INTERVISTA A GIORGIO BERNARDELLI, MARTEDI' 20 LUGLIO 2010 (a cura di Luca Balduzzi)
Con quale atteggiamento è meglio accostarsi ad un viaggio in Terra Santa?
Credo che sia importante provare a tenere insieme tre grandi dimensioni: innanzi tutto la Parola di Dio, che è la ragione ultima che ci porta a metterci in cammino verso i luoghi della vita di Gesù. Ma è importante anche lasciarsi incuriosire dalla realtà “fisica” di questa terra: noi abbiamo un'idea un po' troppo mitica dei racconti dei Vangeli; il bello della Terra Santa invece è scoprire che quei posti che hai sentito nominare tante volte hanno una fisionomia ben previsa. C'è anche una “geografia della salvezza”, che è importante scoprire. Infine è essenziale tenere gli occhi aperti sulla gente che oggi abita questa terra: non si può essere pellegrini in Terra Santa senza porsi anche qualche domanda sul conflitto che da troppo tempo insanguina questo angolo del mondo.
E qual è lo spirito peculiare di un pellegrinaggio?
Il pellegrino vero è quello che coltiva dentro di sé l'apertura all'ascolto. Mi fanno sempre molta paura quelli che partono avendo già deciso che cosa vogliono trovare. Bisogna invece lasciar parlare la Terra Santa, accostarla con pazienza, senza la pretesa di riempire il proprio zaino di emozioni facili. Anche per questo credo che non ci sia pellegrinaggio vero senza un adeguato spazio per il silenzio.
Perché i conflitti fra i popoli e le religioni, comprendendo anche quelli interni al cristianesimo fra le diverse confessioni, non devono far scemare in noi il desiderio di partire per la Terra Santa?
Perché questi conflitti non sono “un'altra cosa” rispetto a noi. Gerusalemme è in qualche modo l'immagine ingrandita delle nostre città. A volte noi pretendiamo che ebrei, cristiani e musulmani vadano d'accordo nella Città Santa, e invece siamo i primi ad azzuffarci sulla questione delle moschee nelle nostre città. Può sembrare paradossale viste le immagini che vediamo passare in continuazione sulle nostre televisioni, ma Gerusalemme oggi è una grande scuola di pace. Perché spazza via l'illusione che “andare d'accordo sarebbe facile, basterebbe solo un po' di buona volontà”. Le cose non stanno affatto così: dobbiamo metterci in testa che la pace costa, non è mai gratis. Chiede che ciascuno sia disposto a pagare dei prezzi. Questo ci dice Gerusalemme. Ed è un messaggio che vale anche per le nostre città.
Quali sono alcuni luoghi ed esperienze, al di fuori di quelle tradizionalmente comprese in qualsiasi pacchetto turistico, che meritano una visita e una attenzione particolari?
Più che i luoghi credo che sia essenziale l'incontro con le persone in Terra Santa. Con le comunità cristiane, innanzi tutto, che qui provano a vivere la propria fede in un contesto difficile. Ma anche con i tanti uomini e donne di buona volontà delle altre comunità religiose. Di esperienze straordinarie ce ne sono davvero tante: penso ai genitori del Parents Circle, un'associazione che mette insieme israeliani e palestinesi accomunati dal fatto di aver perso un proprio caro in questo conflitto. Provano a capire ciascuno il dolore dell'altro e così promuovono riconciliazione. Ma penso anche alla scuola Hand in Hand che a Gerusalemme prova a far studiare insieme ragazzi arabi ed ebrei. O ancora agli ex combattenti di Combatants for Peace, ex soldati israeliani ed ex miliziani palestinesi che adesso lavorano insieme per la pace. Sono i volti che continuano a rendere «santa» questa terra. E che fanno capire la grandezza delle parole di Giovanni Paolo II, quando diceva che non di muri ma di ponti ha bisogno la Terra Santa. Proprio queste storie ho messo al centro di un nuovo libro che arriverà in libreria in ottobre e si chiamerà -appunto- “Ponti non muri”.
Quale messaggio la Terra Santa chiede di portare alle persone che sono rimaste a casa?
Quello che la nostra fede non inizia e non finisce con noi. Abbiamo sempre la tentazione di richiudere il mondo in un orizzonte ristretto. Un pellegrinaggio in Terra Santa è una grande occasione per spalancare un po' di finestre. Ben sapendo che il passo più difficile è il ritorno a casa: perché se lo si è vissuto sul serio l'itinerario sulle orme di Gesù ti fa capire che la «tua» Terra Santa -quella dove tu sei chiamato a far entrare Dio nella storia- passa per le situazioni più quotidiane della tua vita.