Bergoglio voleva fare cardinale un laico, editorialista di Repubblica

di Stefano Filippi

Nell’ultimo concistoro celebrato da papa Francesco alla fine di giugno, un’infornata di cardinali particolarmente striminzita (appena cinque), doveva esserci un porporato in più. Un italiano, un personaggio di spicco, un uomo di Chiesa noto in tutto il mondo e che è, naturalmente, molto stimato da Jorge Mario Bergoglio.

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Ma che non è un vescovo responsabile di una diocesi e nemmeno un alto papavero della Curia vaticana. Non è nemmeno prete. È un laico, sia pure consacrato, un monaco che non può confessare né dire messa: il fondatore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi. Un nome dirompente perché da sempre iscritto all’ala progressista della Chiesa italiana, contestatore di certi aspetti della cattolicità, per alcuni non del tutto ortodosso, saggista di fama, editorialista di giornali come La Stampa e Repubblica, oltre che di Osservatore Romano e Avvenire.

Ma l’aspetto più clamoroso di questa nomina sarebbe stato il fatto che Bianchi non è prete, né vuole esserlo: l’ordinazione sacerdotale gli era stata sollecitata due volte, come egli stesso ha raccontato in un’intervista concessa alla Stampa quando compì 70 anni, nel 2013. Glielo chiesero, in tempi diversi, due vescovi, il cardinal Michele Pellegrino (arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977) e il vescovo di Biella, la diocesi dove ha sede la Comunità di Bose, che è una piccola frazione del comune di Magnano, nel Canavese. Bianchi rifiutò entrambe le volte.

L’indiscrezione che il Papa pensava di dare la porpora a Bianchi non è nuova, ma questa volta trova conferma in ambienti vicini alla Segreteria di Stato vaticana, dove invece non viene accreditata una seconda mancata nomina cardinalizia di cui pure si mormora nei Sacri palazzi. Anch’essa di un laico, senza precedenti, esplosiva: quella di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio ed ex ministro del governo tecnico di Mario Monti.

Con la creazione di Bianchi a cardinale, papa Francesco avrebbe voluto segnare una svolta epocale nella storia della Chiesa degli ultimi secoli: avrebbe riaperto ai laici le porte del collegio più esclusivo al mondo, quello che elegge il Pontefice. I cardinali laici, porporati che al momento della designazione sono privi degli ordini maggiori (cioè diacono, prete o vescovo), non sono una novità assoluta nei duemila anni di vita della Chiesa. È stata una prassi applicata per secoli. Si trattava di chierici che avevano ricevuto la tonsura o un ordine minore (accolito o suddiacono), il che non impediva loro di sposarsi o di continuare nel matrimonio già celebrato. Ma dal Settecento è progressivamente venuta meno finché, nel 1858, il beato Pio IX ha creato l’ultimo cardinale laico. Era un avvocato della Rota romana, si chiamava Teodoro Mertel, figlio di un panettiere bavarese e ministro dello Stato pontificio. Papa Mastai Ferretti gli impose la berretta nel concistoro del 15 marzo 1858 e due mesi dopo, il 16 maggio, lo ordinò diacono ma non prete. Mertel partecipò pure al conclave che elesse Leone XIII.

Dopo di lui, nessuno. Pare che Paolo VI avesse pensato di creare cardinale Jacques Maritain, filosofo francese che fu tra i suoi principali consiglieri. La cosa non ebbe seguito anche perché dai tempi di Pio IX erano intervenute novità di rilievo nel codice di diritto canonico proprio a riguardo nelle nomine cardinalizie. La riforma del 1917, sotto Benedetto XV, dispose che solo chi era prete o vescovo potesse ottenere la porpora e successivamente, nel 1983, Giovanni Paolo II fece aggiungere che chi non era vescovo dovesse ricevere questa ordinazione prima del concistoro. Di fatto, Wojtyla e Ratzinger hanno creato alcuni cardinali senza ordinarli vescovi, ma si trattava di teologi ultraottantenni senza il diritto di entrare in conclave.

In base a queste regole Bianchi, che ha 74 anni, avrebbe dovuto ricevere sia l’ordinazione presbiterale sia quella episcopale. Cosa che egli rifiutò con una certa alterigia, visto che disse di voler restare «un semplice cristiano, laico come lo sono i monaci», e per fare qualche esempio non citò umili fraticelli nascosti in qualche convento sconosciuto, ma san Pacomio, san Benedetto e san Francesco d’Assisi. Farlo ora cardinale avrebbe costretto l’ex priore di Bose a ricredersi o a mettere in difficoltà lo stesso Bergoglio. E questa è stata l’argomentazione con cui il Papa è stato convinto a desistere dal proposito. Più d’uno nel dicastero che collabora più da vicino con il Pontefice, a quanto sembra, era perplesso sull’opportunità della nomina, forse anche il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin. L’abilità della diplomazia vaticana ha tolto tutti dall’imbarazzo.

IL GIORNALE



   

 

 

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