Il finto scandalo di Facebook e Cambridge analytica

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di Nicola Porro

Tutto questo scandalo su Cambridge Analytica e Facebook è ridicolo, anche se comprensibile dal punto di vista legale. E si basa su un assunto: se utilizzo i tuoi dati per venderti le barrette energetiche o il viagra è tutto ok. Se invece mi serve per convincerti del mio messaggio politico sono un piccolo dittatore.

Ma andiamo per ordine.

Quanti di voi sono caduti nella seguente micidiale trappola? Dovete connettervi a un nuovo servizio on line. E avete due opzioni. a) La prima è compilare il solito complicato modulo in cui vi chiedono il mondo e poi, non contenti, pretendono una password da Pico della Mirandola, con punti strani e una maiuscola, se via va bene. b) Oppure avete la strada semplice, quella del paradiso. Potete usufruire del nuovo servizio, con un solo click (magica invenzione brevettata da Amazon per gli acquisti) e cioè accedendo via Facebook. In buona sostanza i gestori dell’applicazione nuova che avete installato, cattureranno praticamente tutti i vostri like, gusti, abitudini, foto e quant’altro che ogni giorno regalate al principe dei social media.

È quanto ha fatto l’applicazione “thisisyourdigitallife” che pare abbia venduto i suoi clienti, cioè i vostri dati, a Cambridge analytics.

Riepiloghiamo cosí il percorso. Voi fornite un mucchio di informazioni a Facebook. Tante per le quali, secondo una recente indagine americana, l’algoritmo di Menlo Park dopo un certo numero di like conosce i nostri gusti e abitudini meglio della nostra famiglia. Facebook a sua volta con queste informazioni ci fa quattrini.

Semplificando: a differenza di un editore tradizionale, può garantire agli inserzionisti pubblicitari un profilo dei suoi clienti dettagliatissimo. Se sono un venditore di scarpe da donna solo del colore rosso in provincia di Barletta, posso chiedere al gigante di inserire la mia pubblicità solo nelle pagine di donne, magari che amano il rosso e che parlano spesso di scarpe, solo nell’area pugliese. Ovviamente la cosa è più complessa, ma non di molto.

I furboni di “thisisyoudigitallife” hanno esagerato e per scopi scientifici non solo sapevano che amavate il rosso, ma anche di cosa avete paura e cosa temete. Quali sono le vostre rabbie. Se ci pensate il passo dal rosso alle paure non è poi cosí lungo. A sua volta i geni di Cambridge hanno comprato queste informazioni e hanno pensato bene di utilizzarle per fini politici. C’è una scienza che mette in relazione i nostri like, i nostri gusti e le nostre attitudini, anche politiche, e si chiama psicometria.

Siamo nell’era degli algoritmi e non più dei sondaggi. Vale per le multinazionali del largo consumo, ma anche per la politica. E dunque non si spara più nel mucchio. So cosa vogliono i consumatori, so cosa chiedono gli elettori. Non giro l’aereo presidenziale a caso, ma vado solo negli stati too close to call e bombardo gli elettori con ciò che vogliono sentirsi dire. È stata la strategia di Trump, ha vinto grazie al numero di stati elettori convinti e non per il voto complessivo.

Lo scandalo di tutta questa vicenda è che una società privata, che non è Facebook, ha usato i dati, di cui dispone Facebook, per venderli ad un gruppo politico e non ad un gruppo industriale deciso da Facebook. Sia chiaro non è cosa di poco conto. Ma viviamo in un mondo nel quale Amazon sa quale sarà il prossimo libro che compro, Netflix quale serie televisiva mi piacerà, Google in quale parte del mondo voglio andare e sulla mia posta elettronica ci sono inserzioni pubblicitarie solo relative a ciò di cui ho bisogno. In tutti questi casi avrà indubbiamente firmato un consenso informato che permette loro di sapere tutto di me.

Ma in questo scenario davvero mi stupisco che in una campagna elettorale siano stati preferiti i dati di Facebook agli spot con il cagnolino della Cbs? Vedrete la prossima campagna sarà tutta Analytics e purtroppo allora nessuno griderà allo scandalo. Le cose le faranno per bene, i contratti li scriveranno gli avvocati, le authority faranno finta di vigilare e non vincerá un Trump qualsiasi.

Ps.
Questo scandalo, riguarda una società inglese, con manager canadesi che operano tra Regno Unito e America. Ha coinvolto la californiana Facebook. Ma non ci avevano raccontato che la vittoria di Trump era merito degli hacker russi?

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1 Commento per “Il finto scandalo di Facebook e Cambridge analytica”

  1. Monia De Moniax

    Premetto che Facebook non mi piace, non sono iscritta, infatti. L’impiccionissima google mi sta estremamente sul “Gioelllo”. Sono ancora più detestabili, però, quelli che li vorrebbero usare e stanno facendo carte FALSE per riuscirvi, per invalidare il Voto Italiano, scombinare la scelta del Popolo gran britannico per la brexit, ed inficiare l’elezione legittimissima, secondo costituzione USA, di Donald Trump. Il giorgio correligionario-satanista di mark zuckerberg tenta di gettarlo nel cesso, google a seguire, come ha promesso, accusandolo di manipolazione e circonvenzione di incapaci. I chiagni e fotti di giovè e servi gregari, embedded come si dice in lingua militare, vogliono eliminare i concorrenti, poiché loro eseguono esattamente la medesima azione, imperversando nei “mezzi” ad ogni secondo-minuto-ora del giorno e della note con le loro allucinanti ed allucinogene propagande pubblicitarie ingannevoli. Teniamo presente l’altro loro correligionario Weinstein, abbattuto rovinosamente dalle tope maramalde di notoria fama internazionale. Tecnica sputtanata, tecnica fregata.

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