Nessuno tocchi Mussolini. Chi cancella la storia sarà condannato a riviverla

di Aldo Grandi

Che la Sinistra faccia schifo, che sia divenuta un’accozzaglia di anti-italiani, che stia facendo di tutto per distruggere ogni senso di appartenenza e di identità nazionali in nome di un vetusto e ridicolo antifascismo – a distanza di 80 anni dalla fine della guerra civile – è un dato di fatto. Mai come in questi anni il sottoscritto e la maggior parte degli Italiani con la I maiuscola, si sono sentiti così lontani dalla propria classe dirigente, nemmeno dai tempi della Democrazia Cristiana imperante e dell’arco (in)costituzionale. Oggi, essere nati in questo Paese, esservi cresciuti, avere pagato a caro prezzo, nel corso dei secoli, la volontà di non dimenticarsi delle proprie origini, è la peggiore colpa che si possa avere. Diciamo pure: essere italiani, oggi, anche con la i minuscola, è un reato e di ciò dobbiamo ringraziare l’ideologizzazione spinta di una Sinistra i cui parassiti, la maggior parte, sono venuti su a molotov e pietre lanciate verso tutti coloro che non la pensavano come loro.

Fin qui, però, nessuna novità. Sappiamo con chi abbiamo a che fare e se negli anni della nostra – quella di chi scrive in primis – beata incoscienza abbiamo nutrito simpatie per il rosso, oggi, a distanza di trent’anni e senza per questo dover rinnegare alcunché, quel tempo ci appare, fortunatamente, molto lontano.

Ciò che non va e non può andare, è la mistificazione storica operata strumentalmente da chi detiene, in questo momento, le leve del potere. Prendendo spunto da una bravata – che ci sembra più un autogol che non una minaccia – del movimento di Forza Nuova che non ha mai nascosto le sue simpatie nostalgiche del Ventennio, i politici nostrani hanno avvertito la necessità, impellente, di dare la propria solidarietà al sindaco Alessandro Tambellini. Pur di apparire sui giornali, la razza dei politici – l’unica, vera etnia uguale a tutte le latitudini del pianeta – parla di tutto, si esprime su tutto, si sciacqua la bocca per tutto – non perde occasione di cimentarsi in azzardate considerazioni, a volte anche di carattere storico pur possedendo una conoscenza storica del fascismo pari a quella che, la maggior parte degli italiani, ha per la fisica nucleare.

Poi succede che un tale Alberto Pellicci, componente dell’assemblea nazionale di Sinistra Italiana, se ne esca fuori come i dolori e con ancora il latte sulle labbra, per suggerire anche ai lucchesi di adottare, così, semplicemente copiandola, la delibera con cui il consiglio comunale di Pisa – vituperio delle genti – ha revocato la cittadinanza onoraria assegnata novanta anni fa o giù di lì a Benito Mussolini.

Non ci meravigliamo, quindi, se, sempre nel pisano, arriva una busta con una cartuccia al sindaco leghista di Cascina Susanna Ceccardi – una donna con le palle in un mondo di castrati – o se c’è bisogno, sempre nella città della Torre Pendente, di combattere una guerra allo sfinimento per riuscire a evitare la nascita di una moschea che sarebbe l’ennesima costruzione islamica in cui esiste il principio di extraterritorialità.

Lucca, però, non è Pisa. Fortunatamente. Lucca è stata repubblica e non soltanto marinara, e se qualcosa il suo passato deve avergli insegnato qualcosa, è la capacità di saper andare avanti controcorrente e di resistere alle violenze e alle intimidazioni. Pur con tutte le sue ipocrisie e i suoi limiti.

Epperò, complice la Boldrini-Fiano, ossia la volontà di distruggere ogni traccia del passato – ma solo di quello fascista – adesso qualcuno vorrebbe che anche a Lucca si revocasse quella cittadinanza onoraria attribuita, negli anni del consenso come li ha definiti Renzo De Felice – a proposito, ma a Sinistra, in questa terra di peracottari, qualcuno ha letto e conosce l’autore della monumentale biografia edita da Einaudi di Benito Mussolini? – al duce del fascismo, colui che condusse l’Italia nel baratro della guerra e dell’alleanza con il nazismo, che perseguitò gli ebrei, che rimosse ogni libertà salvo quella di scimmiottare se stesso e il suo Super Ego.

Noi, come direbbe Luciano Luciani, professore di storia e cultore di libertà e antifascismo, veniamo assaliti, sempre più spesso, da quei famosi cinque minuti di fascismo che albergano in ognuno di noi. Siamo, però, in questo vaccinati da decine di migliaia di pagine lette, documenti analizzati, testimonianze ricevute e se anche, qualche volta, vorremmo lasciarci andare alla voglia di prendere qualcuno a calci nel culo, afferriamo i libri in cui i soldati italiani raccontano le loro tragedie in terra di Russia e di Africa e subito comprendiamo come il fascismo e Mussolini abbiano mandato a morire senza nemmeno sapere perché la parte migliore della gioventù italiana.

Siamo, quindi scevri da ogni nostalgia e Benito Mussolini, sia pure ottimo giornalista, politico non certo peggiore e, anzi, migliore di molti suoi successori, ci appare, effettivamente, come un dittatore le cui esternazioni, se riviste oggi, lasciano trapelare soltanto una cosa: un gran senso del ridicolo, ma, appunto, per quel ridicolo che, all’epoca, a molti non apparve tale, sono morti i figli di un’Italia straordinariamente vitale, i nostri avi, coloro che, se fossero vissuti, avrebbero contribuito, sicuramente, a renderci migliori e comunque non peggiori di quello che siamo diventati.

Fatta questa premessa, c’è da domandarsi quale sia il senso di questa terribile mania distruttrice che alberga negli animi di una Sinistra senza storia e senza identità: distruggere i simboli del passato – solo quello fascista attenzione – annullare ogni traccia di ciò che siamo stati e questo senza, invece, comprendere che nessuno può arrogarsi il diritto di cancellare la Storia altrimenti sarà inevitabilmente condannato a riviverla.

Qual è il godimento spirituale – perché ci auguriamo non ne esista uno fisico – nel revocare la cittadinanza ad un morto finito appeso a testa in giù (nella foto Mussolini con la Petacci all’indomani dell’esposizione a piazzale Loreto)? E se è vero che ad un certo punto l’Italia e i suoi soldati – nelle steppe gelate della Russia e nel deserto africano – odiarono Mussolini fino a desiderarne la morte, era proprio perché lo avevano amato troppo fino a fidarsi ciecamente di lui e sentirsi traditi.

Ma oggi, anno di (dis)grazia 2017, ci sentiamo, il sottoscritto, di bestemmiare dicendo che di fronte ai nostri attuali governanti, il cavalier Benito Mussolini amò l’Italia di un amore malato, forse, ma non certo inferiore anzi, molto, ma molto superiore a quello che hanno questi esponenti del Pensiero Unico dominante, servi sciocchi degli organismi sovranazionali che hanno un solo obiettivo: distruggere la nostra identità.

A questo punto, la domanda è una sola: bisogna per forza essere fascisti per difenderci da chi vuole annientarci?

La risposta è una sola: NO. E a Lucca, quindi, non in nome del fascismo, ma nel rispetto del passato che ognuno deve accettare, anche se nefasto, per quello che è, ossia patrimonio indelebile della nostra memoria, nessuno tocchi Mussolini.

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