Una nuova Chiesa. Non cristiana

Riportiamo un interessante commento di Domenico Corcione sull’ultimo periodo, piuttosto buio, della chiesa cattolica. Da Vetus et Novus

Ormai gli episodi aumentano, sono quasi quotidiani. Il lento, progressivo disfacimento di duemila anni di Fede e di Storia ha subito un’accelerata. Sanno che, avendo il Capo superato gli 80 anni, hanno poco tempo, ormai. Sia che sorella morte visiti il Vaticano, sia che ci sia una seconda abdicazione, i componenti vecchi e nuovi del conciliabolo di San Gallo sanno che sono alle battute finali. E stanno passando all’azione.

Francesco II sempre più vicino.

Con la creazione di 5 nuovi porporati, le creature di Bergoglio diventano 61 in seno al Collegio cardinalizio. Non abbastanza per eleggere da soli il prossimo Papa, ma sufficienti per ostacolare l’ascesa di un esponente dell’ala benedettina e quindi un ritorno al passato pre- Bergoglio. Allo stato attuale delle cose, l’emergenza elettorale prossima ventura si concluderà con l’elezione di un candidato di compromesso: in tal senso, in pole position ci sono Tagle, arcivescovo di Manila, e Montenegro, prelato ad Agrigento. Il primo è esponente della famigerata “Scuola di Bologna”, il gruppo di studiosi con a capo Alberto Melloni, che propugna una visione discontinua del Concilio vaticano II (la stessa che nei fatti vediamo ogni giorno); il secondo è uno dei cardinali più in vista riguardo le massicce ondate di clandestini, eufemisticamente chiamati “migranti” dai mass media, e quindi è “in tono” con ciò che i Palazzi propugnano per i popoli europei. In entrambi i casi, non si prospettano buone notizie per il futuro della Chiesa di Cristo.

Un quadro fosco.

Ma possiamo ancora definirla così? Possiamo ancora definire “sposa di Cristo” quell’insieme di preti presenzialisti in tv, suore cantanti, frati gaudenti col mondo, vescovi che parlano di clandestini e non conoscono neppure la Bibbia? Chiese vuote, ateismo e agnosticismo galoppanti (anche se nella gran parte dei casi chi ci definisce ateo o agnostico non sa neppure di cosa stia parlando, sopratutto fra gli under 35 con lauree e master e tanta ignoranza), cristiani perseguitati nell’Africa sahariana, in Indonesia, in Pakistan, perfino alle Maldive, gerarchia ecclesiastica scollegata dalla realtà.

Un Papa che non risponde a chi gli chiede chiarimenti sull’Amoris Laetitia (ne parleremo nei prossimi giorni), che martella gli italiani e gli europei ogni mercoledì e ogni domenica blaterando di accoglienza indiscriminata, che preferisce accogliere in Vaticano 9 famiglie di musulmani lasciando alla frontiera macedone altri profughi di fede cristiana – e non si urli alla discriminazione, perché se Bergoglio avesse voluto essere davvero superpartes avrebbe accolto sull’aereo papale famiglie di entrambe le fedi.

Vicario di Cristo che di Cristo non parla, perché il centro dell’attenzione deve essere lui, il vescovo venuto dalla fine del mondo per insegnarci come interpretare il Vangelo, con l’aiuto dei manuali di don Milani e del cardinal Martini, insegnarlo a noi che l’abbiamo diffuso da tempo immemore su tutta la Terra.
E la Curia ai tempi di Bergoglio non è da meno. Divisa fra ultrà franceschisti e conservatori benedettiani, è unita soltanto nel terrore che il Capo suscita, i primi per il timore di perdere posizioni, i secondi per i nuovi attacchi al Depositum Fidei che il custode dovrebbe, di norma, conservare integro per i secoli a venire.
Abbiamo porporati ambiziosi che accusano altri di volere il Potere, con quel contorsionismo retorico per il quale bisogna accusare gli altri di ciò che si vorrebbe fare in prima persona: è il caso di Oscar Rodriguez Maradiaga, uomo dal passato ambivalente (non si è mai saputo con esattezza il suo ruolo nel 2009, quando nel suo Honduras avvenne il golpe che depose il presidente democraticamente eletto Manuele Zelaya e la Chiesa honduregna, da lui capeggiata, appoggiò il colpo di Stato), che accusa l’omologo Raymond Leo Burke di essere affamato di potere, quando in effetti a Maradiaga, segretario del C9, a non essere più presente nella propria diocesi in quanto di stanza a Roma.

Abbiamo vescovi affetti da protagonismo mediatico che si slanciano davanti a ogni microfono e telecamera che i compiacenti giornalisti di Rai e Mediaset pongono davanti alle loro labbra, uscendosene con affermazioni surreali. E’ il caso di Nunzio Galantino, un tempo professore di Teologia Dogmatica, secondo il quale Sodoma non fu distrutta da Dio in grazia ad Abramo lì presente. E lo dice davanti a una platea di giovani, facendo passare nelle loro menti il messaggio per il quale basta una raccomandazione divina per salvarli dai peccati più odiosi.
Abbiamo preti che si spiano fra di loro, che denunciano chi esprime opinioni diverse da quelle del Capo, che gridano al mondo “C’è stato un Concilio!” e non sanno neppure che in nessun rigo delle costituzioni del CVII c’è scritto di dare l’Eucarestia in mano, far portare il Santissimo a ragazzine, abbattere antichi altari, affidare le chiavi del ciborio a donne laiche. Un’umiliazione prima come sacerdoti, quindi depositari dello Spirito, e poi come uomini, costretti a mendicare da una donna la chiave per aprire il Tabernacolo.

Fine del cattolicesimo. O forse no.

La pietra tombale per il cattolicesimo è già pronta, con la messa unificata per cattolici e protestanti. Prove tecniche di tale abominio si sono avute 10 giorni fa circa in Spagna, e non dubitiamo che surrettiziamente le nuove norme siano introdotte in tutto l’Orbe cattolico.

Intanto le voci dissidenti vengono tacitate: Sandro Magister cacciato dalla Sala stampa vaticana, Antonio Socci fatto oggetto di sberleffi dai commentatori di “Vatican Insider”, la Pravda bergogliana. Altri si sono volutamente silenziati in questi tempi in cui esporsi genera polemiche infinite, e si conservano per tempi futuri: Antonio Margheriti il Mastino, da un anno assente da Facebook, ha chiuso il suo “Papalepapale”, Francesco Colafemmina ha lasciato attivo il suo “Fides et Forma” ma non vi scrive da mesi, e i padri dell’ “Isola di Patmos” oscillano fra una difesa di Bergoglio e una sua critica, in contrasto a loro volta con altri difensori della normalità nel caos in cui è caduta la Chiesa.

L’onda sta per abbattersi inesorabile sul cattolicesimo romano, che ciò accada in questo scorcio di pontificato o nel successivo poco importa. I mass media, controllati da poteri politici e finanziari, sono riusciti a costruire un’immagine popolarissima, con l’aiuto anche del diretto interessato, per cui attaccarlo frontalmente è infruttuoso ed espone sacerdoti e vescovi a ritorsioni, come in ogni regime che si rispetti. Altro non resta, a noi fedeli della prima ora, consacrati e laici, di conservare la Tradizione che ci è stata tramandata, ricordandoci che essa non verrà mai meno anche se fosse rimasta una sola chiesa in tutta la Terra e celebrare la Cena secondo la volontà divina e non secondo quella umana. Non si tratta di ribellione alla don Milani, il prete che invitava all’anarchia, oggi esaltato dalla neochiesa; si tratta di obbedire alla gerarchia non nascondendo alla stessa le sue deficienze, perché “La verità vi farà liberi” (Gv 8, 32).

E alle Sue parole possiamo credere, anche se non c’erano registratori nelle vicinanze a riprenderle.



   

 

 

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