I terroristi islamici ci massacrano e noi rispondiamo con i gessetti

di Toni Capuozzo su facebook

Nelle tragedie collettive, ho sempre cercato piccoli dettagli, brandelli di vite che spiegano qualcosa. Mi hanno colpito, attorno a Barcellona, le parole della sorella di Luca Russo. Prima ha chiesto aiuto per riportarne il corpo a casa, come chi non avrebbe mai pensato di trovarsi in una situazione simile, e non poteva sapere che è un obbligo delle autorità consolari provvedervi. Poi ha detto qualcosa di molto più consapevole, e lacerante. “Non diventi un numero tra i tanti”. Già: qualche volta viene ricordata Valeria Solesin, ma chi ricorda i nomi delle vittime del Bardo, o quelli di tanti italiani uccisi dal terrore, l’11 settembre al World Trade center, o sul mar Rosso, in una discoteca di Bali, in un mercatino natalizio a Berlino, in una strada di Bruxelles ? In questo forse la sorella di Luca sbaglia: non c’è neppure un numero in cui confondersi. Semplicemente, lasciamo la memoria dei morti ai loro famigliari, ai loro amici, a piccole comunità con un posto vuoto, per sempre. E abbiamo un modello di quieta assuefazione, che comprende i racconti giornalistici, le dichiarazioni dei politici, le spiegazioni quasi sempre politicamente corrette degli esperti. Fino a che l’onda emotiva dei fiori, del rifiuto della paura e dell’odio, del siamo tutti barcellonesi si spegne, e ci ricomponiamo. Quasi come se nulla fosse. Fino alla volta successiva.

Mi hanno colpito le parole del rabbino di Barcellona, l’invito agli ebrei catalani di abbandonare questa Europa, di andarsene in Israele. L’aliyah, il ritorno degli ebrei in Israele, è una costante della tradizione religiosa, che a metà del secolo scorso si è fatta,anche, esigenza demografica. Non è così oggi, e le parole del rabbino sembrano ispirate piuttosto al pessimismo sul futuro europeo e alle preoccupazioni per la sicurezza. Le ho prese sul serio, proprio per il loro effetto paradossale: consigli di cercare sicurezza in Israele, un paese segnato dagli attentati, minacciato dai vicini ? Le ho prese sul serio perché penso che gli ebrei abbiano, per retaggio secolare, antenne particolarmente sensibili, pronte a fiutare il pericolo dell’odio.

Ancora una volta, dopo Barcellona, è un coro quasi unanime: non abbiamo paura, no ai muri, sì all’accoglienza, sì all’integrazione, jus soli e pace. E’ per me abbastanza ovvio che se ti attaccano perché sei così, devi riaffermare quello che sei: la tua natura aperta, democratica, e il rifiuto di ogni razzismo. E’ altrettanto ovvio che il razzismo, la diffidenza, i sospetti vengono alimentati dall’insicurezza, dall’imperturbabilità di una cultura dominante che ci vorrebbe convincere che niente è successo. Non sto parlando della destra che ha manifestato a Barcellona (in quel caso è piuttosto curioso che in nome di una bandiera identitaria, la destra estrema si schieri contro un Islam, che con il suo comunitarismo, il suo rifiuto della lotta di classe, la sua cultura machista e valoriale, con il suo culto della morte, è molto vicino al fascismo, come ci ricorda la storia delle brigate naziste islamiche, o le frequentazioni del gran muftì di Gerusalemme o la mussoliniana spada dell’islam). No, sto parlando della gente comune. Come immaginate reagisca quando il premier Gentiloni, all’indomani di un attentato compiuto da giovani spesso nati in Europa, rivendica ancora lo jus soli ? Nel migliore dei casi conclude che non è l’anagrafe a fare di te un cittadino. Nel peggiore, viene spinta da tanta improntitudine, da tale idealismo immune dalla realtà, a provare qualcosa che incomincia a somigliare al razzismo: un senso di impotente solitudine. Forse il rabbino di Barcellona non è così paradossale.

Mi hanno colpito le immagini delle madri musulmane di Ripoll. Donne sovrappeso, affrante e avvolte dal velo. Sorprese da quello che i figli hanno fatto, addolorate. Ma l’imam della loro moschea forse era la mente della cellula, forse è morto nel maldestro laboratorio di esplosivi, forse ha mandato gli altri a morire ed è scappato. Mi sembravano le madri di una cronaca di stupri: mio figlio non può averlo fatto, era un bravo ragazzo. Mai che si chiedano: dove abbiamo sbagliato, cosa c’è che non va nella nostra storia, dove nasce tutto questo? E’ la domanda che viene schivata da tanti musulmani perbene, ciò che è umanamente comprensibile, ma non aiuta. Non lo dico io, l’ha detto in queste ore un predicatore siriano, ostile sia ad Assad che al califfo, Muhammad Al Yacoubi.

“Quel che è successo a Barcellona dimostra che noi musulmani non abbiamo fatto abbastanza per contrastare l’ideologia estremista nelle nostre comunità….è frustrante per me quando qualche musulmano dice che questo non ha nulla a che vedere con l’islam. No, ce l’ha. L’Isis è nato in mezzo a noi, è un nostro problema e dobbiamo affrontarlo”.

Tanta parte del pensiero politico e culturale dominante, per influenza della sinistra e del cattolicesimo, corre in soccorso del grande alibi: la religione non c’entra, l’Islam è religione di pace. Non leggono i documenti dell’Isis, non hanno letto il Corano, dell’Islam conoscono a malapena il Cairo, Sharm El Sheick e le Maldive. Il problema dell’Islam – ed è un problema che riguarda anche milioni di musulmani non violenti- sta alla radice: una religione totalizzante, che non prevede separazione tra Stato e Chiesa, suprematista –gli altri sono infedeli, ancorchè figli del Libro – e prima o poi si convertiranno, ostile ai diritti delle donne, dei minori, alle libertà individuali, comprese quelle sessuali e quella di non credere ad alcun Dio.

Se a sinistra la sottovalutazione viene, oltre che dalla non conoscenza della realtà sul terreno, dall’ottimistica convinzione che la Ragione, la Democrazia, la Tolleranza non possano non essere valori universali, nel mondo cattolico la cosa è più complessa: c’è anche una sorta di invidia per la fede che arde nelle moschee, per la devozione che non ha bisogno – o forse proprio di questo si alimenta – di nessun prete, di nessuna Chiesa, e la disarmante convinzione che in fondo preghiamo tutti lo stesso Dio, e che non ci può essere una religione che produce odio (quanto ad abuso di Dio basterebbe ricordare il Gott mit Uns nazista). Insieme, tutto questo produce una specie di pensiero debole da Alice nel paese delle meraviglie, una beneaugurante visione del mondo dove siamo tutti uguali, un girotondo da canzonette (“I gessetti di Barcellona sono la dimostrazione che la solidarietà è la chiave contro il terrorismo” Huffington Post). Aiuta, tutto ciò l’Islam a fare i conti con se stesso?

No, gli fornisce alibi, sconti, trascura le profonde differenze tra islam e Islam (sono musulmani anche i curdi, le donne curde che combattono lo Stato Islamico), fa di tutte le erbe un fascio. E spesso va a cercare nella minigonna la colpa della stuprata: gli errori dell’Occidente. Che ne ha commessi a vagonate, per prepotenza e per insipienza, dalla Libia alla Siria, dall’ Iraq all’Afghanistan, ma non può essere, da solo, la spiegazione del sorgere del fondamentalismo islamico. Che ha una sua orrenda dignità autoctona (sarebbe comodo se fosse figlio dei mercanti d’arme, o del petrolio, o dell’America o di Israele), una sua storia interna all’Islam, e alle sue crisi identitarie. Siamo così occidentalcentrici da non riuscire a “rispettare” il nemico per sconfiggerlo meglio. Di questo nostro essere concentrati su noi stessi è rivelatoria la doppia morale sulle foto del bambino siriano morto sulla spiaggia e il bambino morto sulle Ramblas. Un’icona la prima, perché denunciava la nostra indifferenza. Un pudico oscuramento per la seconda, di cui non avevamo colpa. Certo, in nome della famiglia, e del rispetto per il telespettatore e prima ancora per quel bambino: non valevano queste prudenze, per un bimbo siriano?

Mi hanno colpito, lontano da Barcellona, due dettagli. La prima è la fotografia della ricercatrice italiana ferita a Turku, in Finlandia. La ritrae, tempo fa, durante una manifestazione contro l’espulsione degli afghani. E’ stata accoltellata da un diciottenne marocchino. Nessuno, nella folla, è al riparo. Due giovani italiani vennero uccisi nella Città Vecchia di Gerusalemme e a Gaza, uno nell’Intifada dei coltelli, l’altro perché sospettato di essere una spia: erano entrambi ampiamente solidali con i palestinesi. Non ho alcun dubbio sulla bontà di quella giovane donna, e sulla nobiltà dei sentimenti che la spinsero a manifestare, anche se trovo legittima la decisione della Finlandia di non concedere asilo agli afghani, ai pakistani e a qualche altra nazionalità. Ma il fatto che sia toccato a lei è un’altra dimostrazione di un dialogo tra sordi, di un pensiero beneaugurante da una parte e di un sentimento aggressivo dall’altra.

L’altro dettaglio è ancora più lontano. Surgut, Siberia, 8 passanti feriti in punta di coltello. Nonostante la rivendicazione dell’Isis (nei talk show, a proposito, i politicamente corretti lo chiamano Daesh – tipo un detersivo – oppure il “sedicente Stato Islamico”, come a dire che non è Islam o che non è Stato) e nonostante il fatto che il terrorista fosse figlio di un fondamentalista del Dagestan conosciuto alla polizia, gli inquirenti, molto all’europea, stanno “valutando se avesse dei problemi psicologici”. Tutto il mondo è paese, ma non abbastanza da farci dire che siamo tutti siberiani.



   

 

 

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