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Alfonso Signorini
Troppo fiera, troppo fragile
Casa editrice Mondadori




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Il 16 settembre 1977 Maria Callas moriva a Parigi per un collasso cardiocircolatorio. Paranoica e sola, dopo una vita e una carriera sfolgoranti, in cui era diventata in tutto il mondo la Divina, si era ritirata in una triste clausura. A trent'anni esatti dalla sua morte ecco il primo romanzo sulla sua avventurosa e travagliata esistenza firmato da Alfonso Signorini, nelle inedite vesti di appassionato melomane e documentato biografo. La passione per la Callas ha condotto l'autore a visionare amorevolmente centinaia di lettere autografe che la Divina vergava in brutta copia prima di inviarle agli amici più cari o, in numerosi casi, a se stessa, in una sorta di intimo diario. Partendo da questo materiale inedito e di grande rilevanza, Signorini è riuscito ad abbandonare i consueti sentieri della biografia per avventurarsi nella ricostruzione della vita della leggendaria cantante, estrapolandola direttamente dal suo emozionante epistolario: un romanzo in cui accanto alla Callas rivivono icone senza tempo come Marilyn Monroe, Grace Kelly, Marlene Dietrich. Al successo artistico fece però sempre da contrappasso una vita privata negletta e sfortunata. Fra le sue ferite più dolorose, il contrastato amore per il potentissimo Artistotele Onassis. Un amore da fiaba, tumultuoso e malato, che presto fece i conti con la spregiudicatezza dell'armatore greco, con il quale Maria concepì anche un figlio, tenuto sempre segreto dalla coppia. Troppo fiera, troppo fragile racconta una storia tragica di amore e di morte, spesso segnata da presenze inquietanti e invisibili che prendono corpo per la prima volta in queste pagine. Un romanzo appassionante, in cui la Callas assume le sembianze delle eroine a cui, per tutta la sua vita artistica, prestò voce, anima e sentimenti

Alfonso Signorini si è laureato in Filologia Medioevale all'Università Cattolica di Milano, e dopo aver insegnato in un liceo ha lavorato come giornalista per Sorrisi & Canzoni, Chi, Panorama, RadioMontecarlo e La7 (Markette). Attualmente è direttore di Chi. Volto televisivo, firma il rotocalco Verissimo in onda su Canale 5





INTERVISTA A ALFONSO SIGNORINI, GIOVEDI’ 15 NOVEMBRE 2007 (a cura di Luca Balduzzi)



Come è nata la sua passione per Maria Callas? Maria Callas è scomparsa quando lei aveva tredici anni, quindi immagino sia una passione che non è nata dall’aver assistito ad un suo concerto o dall’averla incontrata di persona…

Mi farebbe piacere poter raccontare che ho assistito ad un concerto di Maria Callas mentre stavo nella culla, ma purtroppo non è così! E’ una grande passione che è nata da un grande amore per la musica, perché io sono anche un musicista: ho studiato e mi sono diplomato in pianoforte al Conservatorio, quindi fin da piccolo ho cominciato a muovermi con la musica con una certa agilità. Successivamente è nato l’amore per il melodramma, e amare il melodramma e amare Maria Callas è un tutt’uno
Questo è un libro scritto con la pancia e non con la testa, e credo che si capisca molto bene leggendolo: è un libro scritto di getto in tre mesi, però in realtà è il libro di una vita, maturato in anni e anni di passione e di emozioni. Quattro anni fa ho avuto la fortuna di imbattermi in questo materiale inedito, che mi ha aperto un mondo sulla Maria Callas donna e sulla Maria Callas artista a cui naturalmente io ho attinto e mi sono ispirato, seppure modificandolo attraverso la mia anima da romanziere



Lei ha avuto appunto la possibilità di consultare materiale che fino a questo momento non era stato reso noto…

Ritengo che Maria Callas volesse scrivere la sua autobiografia, perché ho consultato circa 200 lettere e una serie di appunti (gli ultimi fogli sono datati Agosto 1977, un mese prima della sua scomparsa) che lei ha gettato su fogli sparsi e disordinati, raccontando tantissimi episodi sconosciuti della sua vita. E’ stata una grande fortuna e anche una grande emozione poter leggere queste pagine così intime, un patrimonio dal valore inestimabile che appartiene ad un privato che non vuole essere né nominato né tantomeno ha intenzione di mettere in vendita o all’asta questi preziosi documenti



Mi sembra che il titolo che ha scelto per il libro esprima al meglio le due anime di Maria Callas: una carriera sfolgorante da un lato e momenti di profonda solitudine dall’altra…

E’ un titolo che in un certo senso ha dato la stessa Maria Callas, perché è tratto da una lettera datata giugno 1973 che ha scritto a Elvira de Hidalgo, la sua maestra di canto, a bordo del Christina, il favoloso yacth di Aristotele Onassis: Maria Callas comincia a intravedere le prime avvisaglie di una crisi con Aristo, quindi è una lettera molto triste, pervasa da una grande malinconia, in cui lei, parlando di sé stessa, dice: «Io sono nata troppo fiera e troppo fragile»
E attraverso questi due aggettivi, la fragilità da un lato e la fierezza dall’altro, si snoda tutto il percorso umano e artistico di Maria Callas, che era costretta ad essere una tigre (lo era anche nella vita, ma spesso era costretta ad esserlo per rispettare il suo personaggio), ma allo stesso tempo era una persona emotiva capace di grandi fragilità… una vita fatta di contrasti, umani e artistici…



Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario della scomparsa di Maria Callas, quindi le iniziative per celebrarla si sono moltiplicate. Ma, al di fuori di questo anniversario, qual è l’eredità che ci ha lasciato Maria Callas?

L’eredità di Maria Callas è innanzitutto quella di un senso di grande pulizia dal punto di vista artistico: Maria Callas aveva una voce che era uno strumento dal valore inestimabile, irraggiungibile, e capace di trasmettere grandi emozioni, però ha saputo ripulire le partiture musicali da tutti quegli orpelli di cui erano infarcite -i protagonismi dei musicisti, dei soprani e dei tenori dell’inizio del secolo-, e ha saputo attuare un’opera di filologia musicale estremamente rigorosa
L’eredità, però, è anche quella umana di una donna che ha saputo vivere la propria vita affidandosi alla passione: è affascinante che in un certo momento della sua vita -aveva solo 35 anni- Maria Callas decida improvvisamente di abbandonare la sua carriera artistica e di far vivere la donna, perché si era innamorata… dell’uomo sbagliato, però si era innamorata. Verso la fine della sua vita, in una delle lettere che ho avuto la possibilità di leggere, Maria Callas scrive: «Ho molto sofferto, ma ho anche molto amato»



Gli anni in cui ha vissuto Maria Callas erano tempi di miti irraggiungibili, in cui solamente qualcuno finiva sulle pagine dei rotocalchi, mentre al giorno d’oggi il gossip investe tutti senza nessuna distinzione… come vivrebbe quest’epoca Maria Callas?

Per fortuna non l’ha vissuta! Molto spesso mi viene chiesto perché non esistono più i miti di una volta… perché non esistono più le Maria Callas, le Greta Garbo, le Grace Kelly, le Marylin Monroe. Fondamentalmente la risposta è una sola: il divismo si nutriva di mistero, mentre oggi il mistero non esiste più perché viviamo 24 ore al giorno sotto l’occhio delle telecamere e monitorati dai flash dei paparazzi
Io mi chiedo: «Se Greta Garbo fosse stata paparazzata dal flash di un fotografo impertinente mentre stendeva i panni sul suo balcone, sarebbe stata ancora Greta Garbo?». Chi lo sa! Nell’incertezza è meglio ricordarla divina, lontana e irraggiungibile come ce l’hanno tramandata



Qual era il rapporto di Maria Callas con l’Italia. Ho notato che i soli registi ad aver celebrato il mito di Maria Callas al cinema sono stati due italiani, Federico Fellini con E la nave va e Franco Zeffirelli con Callas forever

Maria Callas amava profondamente il nostro paese e si sentiva profondamente italiana, al punto di aver preso la cittadinanza greca solamente verso gli inizi degli Anni Sessanta nella speranza che Aristotele Onassis potesse sposarla, speranza poi frustrata perché lui sposò Jacqueline Kennedy
Nei pochi filmati rimasti in cui compare Maria Callas, la si sente parlare un italiano con una cadenza veneta molto spiccata, perché per 20 anni era stata legata all’imprenditore di laterizi veronese Giovan Battista Meneghini.
Secondo me è giusto che il nostro paese, da Fellini a Zeffirelli, abbia reso omaggio a un’artista che era sì greca, che era sì naturalizzata americana perché era nata a New York, però tutto sommato si è formata artisticamente nel nostro paese -il suo debutto più importante fu quello nella Gioconda all’Arena di Verona-, e si era anche innamorata nel nostro paese: la prima volta che Maria Callas incontrò Aristoele Onassis fu in occasione di una festa organizzata in suo onore all’Hotel Danieli di Venezia a metà degli Anni Cinquanta








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