Usa: democratici si scagliano contro una statua abbattendola. Come Isis

L’ultimo sudista e l’America di fine stagione

di Giampaolo Rossi

GIUSTIZIATO SENZA PROCESSO
L’ultimo soldato sudista è stato giustiziato ieri l’altro a Durham in North Carolina; non si era asserragliato in un bunker, né si nascondeva nella giungla come l’ultimo giapponese. Stava lì in piedi all’aperto in una pubblica piazza, sopra un’aiuola ad attendere i suoi aguzzini.
L’ultimo sudista era armato di un vecchio fucile Enfield calibro 58 non funzionante che ha tenuto abbracciato fino alla fine.
Un tribunale del popolo ha deciso di giustiziarlo in pubblico, condannandolo a morte senza processo per un reato che ha commesso 157 anni fa. Il reato era, appunto, quello di essere stato un sudista.

L’ultimo sudista non era un soldato in carne ed ossa, ma un soldato di bronzo. Una statua eretta nel 1924 “in memoria dei ragazzi che hanno vestito la divisa grigia”, come recitava la targa.
Non raffigurava un generale a cavallo, un politico, ma solo un semplice soldato, uno di quelli che nelle guerre ci entra per dovere, ideale, coraggio, follia, amore.
Più che un soldato era un simbolo e per questo faceva ancora più paura; perché le armi del significato sono più potenti delle armi della distruzione.

E così una folla delirante e invasata di democratici progressisti gli ha messo una cinghia al collo, lo ha abbattuto e poi si è scatenata su di lui con calci e sputi; fantasmi provenienti dal passato che cercavano di liberarsi dei propri fantasmi del passato.
La rabbia era motivata dall’assassinio, due giorni prima, di una giovane attivista di sinistra uccisa da un razzista bianco di Vanguard America, che ha lanciato la sua auto a tutta velocità contro un corteo.
I compagni della ragazza su Twitter hanno scritto: “perché ci criticate? Loro ammazzano le persone mentre noi abbattiamo le statue”. Non fa una piega. In fondo hanno ragione.

COME GLI ISLAMISTI
Eppure, queste immagini di giovani americani che si scagliano contro una statua abbattendola e sputandoci sopra, fanno riflettere su cosa sta diventando l’America; perché assomigliano incredibilmente alla follia iconoclasta dei jihadisti dell’Isis quando distruggono i simboli di una cristianità orientale più antica e immensa di quanto loro siano mai in grado di immaginare.
Perché ricordano le immagini delle statue di dittatori abbattute dopo le rivoluzioni con la differenza che l’America è una democrazia e non una dittatura; e che il sudista di Durham, come altri centinaia sparsi in America, non era stato eretto da un tiranno o da un regime ma dal sentimento profondo di una nazione che voleva riconciliarsi nel valore della libertà di essere diversi ma appartenenti ad un unico destino.

L’America del 1924, quella che eresse la statua, era una democrazia giovane e vitale che si affacciava con l’ottimismo della sua eccezionalità dal parapetto della storia pronta a lanciarsi nel vuoto di quel ‘900 di cui sarebbe stata protagonista.
La statua dell’ultimo sudista non fu voluta da nostalgici confederati, idioti suprematisti bianchi o nazisti dell’Illinois di John Belushi; fu voluta ed accettata fino ad oggi da un’intera comunità per rendere onore a quei giovani che nella Guerra Civile combatterono dall’altra parte, quella sconfitta. Per ricordare a tutti che la forza di una democrazia sta nel saper includere non nell’escludere, nel saper vivere il passato nella consapevolezza non nella paura.

SCHIAVISTI DEMOCRATICI
I “giustizieri della statua” non sanno nulla di tutto questo. Probabilmente non sanno neppure cosa è stata la Guerra civile americana e se interrogati, confonderebbero il generale Lee con il personaggio di un western di Tarantino per il quale “la bandiera sudista è una specie di svastica americana”.
Molti di loro, democratici e progressisti, probabilmente non sanno neppure che gli anti-schiavisti erano i Repubblicani che ebbero in Abramo Lincoln il grande campione dell’emancipazione dei neri; e che gli schiavisti erano i Democratici.

Forse è per questo senso di colpa che governatori e leader democratici vogliono abbattere le statue sudiste in tutto il paese. Gli incidenti di Charlottesville, dove è morta la ragazza, sono nati proprio per la volontà del sindaco (Democratico) di togliere dal parco della città la statua del generale Lee.

E magari qualcuno potrebbe loro spiegare che il più grande schiavista americano fu George Washington che nella sua tenuta di 8000 acri in Virginia faceva lavorare 300 schiavi che gli garantivano un reddito pari al 2% dell’intero Pil della giovane nazione americana.
Quindi forse bisognerebbe iniziare ad abbattere le statue del Padre dell’America e togliere la sua faccia dal dollaro, simbolo e strumento del potere globale Usa.

IL COMPLOTTO DEI PESCI SURGELATI
Il Presidente Trump ha denunciato con fermezza il crimine razzista e la morte della giovane ragazza; ma poi, giustamente, ha condannato “le violenze da ambo le parti”, scandalizzando le anime ipocrite del buonismo politically correct.
Ma Trump ha ragione. Da mesi l’America è attraversata da violenze di piazza, aggressioni, manifestazioni cruente scatenate dai nipotini di Soros per contestare la sua elezione, secondo quella regola tipica delle sinistra internazionale per cui “la democrazia vale solo se vinco io”. Ed è questo clima di intolleranza diffuso generato dai liberal, che dà l’alibi ai razzisti bianchi di scendere in piazza e dare spazio alla loro violenza e alla loro deforme identità.

Certo, la notizia che Jason Kessler il leader di “Unit the Right” il movimento di estrema destra che ha organizzato la manifestazione razzista di Charlottesville, possa essere un ex attivista della sinistra radicale che partecipò ad Occupy Wall Street, aumenta quel clima di sospetto e complotto che da tempo attraversa gli Usa.

In realtà, suprematisti bianchi  e antifascisti sembrano pesci surgelati e scongelati dal frigobar della storia, che qualcuno sta ributtando nel fiume di questa America, per vedere se possono nuotare.
Sembrano pupazzi caricati a molla da un perfetto meccanismo, creati apposta proprio per rappresentare la nuova America di Trump come un saldo di fine stagione; e forse, dopo otto anni di disastro Obama, lo è.

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