Il killer di Capaci vuole i domiciliari. Superprocura antimafia: si è ravveduto

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Secondo il parere della Procura nazionale antimafia, dopo ventitré anni di carcere Giovanni Brusca può finire di scontare la pena agli arresti domiciliari. Come scrive il Corriere della Sera, il killer di Capaci, tenta di ribaltare l’ennesimo rifiuto, alla richiesta di domiciliari, del tribunale di sorveglianza. Oggi la prima sezione penale della Corte di cassazione, si riunirà per decidere sul ricorso degli avvocati del boss, Antonella Cassandro e Manfredo Fiormonti. Il legale contesta che nell’ultimo rifiuto del marzo scorso, il nono dal 2002, il tribunale di sorveglianza di Roma non ha tenuto nella giusta considerazione le valutazioni del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che dopo i precedenti no ha detto sì all’ipotesi che il pentito sia detenuto a casa. Assenso motivato dal fatto che “il contributo offerto da Brusca Giovanni nel corso degli anni è stato attentamente vagliato e ripetutamente ritenuto attendibile da diversi organi giurisdizionali, sia sotto il profilo della credibilità soggettiva del collaboratore, sia sotto il profilo della attendibilità oggettiva delle singole dichiarazioni”.

Ma anche, come aggiunge Il Corriere della Sera, perché “sono stati acquisiti elementi rilevanti ai fini del ravvedimento del Brusca”: le sentenze che hanno riconosciuto “la centralità e rilevanza del contributo dichiarativo del collaboratore”, e “le relazioni e i pareri sul comportamento di Brusca in ambito carcerario e nel corso della fruizione dei precedenti permessi”. Brusca, proprio per questo, ha già ottenuto negli anni di oltre ottanta permessi premio. Permessi che gli permettono di uscire di prigione per diversi giorni e restare libero anche 11 ore al giorno, solitamente trascorse con il figlio oggi ventottenne.



Dando prova della “affidabilità esterna” certificata dagli operatori del carcere romano di Rebibbia, che aggiungono: “L’interessato non si è mai sottratto ai colloqui e partecipa al dialogo con la psicologa, mostrando la volontà di dimostrare il suo cambiamento”. Ma il tribunale di sorveglianza ha continuato a negare la detenzione domiciliare. Ritenendo che per un mafioso del suo calibro, dalla “storia criminale unica e senza precedenti”, responsabile di “più di cento delitti commessi con le modalità più cruente”, che in virtù della collaborazione è stato condannato a 30 anni di prigione anziché all’ergastolo (che sarebbe stato ostativo a benefici o misure alternative), il “ravvedimento” dev’essere qualcosa che va oltre “l’aspetto esteriore della condotta”.

Non basta comportarsi bene, insomma; ci vuole “un mutamento profondo e sensibile della personalità del soggetto”; una sorta di “pentimento civile” che vada oltre le dichiarazioni rilasciate davanti ai magistrati. Anche attraverso un “riscatto morale nei riguardi dei familiari delle vittime” che non sarebbe mai avvenuto.

In passato Brusca ha incontrato Rita Borsellino, la sorella di Paolo morta nel 2018, su iniziativa della donna: circostanza che “non dimostra che vi sia stata una richiesta di perdono alla signora né ai discendenti di Paolo Borsellino o ai familiari delle altre vittime dei delitti commessi, e neppure al dottor Pietro Grasso”, l’ex magistrato che il pentito voleva far saltare in aria nell’estate del ‘92.

Sempre come scrive Il Corriere della Sera, la difesa di Brusca ribatte che l’ex boss mafioso ha più volte chiesto pubblicamente perdono alle vittime, e di poter effettuare attività di volontariato durante i permessi in segno di concreto ravvedimento, ma “non gli è stato concesso per motivi di sicurezza”. In ogni caso, a 62 anni di età, Brusca è ormai arrivato alla fine della pena: calcolando i tre mesi sottratti per ogni anno di detenzione scontato, la scadenza dei trent’anni dovrebbe arrivare a novembre 2021.  affaritaliani.it



   

 

 

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