei suoi romanzi.
Se è vero, come dice Cioran, che non si abita un paese, ma si abita una lingua, Hosseini non ha mai lasciato l’Afghanistan.
Chi ha la fortuna di avere nel proprio bagaglio culturale un dialetto (o, in genere, la lingua dei genitori) sa che ci sono cose che si possono dire solo con il dialetto. Questo vale anche per Hosseini. Ci sono parole che hanno significato, “quel” significato, solo nella sua lingua materna, il dari.
Nella prima riga di Mille splendidi soli incontriamo il termine harami, una delle parole chiave del racconto. Veniamo subito a sapere che significa “bastardo”. Hosseini avrebbe potuto benissimo usare “bastard”, un equivalente linguistico perfetto, ma certamente non un equivalente culturale. In inglese come in italiano “bastardo” è rimasto solo come insulto, poco incisivo, credo, anche come tale, perché da noi, grazie al codice civile, oggi i figli non si dividono più tra legittimi e illegittimi, sono figli e basta. In Afghanistan le cose stanno come stavano da noi cent’anni fa, o forse meno: un figlio nato fuori dal matrimonio rappresenta la massima vergogna per una donna (e di questi tempi sotto certi regimi può portare alla lapidazione), mentre per un uomo si limita ad essere un fastidioso inconveniente. Mariam è una harami. Anche ‘Aziza è una harami.
La parola harami deriva dalla radice araba √ م ر ح che porta in sé un doppio significato: essere vietato, illecito, ma anche essere sacro. La parola harem, l’ala della casa islamica destinata alle donne, un luogo sacro e proibito ai maschi non della famiglia, deriva dalla medesima radice. L’harami è dunque qualcosa di illecito, frutto di un comportamento proibito. In arabo bastardo si dice ibn al-haram, figlio di ciò che non è lecito, mentre il termine harami significa ladro, malvivente, bandito. Nel nome un destino, per il povero bastardo.
Il dari è la forma afgana del farsi, il persiano moderno. E’ la lingua della ricchissima letteratura iraniana, che ha un ruolo determinante nella cultura afgana non solo letteraria. Ne Il cacciatore di aquiloni i due ragazzini, Amir e Hasan, sono appassionati lettori dello Shaname, il Libro dei Re di Firdusi, un poeta persiano del X sec.
Sia il dari sia il pashto, la lingua dei pashtun, l’etnia maggioritaria (l’etnia dei talebani) che da oltre due secoli detiene il potere in Afghanistan, sono lingue iraniche, cioè lingue indoeuropee, come il greco e il latino. Entrambe usano nella scrittura l’alfabeto arabo, come del resto il farsi stesso e il turco fino alla riforma di Mustafa Kemal nel primo quarto del secolo scorso.
Uno dei personaggi, Mariam, ad un certo punto della sua vita, deve apporre il proprio nome su un documento ufficiale e H. compita le lettere del nome, dice che Mariam traccia la م ر ى e ancora una م. Mariam è la forma araba di Maria, la madre di Gesù, due figure della religione cristiana accolte dall’islam, come profeti, non certo come madre di dio o figlio di dio, concetti che per un musulmano suonano come altrettante bestemmie. (Sura di Maria, XIX).
Per le popolazioni di religione islamica il Corano, il Libro sacro, è la fonte di ogni sapere, anche linguistico, l’archetipo di ogni scrittura. Senza essere necessariamente talebani, le persone religiose conoscono spesso a memoria il libro sacro, pur in una lingua non sempre comprensibile, come incomprensibile era ai più il latino della liturgia cristiana. A questo proposito c’è un episodio per me commovente in cui il Mullah Faizullah confessa a Mariam, alla quale insegna a leggere e a scrivere attraverso lo studio del Corano, che lui stesso non sempre capisce il senso di ciò che legge, ma che è comunque affascinato dalla sonorità delle parole divine che gli rotolano fuori dalla bocca. Le parole arabe infatti conservano una componente misteriosa, quasi magica. Per i credenti la lingua del Corano è considerata inimitabile in quanto è parola di Dio e il Corano stesso, secondo alcune scuole teologiche, viene concepito increato, un attributo di Allah.
La dimensione religiosa pervade dunque la cultura afgana a partire dalla lingua. I grani del rosario, che il Mullah Faizullah sgrana passeggiando in compagnia di Mariam per i campi attorno a Herat, rappresentano i novantanove nomi più belli di Allah che il credente recita come una litania. In Mille splendidi soli molti personaggi hanno per nome uno degli asma’ al-usna, i nomi più belli di Allah.
Ne segnalo alcuni: Jalil, il Sublime, è il padre di Mariam; Hakim, il Saggio, è il padre di Laila; Rashid, il Ben Guidato è il calzolaio pashtun dall’ideologia talebana, Rahman, il Misericordioso, il poliziotto crudele. Laila, durante un drammatico interrogatorio, legge il nome sulla targhetta appuntata alla giacca del poliziotto e gli dice: “Fai onore al nome che porti. Mostra misericordia”. Rahman significa come dicevo il Misericordioso, ed è un nome ricco di connotazioni religiose. Ogni sura del Corano si apre con un’eulogia che si chiama basmala e che recita “Nel nome di Dio clemente e misericordioso”. Entrambe gli aggettivi derivano dalla radice araba √ م حر che significa appunto avere pietà, essere misericordioso.
Hosseini ci dice che Miriam significa “tuberosa” e che Laila significa “bellezza della notte”. I nomi quindi hanno una grande importanza per l’A. Forse anche i nomi degli altri personaggi sono stati attribuiti con intenzione, a volte non senza ironia. Infatti Jalil, il Sublime, è un uomo debole e meschino, succubo delle sue tre mogli, incapace di legittimare persino i propri sentimenti; Rashid, il Ben Guidato, è un violento mosso da un’ottusa ideologia arcaica, Rahman, il Misericordioso, non sa provare pietà, accecato com’è dal ritenersi strumento della giustizia divina.
Non bisogna però pensare che Hosseini abbia una visione manichea dei generi: le donne buone, gli uomini pessimi. Hakim, il Saggio, è veramente un uomo saggio, è uno studioso che alza la testa dai libri solo per affermare il valore della cultura e in qualche modo si fa portavoce del punto di vista dell’Autore. Hakim, nonostante condanni l’intervento sovietico -i suoi due figli mujahidin muoiono combattendo il jihad a fianco del tagiko Ahmad Shah Massud- sa che mai nella storia dell’Afghanistan le donne sono state libere e hanno potuto accedere all’istruzione come durante i dieci anni della presenza sovietica.
C’è un altro personaggio maschile positivo con un nome interessante: Tariq, il ragazzo che ha perso una gamba su una mina, come migliaia di bambini afgani. Anche lui ha un nome coranico piuttosto misterioso (Sura LXXXVI). Tariq, traduce Alessandro Bausani, è il “sopravveniente di notte, astro d’aguzzo chiarore”. Non sarà certo un caso che ogni sera Tariq e Laila adolescenti si diano la buonanotte scambiandosi fasci di luce con le loro torce.
Ma l’inconscio ha un ruolo importante nella scrittura. Non è affatto sicuro, infatti, che Hosseini abbia scelto questi nomi consapevolmente. A proposito dei nomi dei personaggi, A.B. Yehoshua ha scritto che è stato un critico letterario a fargli notare che il nome del protagonista de Il signor Mani -un romanzo sul problema dell’identità- in ebraico significa “Che cosa sono io” (man ani). L’autore l’aveva scelto del tutto inconsapevolmente. Solo Hosseini potrebbe confermare l’intenzionalità dei nomi attribuiti ai suoi personaggi.
Come il persiano anche le lingue afgane hanno una fortissima componente di lessico arabo. Nel romanzo troviamo molti vocaboli arabi alcuni dei quali sono entrati ormai nel nostro lessico quotidiano. A partire da salam che come tutti sappiamo significa “pace” e che è il saluto più comune. I personaggi si salutano con la formula salam ‘aleikum, la pace sia su di voi, dalla quale deriva il nostro ironico salamelecchi. E’ il saluto con cui il musulmano sarà accolto da Dio in paradiso.
Ci sono molti altri vocaboli arabi di uso comune: per esempio jihad, da noi comunemente tradotto come guerra santa e quindi volgarizzato come la jihad. in arabo è un nome maschile e tale dovrebbe rimanere in italiano anche se ormai si è affermato l’uso scorretto del femminile. Jihad deriva dalla radice araba √د ە ج che contiene in sé l’idea di sforzo. Ci può essere un jihad che si porta avanti con le armi contro gli infedeli, ma esiste anche un jihad di natura spirituale, uno sforzo che il buon musulmano compie su se stesso per sottomettersi al volere di Dio. Questo infatti significa Islam. Dalla stessa radice deriva il participio attivo mujahid (plurale mujahidin), colui che combatte il jihad.
Connesso a questo vocabolo, non linguisticamente, ma concettualmente, è shahid, il testimone, colui che fa testimonianza di fede arrivando a dare la propria vita per l’islam (molto diverso dal kamikaze). Ma shahid è ancora una volta un epiteto di Allah, l’Onnipresente e l’Onniveggente. Il mujahid morto durante il jihad diventa uno shahid, un martire. In Hosseini troviamo sia gli uni che gli altri.
Mi sono soffermata sulla componente araba delle lingua di Hosseini perché per la maggior parte dei suoi personaggi la componente religiosa è fondamentale.
Immagino che per molti lettori, anche dell’originale inglese, vada perduta la ricchezza delle connotazioni lessicali di cui ho parlato, che finisce lost in translation nel passaggio dal dari all’americano, prima ancora che dall’americano all’italiano.



Protagonista “sullo sfondo” di entrambi i romanzi è l’Afghanistan, con la sua tormentata storia di questi ultimi trent’anni, ma nonostante questo Khaled Hosseini spinge entrambe le storie verso un clima di ricostruzione e di possibile, almeno parziale, ritorno alla normalità…

Vorrei avanzare alcune osservazioni, che spero non vengano consideriate haram, illecite, anche se sono di carattere politico piuttosto che letterario.
Un romanzo è come la sceneggiatura di un sogno dello scrittore: ogni personaggio non può che esprimere una parte dell’autore, non necessariamente conscia. Hosseini sceglie di ambientare i propri sogni negli ultimi quarant’anni di storia dell’Afghanistan. In un romanzo storico, anche se di storia contemporanea, il lettore è portato a prendere per buoni i fatti storici narrati. I personaggi di Hosseini non risparmiano critiche durissime all’invasione sovietica, alla ferocia della guerra fratricida tra mujahidin, alla follia criminale dei talebani, ma non accennano mai, neppure per allusioni al ruolo avuto dagli Stati Uniti nell’aver favorito l’invasione sovietica, nell’aver formato e armato, negli anni ’80, in funzione antisovietica, 200 mila mujahidin nei campi d’addestramento pakistani, nell’aver finanziato tramite la CIA e i servizi segreti sauditi le scuole coraniche, da cui sono usciti (e escono) i talebani, armati sino ai denti non certo con armi di fabbricazione afgana.
Alla notizia dell’intervento americano in Afghanistan, dopo l’11 settembre, Laila ha una breve e istintiva ribellione, sfinita com’è dall’aver passato ininterrottamente vent’anni della sua giovane vita sotto le bombe. Ma ben presto fa propria la visione politica di Washington: l’invasione americana può essere un male necessario ed è dovere di ogni afgano partecipare alla ricostruzione e sperare per il meglio. Pazienza se per le strade si corre il rischio di essere travolti dai lussuosi fuoristrada degli intramontabili signori della guerra che hanno trovato buona accoglienza nel nuovo governo di Hamid Karzai. Un passato che ritorna come un incubo. Pazienza.
Le vicende narrate in Mille splendidi soli terminano nel 2003 con una nota di speranza, nonostante tutto. Che altro rimane se non tirare avanti e sperare? si chiedono i protagonisti del romanzo.
Zaman, il direttore dell’orfanotrofio di Kabul che aveva ospitato la piccola ‘Aziza, la figlia di Laila, scrive questi versi sopra la porta dell’aula dove finalmente è possibile insegnare anche alle bambine, senza il pericolo di essere frustati e arrestati:

«Giuseppe tornerà nella terra di Canaan, non piangere,
il deserto diventerà un giardino di rose, non piangere.
Dovesse arrivare il diluvio e annegare ogni creatura vivente,
Noè sarà la tua guida nell’occhio del ciclone, non piangere»


Hosseini non poteva prevedere i risultati fallimentari dell’intervento degli USA e dei loro alleati, non poteva sapere che non sarebbero stati in grado di scovare Osama Bin Laden e che a distanza di così poco tempo non solo i talebani, ma la stessa struttura tribale della società afgana, avrebbero reso privo di reale potere il governo Karzai e che i civili afgani ancora una volta sarebbero stati quotidiane vittime innocenti di una guerra che si annuncia infinita. Oggi l’ottimismo di Hosseini sulla bontà dell’intervento americano non è più altrettanto incondizionato, anche se essere ottimisti fa parte della natura umana, dice il romanziere in un’intervista a Susanna Nirenstein di La Repubblica (26 aprile 2007).
In un recentissimo intervento (ripubblicato da La Repubblica, 29 ottobre 2007) l’ottimismo di Hosseini sembra lasciare il posto a una drammatica preoccupazione sulle possibilità del suo paese di uscire da una situazione disperata, cioè senza speranza. La maggioranza dei cinque milioni di profughi ritornati in Afghanistan dal Pakistan e dall’Iran vivono in condizioni subumane. Per sopravvivere molti contadini devono di nuovo ricorrere alla coltivazione dell’oppio, mentre la sfiducia nel governo afgano e nelle promesse dell’Occidente spingono i giovani privi di tutto a prestare ascolto alle sirene talabane, offrendo la propria vita senza prospettive per il “loro” Islam.
Nonostante tutto, anche a noi giova ricordare i versi del poeta persiano Hafez (XIV sec.), perché anche per noi oggi perdere la speranza è una tentazione molto forte. Ma, come dice Claudio Magris, il senso della vita, caso mai ne esista uno, è sperare anche quando tutto sembra indurci con i più fondati motivi alla disperazione.



Sull’Afghanistan sono stati pubblicati libri e romanzi di autori di tutto il mondo, a volte contemporaneamente a volte a pochissima distanza l’uno dall’altro come succede periodicamente in alcune “occasioni straordinarie”, ma nonostante questo i “migliori” autori/romanzi sono riusciti a ritagliarsi un loro spazio personale… quali caratteristiche di Khaled Hosseini e dei suoi romanzi permetteranno di riconoscerli sempre distintamente a fianco degli altri?

Hosseini, come il rawi della cultura araba orale capace di incantare il popolo dei suq, è un cantastorie. Sa soddisfare i bisogni fondamentali del lettore: scrive storie avvincenti con personaggi dalla psicologia semplice, ma non banale, le ambienta in un paese esotico, in un cultura diversa, affascinante, usa una scrittura piana, ma ricca come ho detto sopra. I suoi romanzi hanno una nota di sincerità che fa scambiare per autobiografico il contenuto fantastico. In fondo ricalcano lo schema fondamentale della fiaba: dopo infinite traversie il protagonista, grazie alle proprie doti di umanità, di coraggio, di capacità di redenzione e di amore, conquista il lieto fine. Hosseini con strumenti elementari sa toccare le corde più recondite della nostra sensibilità, sa far piangere, noi, così smaliziati, così cinici, così assuefatti a ogni miseria. E a chi non piace abbandonarsi a a good cry?



La casa di produzione cinematografica Dreamworks di Steven Spielberg ha già acquistato i diritti per la trasposizione cinematografica di entrambi i romanzi, e la prima uscirà in Italia all’inizio dell’anno… quale genere di film si aspetterebbe?

Non ho aspettative. Il cinema usa forma, linguaggio, convenzioni diverse dalla letteratura. Non so che tipo di “traduzione” cinematografica sarà fatta dei romanzi di Hosseini. Il film andrà giudicato come opera d’arte fine a se stessa, indipendentemente dal libro su cui si basa. Hosseini offre due belle storie, ma sarà il modo in cui verranno narrate che ne farà dei buoni o dei cattivi film. Il rischio di produrre delle soap opera c’è: tutto dipende dalla regia e dalla sceneggiatura. Ricordo Colazione da Tiffany, un film indimenticabile, che poco aveva a che fare con il bel romanzo di Truman Capote da cui è stato tratto...








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