Immigrazione clandestina, business delle mafie nostrane e straniere

di Antonio Amorosi

“La nostra criminalità organizzata ci fa da cuscinetto dal terrorismo, tipo Isis”, spiega l’agente dei Servizi con il quale veniamo a contatto, “ma è anche il nostro dramma, il nostro limite e la nostra fortuna, tra virgolette. Hanno una rete capillare ben più radicata delle nostre. E siamo costretti a tener ben presenti le loro leggi (parla soprattutto di mafie siciliane, calabresi e campane, ndr)”.

Alto, moro, sui quarantanni, di poche parole, tirato a lucido come un soldato, lo incontriamo in una località del Nord Italia che preferisce non venga rivelata. E ci racconta come la forza della nostra intelligence sia quella di muoversi ancora in modo tradizionale, senza far perno sui sistemi informatici. Usano i telefoni come tutti ma le comunicazioni davvero importanti, tra reparti o con agenti e informatori, avvengono sempre di persona. Questo metodo utilizzato dalle intelligence più avvedute del mondo è uno dei punti di forza dei nostri Servizi. L’altro punto di forza è, paradossalmente, la criminalità organizzata, così radicata da avere il polso di cosa accade in tempo reale nel nostro Paese. Basta restarci connessi per capire cosa si muove. “La tratta degli esseri umani, l’immigrazione clandestina e la connessione tra criminalità organizzata italiana e criminalità straniere sono il tema del futuro”, ci spiega.

E racconta, come risulta anche dagli atti, che il 5 ottobre scorso è stato stipulato un Protocollo d’intesa tra la Direzione Nazionale Antimafia e l’Antiterrorismo per individuare meglio i nessi tra i vari mondi criminali in movimento. L’uomo ci invita a leggere “non con la superficialità” l’ultima semestrale della Direzione investigativa antimafia (Dia) che per la prima volta mette un’attenzione particolare sulle holding malavitose transnazionali e sull’immigrazione clandestina.

La relazione spiega come questo sia “uno dei principali e più remunerativi business criminali, che troppe volte si coniuga tragicamente con la morte in mare di migranti, anche di tenera età”. Sullo sfondo di ogni processo ci sono le nostre tre organizzazioni criminali più potenti, ‘nrdangheta, mafia e camorra, senza le quali non si può operare su uno specifico territorio, ma il nuovo business sta plasmando il futuro.

IL SISTEMA DELL’HAWALA

Un caso tipico si è manifestato il 10 ottobre 2017, quando la Corte d’Assise di Milano ha condannato all’ergastolo un cittadino somalo, responsabile di aver trasferito diversi connazionali verso la Libia, attraverso l’Etiopia e il Sudan, e di averli segregati all’interno di campi di raccolta illegali, sino a quando le famiglie dei migranti, utilizzando il sistema della hawala, non avessero saldato il debito di 7.000 dollari. Hawala è diventato, negli anni, il nome con cui si definiscono tutti i “circuiti informali” attraverso cui soprattutto le comunità straniere portano i propri soldi fuori dall’Italia. Rimesse che dalle autorità italiane non vengono né tassate, né controllate: passano di mano in mano in una lunga catena che si basa proprio sulla relazione interpersonale. Con queste modalità i criminali chiedevano ai parenti delle vittime il riscatto economico di questi ultimi. Prova questa che il crimine dell’immigrazione non finisce con lo sbarco dei malcapitati. Quello è solo l’inizio o una delle fasi.

LA SACRA CORONA RICONVERTITA AL BUSINESS DELL’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA

In Puglia la relazione della Dia ricorda l’operazione “Caronte”, conclusa nel mese di ottobre dalla Guardia di finanza e che ha fatto luce su un’associazione criminale composta da un cittadino irakeno, resosi irreperibile, e da sei italiani, tra i quali, con compiti direttivi ed organizzativi, alcuni ex contrabbandieri brindisini storicamente contigui alla Sacra Corona Unita, “riconvertiti” all’immigrazione clandestina. Diventata più remunerativa del traffico di stupefacenti e di sigarette, l’organizzazione usufruiva di semicabinati, yacht e natanti non di fortuna per realizzare il trasporto verso l’Italia di cittadini stranieri dalla Grecia e dall’area balcanica. Il gruppo riusciva anche a svolgere un’attività di vigilanza sulle Forze dell’ordine locali allo scopo di scongiurare la presenza in mare delle motovedette, durante le operazioni di avvicinamento e sbarco dei migranti.

LUCANI E PAKISTANI INSIEME NEL BUSINESS

In Basilicata è da segnalare l’indagine “Red Zone”, conclusa, nel mese di dicembre dalla Polizia di Stato con l’arresto di tre cittadini pakistani e tre lucani residenti a Nova Siri (MT). L’organizzazione si occupava di far arrivare centinaia di cittadini pakistani, impiegati nel settore agricolo, previa stipula di falsi contratti di lavoro, perfezionati grazie alla collaborazione di diversi imprenditori lucani (denunciati). L’inchiesta ha accertato che i destinatari della misura cautelare appartenevano a due distinte associazioni a delinquere che, nel triennio 2012/2014, avevano favorito l’immigrazione clandestina. Un sistema ben oleato e funzionante adottato spesso in zona e apripista a nuovi corridoi utili per far arrivare altri migranti. 

RAPPORTI TRA MAFIE STRANIERE E MAFIE ITALIANE DA NORD A SUD

Nelle regioni del sud Italia i gruppi stranieri agiscono, tendenzialmente, con l’assenso delle organizzazioni mafiose autoctone mentre nelle restanti regioni tendono a ritagliarsi spazi di autonomia operativa, che sfociano anche in forme di collaborazione su piani quasi paritetici. In tale contesto, il traffico di stupefacenti, quello delle armi, i reati concernenti l’immigrazione clandestina e la tratta di persone da avviare alla prostituzione e al lavoro nero (anche attraverso il “caporalato”), muta nelle forme a seconda del contesto italiano in sui i rapporti si consolidano.

E’ da rilevare il constante interesse della criminalità nordafricana nelle attività finalizzate all’immigrazione clandestina dei propri connazionali. E resta elevato il coinvolgimento di maghrebini, soprattutto libici e marocchini, nel trasporto di migranti dalle coste nordafricane verso le coste siciliane.

ANCHE LA MAFIA RUSSA OPERA NEL TRAFFICO DEI MIGRANTI

Sono due le operazioni che nell’ultimo semestre del 2017 la Polizia di Stato di Lecce ha chiuso sulla mafia di origine russofona e che riguarda l’immigrazione clandestina.

Due cittadini russi sono stati riconosciuti come scafisti di una imbarcazione con a bordo 53 migranti e due bielorussi sono stati individuati come scafisti di un’imbarcazione con a bordo 71 migranti, provenienti da Bodrum (Turchia). Due casi non isolati ma parte di un sistema ad uso di queste mafie radicate sul litorale Adriatico, da sud a nord.

ANCHE LA CRIMINALITÀ CINESE SULL’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA

Come è noto la mafia cinese finalizza molti dei suoi interventi sulla “tratta” di esseri umani, il lavoro “nero” e la prostituzione o agisce con reati contro la persona (talvolta commessi nell’ambito di azioni intimidatorie o scontri tra appartenenti a gruppi contrapposti di connazionali), con rapine ed estorsioni in danno di soggetti di origine cinese. Non da meno è l’interesse per la contraffazione di marchi, il contrabbando, la falsificazione di documenti e lo spaccio di stupefacenti. Ma la criminalità cinese ha caratteristiche abbastanza anomale rispetto alle altre mafie: persegue modelli delinquenziali gerarchicamente strutturati ed è per questo di difficile penetrazione.

 

LA CRIMINALITÀ NIGERIANA TRA RITI E TRATTA DI ESSERI UMANI

Come è noto anche la criminalità nigeriana si caratterizza per l’alta specializzazione nei traffici di stupefacenti, nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e nella tratta di esseri umani finalizzata allo sfruttamento della prostituzione.

Da nord (Piemonte, Lombardia e Veneto), al centro e sud Italia (in Campania, nell’area domiziana, ed in Sicilia, in particolare a Palermo) emergono però alcune organizzazioni criminali nigeriane, di matrice “cultista”, tra le quali si sono messe in mostra per il numero dei componenti la “Supreme Eye Confraternity (SEC)” e la “Black Axe Confraternity”. Gruppi cioè che, ramificati a livello internazionale, si caratterizzano per la forte componente esoterica, a sfondo voodoo o ju-ju. Il culto va ad influire in maniera sostanziale sul reclutamento e sull’operato dei partecipanti, nonché, data l’alta valenza suggestiva, anche sulle stesse vittime del reato di tratta che restano, così, indissolubilmente legate, per timore di ritorsioni, ai trafficanti. I rituali, praticati con unghie, capelli e sangue delle vittime e mediante la pronuncia di un giuramento nella mani delle cosiddette maman (donne più anziane, a loro volta nel passato vittime, spesso, di tratta), inducono le malcapitate a perdere il senso della propria individualità, nella convinzione di essere oramai divenute “proprietà” di altri.

E’ proprio questa la caratteristica particolare che caratterizza la criminalità nigeriana. Si può, ormai, parlare di una collaudata metodologia operativa che interessa l’intera filiera connessa allo sfruttamento della prostituzione, che inizia con il reclutamento delle donne in Nigeria, sino alla produzione di falsa documentazione, per la regolarizzazione sul territorio nazionale della loro posizione.

A questo si lega anche un radicato uso della prostituzione minorile. Le modalità di comportamento della mafia nigeriana è sempre particolarmente violento e così come nella sottomissione delle vittime e degli affiliati a riti di “magia nera”. Il tratto caratteristico è emerso in vari procedimenti di polizia avvenuti nel secondo semestre del 2017 in Emilia Romagna, Campania, Sicilia, Lombardia e Calabria.

www.affaritaliani.it



   

 

 

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