Brandelli d’Italia. Dalla politica al calcio, l’Italia è un’impotenza mondiale

Brandelli d’Italia,
l’Italia s’arresta,
e in ogni principio,
qui monta tempesta.
Dov’è la vittoria?
si svegli dal coma,
riprendersi Roma,
il grande amor.
Stringiamoci a coorte,
nella malasorte,
Stringiamoci a coorte,
ancora più forte.
Rialzati Italia,
ritorna molesta,
ti prego, oh mia terra,
rialza la testa.

di Emanuele Ricucci

Gli uomini insufficienti, e gli uomini piccoli.
I primi entrano sbattendo la porta nella storia di un popolo; i secondo in punta di piedi la cambiano.

Non perdere la fiducia. La fiducia in questa terra, guidata da uomini insufficienti. Che attraversano un momento, un momento solo, e non possono annullare la lingua che sussurra di noi nei secoli. Italia.
Uomini insufficienti, siano essi politici, papi o calciatori. Allenatori o giornalisti. Preti. E ora persino le puttane non saprebbero fare l’amore. E di questi stronzi, non rimarrà che l’ombra. Nulla lasceranno se non solo un ricordo di apnea e impotenza.

Quanta rabbia Italia mia. Nel calcio, nella politica. Ovunque.
Sembra finita l’antica fiaba di questa terra. A cui, ad un’intera generazione di italiani non è risparmiato nulla. Lo scandalo e l’indifferenza, lo stupro e la corruzione. La casualità e il degrado, l’improvvisazione e la decadenza. L’orribile verità di stare sempre con la testa bassa, e sentirsi umiliato al sentire il nome Italia. E incazzato, pieno di odio e rabbia. Sembra finita, ma questa storia piccola, ha cullato il sonno dei nostri figli per millenni, e tornerà a farlo.

Io ho sempre creduto non nelle masse che inforcano legnacci, e si spengono al ritmo dei denari dorati che cadono dai balconi dei potenti, ma negli uomini piccoli che sanno diventare esempio. E nell’essenza di uno, è celata la chiave eroica che rende un popolo degno ed eterno, grande o meno. Uomini piccoli come Francesco d’Assisi, e poi Masaniello. Ancora più su Cola di Rienzo e Nazario Sauro. Vicino ad essi Pietro Micca. E nella storia degli eroi ci sono sempre due regole scritte col sangue denso della saggezza: che una volta toccato il fondo, per davvero, non si può far altro che risalire, e la seconda, è che nella semplicità si regge il tutto. Così nell’atto, nel gesto, dal pensiero all’azione, si sovverte il dramma.

Nel calcio, che dura giusto il tempo di una vanità, così nella sorte politica, culturale, sociale di una nazione, vanità di un tempo. Questa sera l’Italia, dopo sessant’anni quasi esatti, non si qualifica ai Mondiali di calcio. Ma stasera non era solo sport.

Mi viene da piangere. Perché sento l’abitudine di un affetto che si smembra ancora di più. Si allontana da me, ancora una volta. E mi sento come se dovessi partire, come gli esuli dell’Istria, a non guardare il terreno camminando in avanti, col rischio di inciampare, per guardare un’ultima volta ancora casa loro. Dove tutto ha avuto inizio. Mi sento costretto, mai per mia volontà, a staccarmi ancora un pezzo dall’Italia, in ogni piccolo, grande evento della modernità. La stanno radendo al suolo per farci un grande centro commerciale. E mi sento solo, razza in estinzione, coglione con la bandiera in mano. Se si vuole amare questo posto, si deve essere pronti a sentirsi dire ogni cosa. Buffone, ridicolo, fascista. E se ti va bene, uomo delle caverne, idiota o populista. Ma non voglio poter amare disperatamente la versione moderna del mio Paese, ma il senso e il significato che la mia vita ha assistito, plasmato da anni di noi stessi. Che mi è stato trasmesso nelle più piccole cose, che sia un dialetto, o un’abitudine, fino alla ricetta della Carbonara, che l’Annunziata voglia…
Italia significa sempre tristezza collettiva. Prendere la famiglia la domenica di pioggia, e portarla al museo, a ricordare ciò che di grande fummo. Triste e patetico come un clown che si strucca, quando il circo è spento. Ed è tutto fermo. Tira solo il vento.
A ricordare ciò che fummo, al museo, per nostalgia del presente, per quella orribile sensazione di vivere il nostro tempo ma di non riuscire mai a possederlo, a farlo nostro del tutto.

Ora che il dramma di questo Paese è complessivo, nel sentimento, quanto nella pratica.

Buffon in lacrime dice che questa è una sconfitta anche sociale. E colgo lo spirito di quelle parole.
L’Italia è un’impotenza mondiale. Non si vota da quattro anni. E ora non si andrà neanche ai Mondiali. Qui non c’è felicità. Non c’è ritmo, e fa freddo tra coinquilini, costretti a dividersi uno Stivale, senza ritrovata o generata armonia. Non ha senso un inno, un confine, un antico sapore, la guerra dei nostri nonni in trincea, né un volto. È vietato ricordare, è ridicolo pregare. Sembra non si riesca mai a prendere fiato. È una tensione continua. Per volontà degli uomini insufficienti, che più sanno di esserlo, più si aggrappano al loro potere.
Sono molto triste ma c’è una legge universale che nella sua saggezza ci parla di speranza. Solo quando si sarà toccato il fondo, davvero, si potrà risalire.
È inutile, ora, trovare capri espiatori. Dire, ve l’avevo detto. Dire lo sapevo. Godere di questo cancro. Torniamo uomini, umanissimi uomini. Inginocchiati alla realtà. E la realtà, ora, è dare fiducia a noi stessi, per non morire soffocati dalle tasse, dalle sconfitte, dal vuoto e dalle lacrime. Dare fiducia ai nostri figli e fratelli minori, perché la mano d’Italia, che c’ha scaldato, coccolato, accarezzato anche nella notte più lunga, non lasci la loro, e stavolta irrimediabilmente.

Tornerai grande terra mia. Tornerai UNICA in questo mondo, proprio ora che il fondo, senza luce, è davanti agli occhi. Non ne posso più di vederti così. Voglio sputare questo veleno. Voglio potermi vantare ancora e ancora di essere italiano.
Per mettere ordine al caos, ci vuole ordine. Non altro caos.
Per ricostruire ci vuole ottimismo e gioia proprio quando è più difficile averne, ci vuole una terra che si veste nient’altro che della sua stessa bandiera.

Io non credo nelle masse, né negli uomini insufficienti. Credo negli uomini piccoli che hanno fatto grande questa terra.

Grazie Buffon, avresti meritato di finire la tua carriera diversamente.

Quando arriverà il grande italiano?

Il messia laico. Chi è il grande italiano e com’è fatto? Ha la gobba di Leopardi, i pantaloni a vita alta di Fantozzi o le virtù di Giambattista Vico o di Giovanni Agnelli? S’accuccia, deride o s’organizza? Vola nello spazio, ingrassa cinque chili nei giorni di Natale o compra il giornale? Cosa fa il grande italiano? Prega, si dispera, ipotizza? Oppure fa politica, sì scende in campo. Abbraccia il partito, quello che ormai è causa, non più conseguenza, della cultura, in un processo inverso e perverso. Cosa fa il grande italiano? Si fa prete, forse, per pulirsi l’anima e poi si converte alla laica virtù, per riempirsi il tempo senza pensare all’anima, un po’misericordia giubilare, un po’ romanzo criminale (eco, Mafia Capitale).  Ma il grande italiano, poi, ha bisogno di misericordia o di Timor di Dio? Di serenità o di stimolo? Chi è il grande italiano? Cos’è? Miseria o nobiltà, principe del Facebook, Re del Twitter, connesso o spento? Dov’è il grande italiano? In battaglia o in mansarda, a riempire di zuppa la scodella dei poveri alla mensa Caritas o in una nuvola di fumo mentre cala gli assi sul tavolo verde dopo il cenone di Natale? Il grande italiano ha le mani giunte o sulla tastiera? Ha messo in salvo i risparmi dalla banca o investe in borsa? Ha fatto il selfie col cappello di Babbo Natale? Ha fatto il Presepe  o se per caso cadesse il mondo lui si sposta un po’ più la? Dove venirti a cercare, grande italiano, mentre leggi “Cuore” o la ricetta dell’anguilla in umido, nella mimetica coi jeans di Matteo Renzi, forse, o tra le pieghe del vestito da Re Magio di Matteo Salvini; nei fluttuanti scatti all’Italia dallo spazio di Samantha Cristoforetti, tra le statuette del Presepe della Meloni o tra le lacrime dei risparmiatori di Banca Etruria? Oppure nelle file all’Expo, nei banchi della Chiesa in provincia, nelle curve vuote dello stadio? Nelle tavole della legge o nella legge a tavolino, di fianco del Nazareno? Oppure tra i poveracci? Come ti chiami grande italiano? Dove venirti a cercare, grande italiano, a destra o a sinistra, tra i nazionalisti o i conservatori, tra i liberali, i moderati o i progressisti? Inginocchiato ammantato dal drappo tricolore o dalla pezza blu con le stelle d’oro? Se c’è, il grande italiano, nel 2018 si palesi; scopra le sue forme, le sue geometrie, è la sua occasione per essere. Se c’è si materializzi, quel GRANDE italiano. Se c’è qualcuno batta un colpo, il suo popolo lo sta ancora aspettando. Mentre gli muore vicino.

Non posso credere che siamo solo il popolo che fa bene le scarpe.

Ci rialzeremo, torneremo a vincere.

Qui è tutto ammirevole, fatta eccezione per il clima morale che fa rammentare di non considerare tutto questo il paradiso.
(Madame de Staël)

http://blog.ilgiornale.it/ricucci



   

 

 

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