“Ha truccato le primarie dei democratici”, finisce la carriera politica della Clinton

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La ricreazione è finita e Hillary Clinton esce definitivamente dalla scena politica americana. La paladina dei diritti delle donne era già stata devastata dallo scandalo Weinstein, il produttore hollywoodiano intimo della famiglia travolto dalle accuse di aver abusato del suo potere per molestare le attrici.

Ma a dare il colpo di grazia (tanti i sensi dell’espressione…) alle sue speranze di ribaltare il tavolo e riprendere la leadership della politica americana, il libro di Donna Brazile, chiamata a ricoprire la carica di presidente del Partito democratico dopo le dimissioni di Debbie Wasserman Schultz, accusata di aver favorito l’ex Segretario di Stato contro il rivale Bernie Sanders nelle primarie del partito.

Chi di libro ferisce di libro perisce: la Clinton, infatti, aveva annunciato la sua riscossa con la pubblicazione del libro “Cosa è successo”, dove spiegava come Trump avesse vinto grazie ai russi e alla fake news; la partita era stata truccata, questo il senso del volume, e il baro doveva esser cacciato per mettere al suo posto una figura più degna.

Non lei magari, ma una persona scelta comunque dagli ambiti che l’avevano sostenuta nella campagna presidenziale: l’élite liberal e neocon, con lei nel ruolo di kingmaker.

Peraltro il libro era in linea con l’indagine sul Russiagate, che stava dando sostanza ed efficacia alle sue accuse contro Trump (partita ancora aperta).

Ora un libro di Donna Brazile ricostruisce quanto avvenuto durante la campagna dei democratici. E fa luce sul meccanismo creato dalla Clinton per aver la meglio sul suo rivale Sanders.

La Brazile, ha scoperto «un documento di accordo congiunto tra il Comitato Democratico, il fondo per la vittoria di Hillary, Hillary Victory Fund, e Hillary for America, altra sigla della campagna della Clinton, braccio politico e braccio finanziario».

«Firmato nell’agosto del 2015, quattro mesi dopo l’annuncio ufficiale della candidatura [della Clinton ndr.], l’accordo specificava che in cambio del denaro versato per pagare i debiti e altro denaro investito [dal partito democratico ndr], Hillary avrebbe controllato le finanze, la strategia del partito, e tutto il resto del denaro raccolto».

«Il suo staff avrebbe avuto il diritto di decidere e mettere veti sul direttore della comunicazione del partito, e avrebbe preso decisioni finali su tutto il resto dello staff, sui comunicati stampa, sulle mail, sulle spese».

Sostanzialmente Obama aveva lasciato il partito pieno di debiti: «Hillary for America, nome della campagna elettorale, e Hillary Victory Fund, lo strumento di raccolta fondi assieme al Comitato nazionale democratico, aveva rilevato l’80% di quel che restava del debito, circa 10 milioni, e messo il partito sotto tutela, senza che la Wasserman Schultz ritenesse di informare nessuno degli altri dirigenti».

Fin qui, tra virgolette, abbiamo riportato quanto ha scritto Maria Giovanna Maglie per Dagospia il 3 novembre, in un articolo nel quale si descrive come la corsa delle primarie era truccata fin dall’inizio: Sanders non avrebbe mai potuto farcela avendo contro il suo partito, che non era più il Democratic Party ma il partito di Hillary Clinton.

Se si tiene conto che, nonostante l’avversità del partito, Sanders ha preso una valanga di voti e ha incalzato fino all’ultimo la rivale, è logico supporre che in una gara vera non ci sarebbe stata storia.

Nel suo articolo, la Maglie cita un’altra vittima della Clinton: Joe Biden, che nell’ottobre del 2015 rinunciò alla corsa alla Casa Bianca su «pressione di Barack Obama».

Un cenno che potrebbe indicare una connivenza tra Obama e Hillary, cosa che stride con l’aperta conflittualità tra i due (tanto che al suo secondo mandato Obama non la riconferma al Dipartimento di Stato). E anche con il rapporto di fiducia intercorso tra i il presidente e il suo vice. Così proviamo ad approfondire.

Iniziamo col seguire la cronologia degli eventi, partendo dal dato che la consegna del partito democratico alla Clinton avviene nell’agosto del 2015.

Il 14 luglio del 2015 Barack Obama, dopo estenuanti e difficilissime trattative, riesce a realizzare l’accordo sul nucleare iraniano: il suo più grande successo in politica estera. Una svolta storica per gli Stati Uniti e il mondo.

Ma l’accordo deve essere ratificato dal Congresso, nel quale l’ostilità dei repubblicani è accesa. Se il partito democratico non vota compatto in favore dell’accordo, che continua a trovare fortissime resistenze, va tutto all’aria. Occorre quindi trovare un’intesa con la Clinton, che sul punto, nonostante le apparenze, è allineata con i neocon, decisamente contrari.

Da qui l’accordo dell’agosto: Obama consegna il partito alla Clinton, di fatto accettando che sia lei la candidata alla Casa Bianca, in cambio dell’appoggio all’intesa dei congressisti democratici che fanno riferimento all’ex Segretario di Stato e all’ex presidenziale marito (che non son pochi).

La Clinton accetta di buon grado, anche perché, da futuro Presidente, avrà tutto l’agio di stracciare l’accordo (non per nulla i neocon hanno votato lei e non Trump, come evidente anche dalla guerra che oggi muovono al presidente).

Così, grazie a questo scambio, a settembre del 2015 l’accordo viene ratificato dal Congresso. Ma alla Clinton non basta. Teme la candidatura di Biden alle primarie democratiche.

Pacta sunt servanda: Obama ha promesso che la candidata democratica alla Casa Bianca sia la Clinton e deve mantenere. Peraltro ormai il partito è nelle mani della sua ex Segretaria di Stato cosa che, oltre a rendere del tutto inutile un’eventuale candidatura di Biden alle primarie, può creare non poche difficoltà alla sua amministrazione. Così Biden viene invitato a non correre, cosa che fa a ottobre, sorprendendo tutti.

Ovviamente è una ricostruzione ipotetica, ma ha una sua qual suggestione. E peraltro ci riporta alla stretta attualità. In questi e nei prossimi giorni il Congresso americano è chiamato a decidere ancora una volta in merito all’accordo sul nucleare iraniano (tanto del destino del mondo dipende da questo).

Così ha deciso il presidente Trump che ha denunciato l’intesa, rimandando al Congresso la facoltà di emanare o meno sanzioni contro l’Iran per le asserite inadempienze.

Se il Congresso emana sanzioni salta tutto, dal momento che l’accordo prevede che l’Iran rinunci all’atomica e gli Stati Uniti alle sanzioni emanate per colpire le ricerche compiute in tal senso da Teheran sotto la presidenza di Ahmadinejad.

La partita è aperta. Nei repubblicani c’è scontro: i neocon spingono per le sanzioni, mentre i generali che Trump ha portato nella sua amministrazione, che pure hanno il loro peso sui congressisti del Grand Old Party, sono per la conservazione.

La posizione dei democratici sul tema ha quindi un peso non indifferente. Con la Clinton fuori dai giochi sarà più facile che votino compatti per la sua conservazione.



   

 

 

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