Oppressione fiscale, così la sinistra ipocrita ha distrutto l’Italia

di Andrea Pasini

Le tasse sono di sinistra? La risposta è si. La sinistra ha sempre voluto uno stato sociale che ovviamente costa e deve chiedere i soldi ai contribuenti. Più stato sociale significa semplicemente più tasse e non ci vuole di certo uno stratega politico o un economista per comprenderlo.

Da circa venti anni assistiamo ad una sceneggiata per cui la sinistra o quel che si definisce tale è il partito delle tasse che appena al governo, si affretta immediatamente ad aumentarle, e la destra dal canto suo quando all’opposizione è quella che protesta contro questi aumenti, ma poi, quando anch’essa riesce ad andare al governo, non solo non toglie nessuno di quegli aumenti, ma ne aggiunge degli altri. Ed è proprio per questo che oggi siamo e lo dico in maniera molto franca con un sentimento di vera speranza e tifo tutti i giorni perché questo accada concretamente, fiduciosi che questo governo denominato del cambiamento si impegni ad abbassare le tasse in maniera significativa per poter permettere ai cittadini di iniziare di nuovo a respirare ed avere più quattrini in tasca da poter spendere. Così facendo ripartirebbero i consumi e di conseguenza l’economia in generale.

Per la sinistra si tratta di un riflesso condizionato che la induce a pensare che le tasse siano un bene in sé, perché servono a finanziare la spesa sociale e come meccanismo di redistribuzione della ricchezza. Ma le cose sono molto più complicate di come le interpretano le menti malate e bacate di sinistra.

In primo luogo, si pone un problema di quantità: quale è la soglia di un prelievo fiscale sopportabile? Non poniamo la questione in termini etici, ma in termini economici: è evidente che più alto è il prelievo fiscale e meno soldi hanno i cittadini da spendere per i consumi e, se i consumi calano, ne soffrono le imprese che, oltre certi livelli di guardia, potrebbero crollare una dopo l’altra, provocando un crollo occupazionale come sta accadendo proprio in questi anni.

Si innesca così un circolo vizioso, per cui l’aumento delle disoccupazione riduce ulteriormente il monte salari e, quindi, i consumi, questo produce nuovi fallimenti e così via arrivando di fatto al fallimento totale del tessuto imprenditoriale italiano. Peraltro la flessione occupazionale, in termini lineari, produce anche una contrazione del gettito fiscale, con il risultato di spingere ad una nuova stretta per mantenere costante il gettito. E di questo passo si arriva alla bancarotta.

La sinistra dunque ritiene che abbassare le tasse significhi semplicemente tagliare lo stato sociale. Poi magari va addirittura oltre e pensa che lo stato sociale vada sempre più allargato e che dunque non si debba avere paura ad imporre nuove tasse. Mentalità limitata e distruttiva propria proprio e scusate il gioco di parole della sinistra ipocrita di cialtrona.

La gente si domanda se davvero la spesa pubblica corrisponda al ragionevole costo dello stato sociale. Lasciamo da parte per un momento le spese che sono per così dire istituzionali come quelle per la difesa, per la sicurezza, per le infrastrutture ad esempio. E’ sotto gli occhi di tutti che esistono due problemi: il primo è costituito dai costi inutili delle burocrazie che devono gestire la spesa sociale, ad iniziare dalle burocrazie politiche; il secondo è che c’è un eccesso di servizi non essenziali garantiti a tutti.

Il primo tema è quello più semplice da spiegare. Realmente per gestire il sistema dei servizi pubblici sono necessarie le pletore di consigli di amministrazione, partecipate, le elefantiache burocrazie di molti enti preposti e via elencando? La risposta è: assolutamente no! Ed infatti tutti questi CDA e le aziende partecipate ad esempio servono solo ed unicamente per mantenere il sistema clientelare marcio che da decenni permette con i soldi pubblici di mantenere gli amici degli amici e la cosa ancor più triste è che il più delle volte proprio queste persone sono completamente incapaci perché ignoranti e non sono neppure fedeli a chi li ha messi a ricoprire quell’incarico. Davvero per controllare e gestire democraticamente queste macchine c’è bisogno di una pletora di rappresentanti popolari non solo ben pagati ma anche ricoperti di privilegi, rimborsi e quant’altro? La risposta anche in questo caso è NO!

Il secondo tema è quello più ostico. Quali sono i servizi veramente essenziali che vanno garantiti ai cittadini? Ed anche qua sono anni e anni che paghiamo fior fior di professionisti sempre con i soldi pubblici che dovrebbero essere sopra le parti per poter dare un giudizio soggettivo e professionale su tutti gli sprechi da tagliare, ma che alla fine una volta terminato il loro lavoro viene da prima pubblicizzato dai vari governi per farsi belli agli occhi del popolo credulone “ taglieremo gli sprechi, chiuderemo le partecipate, faremo risparmiare decine di milioni di euro” ecc ecc queste le frasi che abbiamo più e più volte sentito alle quali però nella realtà non sono mai corrisposti i fatti concreti. Anche perché dopo qualche giorno il documento presentato dove ci sono indicati i tagli dei costi inutili venire riposto in un cassetto e lasciato completamente all’abbandono. Tutto questo perché non conviene alla politica effettuare dei tagli così drastici agli enormi sprechi di denaro pubblico che servono ad oliare il sistema del clientelismo partitico.

Inoltre oggi va fatto un serio discorso sul nostro sistema di tassazione, sui suoi valori e sulle regole oggi è quanto mai necessario anche perché non possiamo più rimanere ancorati agli stereotipi anche solo di cinquant’anni fa. C’è un dato di fatto inequivocabile che va ricordato: è che con tutti i governi a trazione di sinistra da Monti a Letta passando per Gentiloni e poi arrivando a Renzi il nostro paese ha visto una sequenza sempre in crescendo di aumento delle tasse.

È bene fare notare che esistono controtendenza che limitano gli effetti negativi di un’eccessiva pressione fiscale: ad esempio, evasione fiscale e lavoro nero, per quanto condannabili sul piano morale ed indesiderabili su quello politico, però hanno l’effetto di sottrarre una parte della ricchezza all’appropriazione statale, mantenendo quindi, almeno in parte, il potere d’acquisto dei cittadini. Con il risultato che più è elevata la pressione fiscale, più aumenta la propensione a pratiche illegali o condannabili come evasione e lavoro nero, il che poi sposta il carico del gettito inevaso sulle spalle dei contribuenti onesti o che non possono sottrarsi agli obblighi fiscali, il che moltiplica tanto le ingiustizie sociali quanto gli effetti antieconomici dell’eccessivo carico fiscale.

Dunque occorre capire quale possa essere una soglia accettabile di pressione e qui dobbiamo constatare che da 6 anni in qua, la pressione grazie ai governi del Pd o magari sostenuti dall’esterno dal Pd, come il governo Monti è salita a circa il 55% del Pil, tenendo conto, oltre che della tassazione diretta, di quella indiretta , dei ticket, delle tariffe dei servizi pubblici eccetera. Un prelievo di quelle dimensioni sarebbe eccessivo anche per un breve periodo, ma qui ormai siamo entrati nell’ordine di idee che questo è un livello “normale” destinato a durare a tempo indeterminato.

Il secondo ordine di problemi è chi sia il soggetto tassato, in che misura e con quali meccanismi. Una delle grandi falsità del neo liberismo è quella per la quale, siccome i ricchi sono quelli che hanno più potenziale di spesa, più detassiamo i ricchi (secondo le politiche di tassazione regressiva sul reddito inaugurate dalla Reaganomics negli Usa degli anni ottanta), più aumentano i consumi e, quindi, si spinge verso una dinamica virtuosa.

Chiunque sappia qualcosa di economia e non sia un venduto sa che la propensione all’accumulazione è direttamente proporzionale al reddito: il “ricco” spende una parte minima del proprio reddito in consumi, poi spende una quota più alta di esso in investimenti nell’economia reale, ma la parte più consistente la accumula come riserva di valore in impieghi finanziari, che, in quanto tali, sono improduttivi se non nella parte più o meno minoritaria destinata all’economia reale. Più denaro resta immobilizzato nella riserva finanziaria, meno risorse ci sono a disposizione.

In terzo luogo è decisivo come si spende il gettito fiscale. La sinistra immagina o fa finta di crederci che la voce più consistente sia quella della spesa sociale pensioni, sanità, istruzione, ammortizzatori sociali il che non è vero, se non in parte. Sicuramente le voci indicate sono consistenti, ma ci sono anche capitoli di spesa tutt’altro che irrilevanti come la spesa militare, quella per i lavori pubblici e, soprattutto, quella per il personale della Pa per cui, dando lo stipendio a un fannullone, si fa una spesa improduttiva, ma si sostengono i consumi. In ciascuno di questi capitoli di spesa ci sono sprechi e diseconomie che si potrebbero rivedere facendo dimagrire la spesa complessiva, senza per questo danneggiare la spesa sociale. Ma, soprattutto ci sono spese assolutamente negative come i compensi eccessivi ai dirigenti e l’eccessivo numero di enti, nessuno di questi vanno ad alimentare i consumi ma finiscono in rendita finanziaria ed è qui che occorre andare giù senza paura a tagliere di netto col machete.

Poi c’è un a spesa direttamente finanziaria: gli interessi per il debito che crescono costantemente siamo a 84 miliardi l’anno, destinati a crescere perché in 4 anni di governo Pd il debito è cresciuto di altri 200 miliardi, una vergogna inaudita. Ma se la spesa rimane questa il gettito fiscale non ce la fa a si produce nuovo debito, nonostante l’aumento delle tasse. Ma con questo livello di pressione fiscale non c’è ripresa immaginabile e, prima o poi, lo sbocco è il default.

Dunque, per una vera ripresa, occorre tagliare il prelievo fiscale con una cura drastica: diciamo di almeno dai 7 ai 10 punti in un anno. E per far questo occorre una vera spending review non di certo l’ultima pagliacciata del governo Renzi e ricontrattare con urgenza le condizioni di debito.

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