Legalizzazione della sottomissione all’islam

di Barbara Pollastrini

Oggi sono intervenuta in Aula alla Camera come relatrice della Legge “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista” .

Presidente, Vice ministro,
Approda oggi in quest’Aula la proposta di legge 3558 “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista” a prime firme Dambruoso, Manciulli e altre personalità di maggioranza e opposizione.
Come relatrice mi sono avvicinata a questo tema, piuttosto complesso, con la modestia del caso.
La proposta ha infatti un’ambizione per nulla banale. Quella di aggiungere alle necessarie misure di intelligence e repressive, un tassello diverso, ispirato alla prevenzione.
Norme per sostenere il contrasto a quella attrazione che, in nome di una lettura religiosa negata dalla più grande parte degli islamici, può portare al reclutamento di una manodopera ideologizzata e criminale.

Dal momento del deposito della proposta, abbiamo audito studiosi, esperti, ministri, forze dell’ordine, magistrati, esponenti delle comunità islamiche e di altre confessioni.
Lo abbiamo fatto in sede parlamentare ma anche con amministratori e associazioni.
Non poteva che essere così dal momento che siamo chiamati a trattare una materia delicata per più motivi.
Per le implicazioni sul terreno della libertà personale, religiosa, di opinione.
Per la sicurezza del Paese.
Per il profilo di una proposta che voglia agire sulla prevenzione culturale, formativa, sociale, essendo lo Stato già in possesso di una legislazione che prevede reati penali, misure restrittive e repressive.

Colleghe e colleghi,
Quando parliamo di estremismo violento di matrice jihadista volto al terrorismo, descriviamo un’aggressione senza precedenti alla sicurezza con un impatto doloroso sul nostro continente e sull’Occidente
Ma insieme un attacco rivolto a principi e valori della democrazia liberale.
Valori che hanno costruito la convivenza tra confessioni diverse e la separazione tra Stato e religioni.
Detto questo, non dobbiamo rimuovere che tuttora la maggior parte delle vittime è rappresentata da popolazioni musulmane nei loro paesi.
Non siamo dunque di fronte a una guerra tra civiltà – questo mi sento di dire – ma a un conflitto che si consuma dentro le civiltà.
E, voglio aggiungere, un conflitto che ha come simbolo la libertà delle donne, delle ragazze, che a costi altissimi e anche a prezzo della vita si ribellano nel segno della loro autonomia e dignità.

Presidente, Viceministro,
La proposta avanza un insieme di misure e programmi per prevenire fenomeni di adesione alla radicalizzazione e all’estremismo violento con finalità terroristica.
Oltre a ciò la proposta vuole agire sul recupero, in termini di integrazione sociale, culturale, lavorativa, di soggetti disponibili a interrompere un percorso di annichilimento.
Per questo è importante tenere conto delle specificità del nostro Paese.
Specificità che emerge dal numero di attentati complessivamente limitati o scongiurati.
Da una minore presenza di combattenti reclutati, un centinaio, nei territori dell’Isis.
Dalla quantità minore di foreign fighters nello scenario del conflitto siriano.
Ovviamente è più difficile una previsione sul numero effettivo di cosiddetti “lupi solitari”.
La nostra è per altro una specificità che trova riscontro in ragioni storiche.
L’essere stato il nostro un Paese con una radice colonialista meno marcata.
Un Paese che per la sua connotazione non conosce – almeno negli stessi termini presenti altrove (Francia, Belgio, Germania) – banlieues o agglomerati periferici ad altissima densità di popolazione immigrata di seconda o terza generazione.
Un Paese dove il coordinamento dell’intelligence con le forze dell’ordine e la magistratura, anche per la stratificazione di professionalità maturate negli anni di altre forme di terrorismo e di criminalità organizzate, ha garantito un’opera di controllo e prevenzione efficace.
Questo complesso di attività ha conosciuto di recente un adeguamento e un aggiornamento legislativo.
Cito il decreto del 2015 contro il terrorismo che ha introdotto, ad esempio, il reato di auto-addestramento utilizzato pochi giorni fa dagli inquirenti nel caso di Venezia.
Ma il nostro è anche un Paese in cui il solidarismo e l’accoglienza hanno fino a ora dominato sulle paure. Con la difesa dei diritti umani, dei migranti. E l’allarme per chi voglia evocare una sovrapposizione di significato tra straniero o islamico e terrorista.

Tuttavia – ecco il punto – dagli studi e in particolare dalla relazione del professor Vidino si comprende come anche in Italia possa crescere il numero dei cosiddetti “simpatizzanti”.
Degli “abbagliati”, delle “abbagliate”, che abbracciano tendenze volte all’estremismo violento.
In questo senso due sono i luoghi principali di reclutamento: la rete e le carceri. (Ah, il corano no?, ndr)
Ci sono scritti, prove, di quanto Isis investa scientificamente nella propaganda mediatica, con immagini, informazioni, atti feroci come via di un riscatto ipotetico.
Come investa cioè sul condizionamento delle menti.
E le menti investano nel potere di loro stesse di rovesciare la realtà in una sorta di ipnosi devastata e devastante per gli altri e per loro stessi.
Così come esistono prove di come nelle carceri, talvolta in nome di una presunta protezione, avvengano forme di proselitismo.
D’altronde la risoluzione del Parlamento europeo sulla prevenzione della radicalizzazione raccomanda di adottare strategie preventive nella formazione delle forze dell’ordine, nell’istruzione, nel pluralismo religioso e per il recupero.
E invita a promuovere una vera e propria “contro-narrazione” sulla rete, nei media, nelle scuole.
Insomma, è l’approccio di quanti, secondo me a ragione, sostengono come in questa “guerra” “non basta vincere, ma bisogna soprattutto convincere”.
A questo fine alcuni paesi hanno adottato leggi e programmi
Credo che l’Italia, per le sue peculiarità, possa offrire all’Europa una legge saggia, praticabile e utile.
Ci vengono in soccorso i nostri principi costituzionali, di dignità e valore di ogni persona, di libertà religiosa e laicità dello Stato, e di contrasto a ogni discriminazione.
Ci sarà di aiuto il dialogo interreligioso promosso dal Pontefice e riproposto in occasione della sua straordinaria visita a Milano.
E indispensabile sarà l’azione delle associazioni e di singoli cittadini e cittadine islamici che si uniscono per isolare e combattere derive terribili.

Presidente, Viceministro.
Come dicevo, quando parliamo di radicalizzazione il riferimento è a un itinerario costituito da tappe progressive.
Sino a quel reclutamento destinato a tradursi in azioni violente: di natura solitaria, come da ultimo a Londra o strutturate come nell’assalto al Bataclan di Parigi.
E’ difficile per mentalità che si sono formate nel solco culturale dell’Illuminismo comprendere quali leve possano condurre coscienze ancora giovani a praticare la linea opposta: la negazione, l’uccisione dell’altro e di sé.
Disperazioni, solitudini, paure, ricatti? Che trovano in un gesto o in un esercito fanatico una risposta.
Contano gli eserciti più organizzati, legati a sommovimenti geopolitici, al denaro, all’illegalità, ai conflitti tra poteri e etnie.
E per quanto mi riguarda – lo dico come valutazione personale – anche i limiti dell’Occidente sulle armi, le guerre e gli interessi economici.
E mentre si fa più acuto il terreno di scontro e il terrorismo prende colpi, cresce l’allarme per una reazione di cellule o singoli pronti ad agire.

L’ espressione “jihad” – letteralmente “sforzo ascetico” – non deve determinare un automatismo tra il significato di quella parola e l’annientamento di quanto non sia appartenente all’Islam.
E’ l’uso che ne è stato fatto che dà il segno della frattura.
Insomma, nel procedere abbiamo cercato di agire con cautela e serietà.
Questo – lo voglio sottolineare – ha prodotto nel lavoro in Commissione correzioni e miglioramenti del testo iniziale.
Ed è un impegno che immagino possa e debba continuare in Aula.
Come altri siamo stati mossi dall’idea che tra gli obiettivi del terrorismo jihadista non vi sia la volontà concreta di una sottomissione o distruzione della civiltà occidentale, ma un traguardo che non possiamo ritenere meno insidioso.
E che si concretizza nella nostra rinuncia al desiderio di essere una società aperta, inclusiva, pluralista.
Ciò significa che spetta prima di tutto a noi alimentare quel reciproco riconoscimento destinato a divenire l’antidoto più efficace contro ogni germe violento o fondamentalista.
E’ in questa logica che anche una legge come quella che giunge alla nostra attenzione è un tassello per una strategia più ampia.
Una strategia che si faccia carico dei luoghi di culto e preghiera, come nel caso delle moschee ancora mancanti.
Da costruire tuttavia nella trasparenza di regole, finanziamenti e condivisione dei principi costituzionali.

Presidente, Viceministro.
Questa relazione è per me anche l’occasione per accennare a una questione irrisolta.
Mi riferisco al vuoto legislativo della legge sulla libertà religiosa su cui il Parlamento ha accumulato un grave ritardo.
Sono 12 i culti interessati da “intese” riconosciute: dagli ebrei ai valdesi, agli evangelisti ai buddisti.
Mentre continua a mancare una intesa con i musulmani.
Assenza spesso giustificata dalle diversità tra associazioni nel rappresentare i fedeli musulmani presenti oggi nel nostro Paese.
Ma credo oggi e presto sia responsabilità di tutti, Parlamento, Governo, associazioni, costruire intese separate con le comunità disponibili.
Il “Patto per un Islam italiano” siglato alla presenza del Ministro Minniti è passo importante nel riconoscimento di diritti, doveri, regole.

Colleghi, colleghe,
La proposta di legge comprende 12 articoli.
Per brevità riporto solo alcuni spunti.
Si prevede l’istituzione del Centro nazionale sulla radicalizzazione (CRAD) presso il Dipartimento delle libertà civili e dell’immigrazione del Ministero dell’Interno.
Ciò avverrà con decreto da emanarsi entro tre mesi dalla promulgazione della legge.
Ne è disciplinato il funzionamento assicurando la rappresentanza dei dicasteri interessati, di associazioni religiose, della Consulta Islam, di esperti.
Il CRAD definisce progetti, azioni, sperimentazioni, eventuali numeri verdi e riferisce alle Camere.
Camere in cui si prevede l’istituzione di un Comitato composto da 5 deputati e 5 senatori in proporzione al numero dei componenti dei gruppi parlamentari.
Il Comitato svolgerà una funzione di monitoraggio e di audizione (carceri, ospedali, scuole, ministri di culto, amministratori, operatori sociali, luoghi di accoglienza).
Altri articoli si riferiscono alla formazione delle forze dell’ordine, dei garanti dei detenuti, dei docenti.
Prevedono programmi per il dialogo interculturale, religioso, diritti e doveri per i cittadini e i residenti in Italia, rispetto delle differenze, delle donne, contrasto all’odio on line, alle discriminazioni compresa l’islamofobia.
E ancora campagne informative anche attraverso piattaforme multimediali e il coinvolgimento della RAI.
Presso le Prefetture dei capoluoghi di regione sono istituiti i Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione, nominati CCR con il compito di attuare il piano strategico nazionale anche sul fronte del recupero e della rieducazione

Vedi anche – Misure per la prevenzione della radicalizzazione edell’estremismo violento di matrice jihadista (documenrti Camera) >>>>

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“Lo Stato dovrebbe consentire ai musulmani in Italia sul piano delle Istituzioni da autorizzare, solo ciò che nei paesi musulmani è effettivamente consentito ad altri”. “Se lo Stato è davvero interessato a promuovere le libertà umane, faccia laicamente ciò che la Chiesa non può fare e cioè adottare quel piccolo strumento della reciprocità come pressione sull’islam”.

“Nella stragrande maggioranza dei casi, vengono da noi, risoluti a restare estranei alla nostra umanità, individuale e associata” “Vengono ben decisi a rimanere sostanzialmente diversi, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro

Card. Giacomo Biffi 2000 Convegno Migrantes



   

 

 

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